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Visualizzazione dei post con l'etichetta Poesia sociale

Intatto

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 Intatto Ci siamo visti nello schermo. Lei, il cappellino, e il suo viso — uguale. Gli zigomi pieni, il sorriso di sempre. La malattia non è arrivata fin lì. Abbiamo parlato d’altro. Fuori campo tutto il resto. Per un attimo casa: la mamma, la merenda, i libri che si chiudono — la sua matematica, la mia pittura. Poi di nuovo qui, tra allora e adesso. Ma intatto il bene. Intatto l’amore. Abbiamo chiuso che era già sera. E dentro una luce. Franco

Trittico del tempo ritrovato

  I. L’urto Basta un nome, detto piano, come se non avesse peso. E invece cade — preciso — nel punto dove non guarisco. Una città attraversata distrattamente, una strada qualunque, una canzone che non cercavo e che pure mi trova. Allora il tempo si piega, non va avanti — ritorna. E ciò che credevo dimenticato non era passato: aspettava me, più lento, più fragile, più vero. Così la gelosia non ha un volto, non ha colpa, non ha presente. È un’eco, un riflesso tardivo, una ferita che impara a parlare quando ormai non posso rispondere. E resto lì, inerme, a comprendere troppo tardi che l’amore non finisce: si nasconde nel tempo per tornare a chiamarci. II. La stanza del passato Non è il ricordo che torna: sono io che entro di nuovo in ciò che credevo finito. Basta poco — un suono, una luce inclinata del pomeriggio, un nome sfiorato per errore. E tutto si riapre senza chiedere permesso. Le stanze sono le stesse, ma io no. Eppure sento con la stessa esattezza di allora. È questo che feri...

Ciò che resta

  Ciò che resta ​Non tutto ritorna per ferire. ​Alcune cose imparano il silenzio, si fanno leggere, quasi lievi. ​Ritornano ugualmente — ma senza urto, senza domanda. ​Come luce su una stanza conosciuta che non chiede più spiegazioni. ​Riconosco i luoghi, i nomi, perfino le attese. ​Ma non mi trattengono. ​È cambiato il tempo: non fuori — dentro. ​Ciò che era nodo ora è filo disteso; ciò che era mancanza non reclama più. ​Non è pace, non del tutto. ​È un modo nuovo di stare accanto a ciò che è stato senza volerlo cambiare. ​E capisco allora, senza fretta, ​che il passato non chiede di essere vinto, ​ma solo di essere lasciato andare. Franco 

Dove manca una voce

 Dove manca una voce Sabato sera. La casa tiene il silenzio come un bicchiere mezzo pieno. Il libro resta aperto, ma non trattiene nulla. Altrove, lo so, la sera ha un altro suono: calici di gaglioppo, risate che si appoggiano alle spalle, nomi chiamati senza peso. Per un attimo mi ci infilo anch’io — in quella luce semplice, in quel brindisi che non aspetta. Poi mi fermo. Perché manca una voce. La tua. Ti chiamo da giorni, ma risponde solo una distanza che non conosco. Con gli altri il mondo si misura, si racconta, si divide. Con te restava leggero, anche quando non lo era. Ora no. Ora ogni pensiero cresce senza argini, si fa più grande solo perché è solo. Allora immagino: ti parlo, verso un altro bicchiere, faccio spazio alla tua risposta. Ma l’immaginazione non alleggerisce davvero. Resta questo brindisi a metà, questa sera che non si chiude. Più tardi richiamo. O forse aspetto che sia il silenzio a finire. Franco 

Dialogo senza voce

 Dialogo senza voce La sera, tornando dal lavoro, ti parlo. Seduta accanto a me nell’auto che conosce le mie stanchezze, ascolti silenziosa ogni pensiero che non ho detto a nessuno. Eppure non ci sei. Sei a casa, tra il vapore che appanna i vetri e la tavola apparecchiata con cura, nell’odore caldo del forno che sa di attesa. Mi guardi appena entro, scruti le pieghe della fronte, misuri il peso dei miei passi. E per nascondere l’amore mi accogli con un rimprovero, un graffio lieve che dice: “Sei mio, e ti vedo.” Io conosco ogni tua sfumatura, ogni emozione che fingi di celare. Resto nella lite, nell’indulto silenzioso dopo le parole troppo forti, in quell’arte nostra di offenderci per restare vicini. Finché ci diciamo male vuol dire che tutto va bene. Che il cuore batte ancora nello stesso ritmo ostinato. E la notte, sotto il soffitto di legno sopra il letto, quando il mondo smette di giudicare, ci ritroviamo senza difese, inermi e veri, a dirci con il corpo ciò che il giorno trave...

L’Amore non è un Porto

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 L’Amore non è un Porto Non cercare la pace nel mio palmo, né il riparo d’una carezza stanca. L’amore non è sonno, non è il calmo scorrere d’una vita che si imbianca. Non ti cresco nel vetro del silenzio, dove il mondo è un rumore trattenuto, ma nell’urto, nel fiele e nell’assenzio, perché il passo diventi più compiuto. Ti do la fede che non chiede pegno, quella fiducia nuda, senza sponde, che non corregge il tratto del tuo segno ma ne accoglie le linee e le sue onde. Manca il tempo, è vero, e fugge via, tra l’urgenza e la fretta del domani; ma l’ascolto non è cortesia: è portare il tuo mondo nelle mani. Cresci pure nell’onda e nel tormento, non nella tana che ti toglie il fiato; ché educare non è fermare il vento, ma darti ali, e averti già guardato. Franco 

L’Architettura della Nuova Europa In memoria di Frank Gehry

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L’Architettura della Nuova Europa In memoria di Frank Gehry (che ci ha lasciato pochi giorni fa) Da Gehry, che ora riposa oltre la forma, il gesto resta legge: rompere, per ricreare. La frammentazione come scintilla; la composizione come ritorno, forma che cade e si rialza più forte. Questo ci hai insegnato, Maestro: che il mondo non è una linea, ma un continuo rinascere. In America, terra di sogni larghi e di Democrazia con fiato profondo, fosti libero davvero. Oggi, però, quella stessa terra stringe la voce, la nasconde a chi non è nella “razza giusta”, nel credo dominante. Il coro si incrina, e il sussurro diventa un grido solo. Tu, che hai fatto della libertà una forma, ora ci manchi mentre la libertà trema. Nel disegno del Costruttore nessuno sta sopra nessuno. L’anima non vuole padroni: vuole l’incontro. Cerca il Pari, non un vertice — un orizzonte. E tu, con le tue curve indomite, ci hai mostrato che anche il pari può essere una rivoluzione. L’Europa nasce da scontri e intrecci,...

Baciatemi il culo (detto in tempi di cupole)

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La nebbia fitta cancella i miei piani, niente scampagnata in moto: resto nel letto e lascio che la mente voli via. Sul comodino, un libro aperto sulla pittura: Correggio mi solleva tra le nuvole, Lanfranco e Giordano animano le volte. Ma è Tiepolo che mi cattura, con la sua luce, quel rococò che si fa respiro d’Europa, ponte verso l’Illuminismo, linguaggio nuovo che varca i confini. Nelle sue nuvole danzano popoli e idee, in un cielo che non ha padroni. Ma poi torno all’oggi, ai giorni dei muri e delle frontiere, ai nazionalismi stanchi e alle guerre che si travestono da ordine. Un tempo la pittura rompeva le cornici, ora le si ristabiliscono con ferro e dogmi. Non è più neoclassicismo a frenare l’eccesso, è disciplina che sa di obbedienza, è il ritorno alla misura come imposizione. E mi rimbomba nelle orecchie una frase che fa male: “tutti sono ansiosi di baciarmi il culo”, dice il presidente americano, con arroganza rivestita da potere. Non è solo volgarità, è un’epoca che abdica all...

La penna non trema

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Scrivere è scegliere, non un gioco d’inchiostro ma un urlo che incide la pietra. Non c’è spazio per chi tace, per chi si volta, per chi vende la verità al prezzo del silenzio. Il potere chiude le porte, parla da solo, si specchia nei propri applausi, mentre i poeti scrivono con il fuoco tra le dita. Non basta cantare il vento, il mare, la luna che trema. La poesia è ferro, è fango sotto le unghie, è voce che sfida il monologo, che fruga tra le menzogne e le espone alla luce. La libertà non si mendica, si prende, si tiene stretta, si difende con la penna, con la mente, con l’anima. Franco

Generali di Baj risorgono

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Tra vetri rotti e memorie di carta, i generali di Baj tornano in vita. Non più su stoffe dipinte a olio,  ma in carne ed ossa, riportati in auge da un nuovo condottiero. Salvini, il nome che risuona come un’eco, sventola la bandiera di un passato che non vuole morire. I suoi cannoni sparano parole di odio,  frammentando l'Europa con ideologie di un tempo. Baj, maestro del collage e della satira, ora osserva impotente questo teatrino grottesco. I suoi generali, un tempo marionette ironiche, ora sono marionette di potere,  mosse da un burattinaio cinico. Pinelli, l'anarchico idealista, vola via tra i frammenti di vetro,  cercando un rifugio in un museo illusorio. Ma l'arte non può fermare l'onda nera che avanza, non può svegliare le coscienze assopite. Resta solo il silenzio assordante della storia, che osserva impotente il ripetersi degli stessi errori. E Baj, con i suoi generali deformi e grotteschi, ci ammonisce: la memoria è fragile, la libertà va difesa. Perché qu...

Naufraghi

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Mani tese nel Mediterraneo che non sempre trovano chi le stringe. Piccole mani a Cutro... La risacca restituisce i corpi, nell'incapacità delle istituzioni. Mi vergogno di me stesso. Franco