Dialogo senza voce
Dialogo senza voce
La sera, tornando dal lavoro,
ti parlo.
Seduta accanto a me
nell’auto che conosce le mie stanchezze,
ascolti silenziosa
ogni pensiero che non ho detto a nessuno.
Eppure non ci sei.
Sei a casa,
tra il vapore che appanna i vetri
e la tavola apparecchiata con cura,
nell’odore caldo del forno
che sa di attesa.
Mi guardi appena entro,
scruti le pieghe della fronte,
misuri il peso dei miei passi.
E per nascondere l’amore
mi accogli con un rimprovero,
un graffio lieve che dice:
“Sei mio, e ti vedo.”
Io conosco ogni tua sfumatura,
ogni emozione che fingi di celare.
Resto nella lite,
nell’indulto silenzioso dopo le parole troppo forti,
in quell’arte nostra
di offenderci per restare vicini.
Finché ci diciamo male
vuol dire che tutto va bene.
Che il cuore batte ancora
nello stesso ritmo ostinato.
E la notte,
sotto il soffitto di legno sopra il letto,
quando il mondo smette di giudicare,
ci ritroviamo senza difese,
inermi e veri,
a dirci con il corpo
ciò che il giorno traveste.
Amore che non si palesa,
ma vibra —
nel piatto caldo,
nella porta che si apre,
nel tuo finto cattivo umore
che è solo un altro modo
di abbracciarmi.
Franco
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