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Le Menti Che Modellano

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Quando mi chiedono dove vivo, rispondo quasi sempre con una smorfia: "Altrove". Non per disprezzo, ma per onestà. Vivo e lavoro lontano dal mio paese d’origine, in un contesto che si muove meno velocemente di quanto sembri, dove tutto vuole apparire più efficiente, più moderno. Ma in realtà, ogni volta che qualcosa si inceppa — nella vita o nel lavoro — mi rendo conto che il mio punto d'appoggio è ancora lì, tra le persone con cui sono cresciuto. Come oggi. La mia auto ha dei problemi. Il meccanico qui ha provato di tutto, ma non ne viene a capo. Così, senza pensarci troppo, chiamo Pasquale. "È il sensore dei giri del motore," dice al telefono, dopo qualche domanda mirata. "Sicuro al novanta per cento. Il resto è diagnosi di pancia." Pasquale non sbaglia. Mai. Ha quella capacità rara di leggere i sintomi e risalire alla causa. Non ragiona per tentativi, non lavora a caso. È un meccanico, sì, ma di quelli che hanno il mestiere nelle mani e il metodo nel...

In fila, alla cassa

  In fila, alla cassa   In fila, alla cassa del supermercato, davanti a me una signora anziana e il suo carrello.   Non solo pieno, ma ordinato come una preghiera. Pane, verdure, sapone: ogni cosa al posto giusto, come se il mondo dovesse reggersi lì, su quell’equilibrio silenzioso.   L’ho guardata muoversi con gesti lenti e precisi, offrendo ogni prodotto alla cassiera come un dono, non come merce. Un silenzioso insegnamento, lì in fila, la cura non è solo un fare, ma un modo d’essere.   E mi sono chiesto: quando abbiamo smarrito l’armonia? Quando abbiamo perso l’orgoglio di portare a casa il pane?   Corriamo, consumiamo, dimentichiamo. E altrove, una madre protegge un figlio sotto le bombe. Altrove, un vecchio fa la fila per l’acqua, non per il latte.   Ma non è poi così lontano quel dolore. Ci attraversa ogni giorno senza che lo vediamo. Eppure basterebbe poco: un gesto, uno sguardo, la cura per le piccole cose.   Perché la pace comincia in un ...

La Giornata dei Due Mari

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È una di quelle giornate che ti restano dentro, come un tatuaggio inciso sulla memoria. Ero in auto, con Gianfranco al volante, e in testa avevamo un piano ambizioso, quasi folle: un doppio appuntamento con delle ragazze lo stesso giorno, ma ai due estremi della Calabria. Sul Tirreno al mattino e sullo Ionio all'imbrunire. Fu una corsa contro il tempo e, letteralmente, contro il girare del sole. Ci perdemmo l'alba e il tramonto, sacrificati sull'altare di quell'ardita promessa. Di quel giorno, a parte il tragitto in macchina, ogni cosa si è fatta tenue, quasi svanita. Ricordo bene il viaggio della mattina: il respiro trattenuto uscendo dalle gallerie, come un otturatore che scatta e cattura un frammento di mondo. E poi, l'immensità improvvisa quando eravamo sospesi su un viadotto, il mare sotto, la bellezza che ti mozza il fiato. Paesaggi da cartolina, brividi che ancora oggi non so descrivere. Eppure, in fondo eravamo solo due calabresi convinti di conoscere a memo...

Tra tempesta e quiete

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Tra tempesta e quiete Il vero amore vive negli urti e negli abbracci, nelle parole aspre, nelle mani che tremano per troppo sentire. Solo con te posso essere tempesta, posso lasciare uscire la rabbia senza paura di perdermi. È con te che imparo chi sono, è senza di te che mi dimentico di me stesso. Sei la mia ispirazione, sei la scintilla, sei il porto dove riposano le mie vele stanche . E adesso non vedo l’ora di tornare, di perdermi ancora, di ritrovarmi nei tuoi occhi, nella tua voce, nella tua  luce Franco  

Baciatemi il culo (detto in tempi di cupole)

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La nebbia fitta cancella i miei piani, niente scampagnata in moto: resto nel letto e lascio che la mente voli via. Sul comodino, un libro aperto sulla pittura: Correggio mi solleva tra le nuvole, Lanfranco e Giordano animano le volte. Ma è Tiepolo che mi cattura, con la sua luce, quel rococò che si fa respiro d’Europa, ponte verso l’Illuminismo, linguaggio nuovo che varca i confini. Nelle sue nuvole danzano popoli e idee, in un cielo che non ha padroni. Ma poi torno all’oggi, ai giorni dei muri e delle frontiere, ai nazionalismi stanchi e alle guerre che si travestono da ordine. Un tempo la pittura rompeva le cornici, ora le si ristabiliscono con ferro e dogmi. Non è più neoclassicismo a frenare l’eccesso, è disciplina che sa di obbedienza, è il ritorno alla misura come imposizione. E mi rimbomba nelle orecchie una frase che fa male: “tutti sono ansiosi di baciarmi il culo”, dice il presidente americano, con arroganza rivestita da potere. Non è solo volgarità, è un’epoca che abdica all...

Davanti a un Campari

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Davanti a un Campari ci siamo aperti come non accadeva da tempo. Da Napoli a San Donato tutto era cambiato: luoghi, storie, assenze… ma non lo Spirito — che al secondo giro brillava più forte di allora. Ecco noi, nudi nella verità degli anni: il Pezzo, intelligenza che si tocca, battuta che taglia senza ferire; il Professore, autentico, originale, mai riciclato; io, Farfalla, che mi commuovo facile e mi nutro del prossimo. Il tempo si piega, diventa curvo, si lascia attraversare. Il luogo non è più quello, ma quello dei racconti, dei ricordi, delle faccine, dei personaggi veri e inventati — Benefazio, Mezzatempia, Bufaraldina… Poi ci ritroviamo a piazzetta Nilo, con gli occhi di chi non c’è più. Parliamo con loro, ridiamo con loro, come se il tempo non fosse mai passato. Ci salutiamo con la promessa di rivederci, e uno scatto, un selfie a fermare l’eterno. E in auto, nel viaggio di ritorno, per un attimo penso: vederci spesso ci allungherebbe troppo la vita. Perché quando ci vediamo sp...

L’ago, il filo e l’anima di un quartiere

Negli anni Ottanta, quando la grande moda parlava il linguaggio delle passerelle e delle firme prestigiose, c’era un piccolo universo nascosto in una strada del centro storico, vicino alla chiesa, che viveva di un’altra magia. Era la sartoria di mio padre, Mastro Peppino. Un uomo elegante, dalla battuta pronta, capace di trasformare ago e filo in abiti che sembravano raccontare storie. Non era solo un artigiano, ma un maestro di vita, uno di quei personaggi che il tempo sembra aver messo da parte. La sartoria, con la sua vetrina che lasciava intravedere manichini vestiti di tessuti pregiati e l’odore inconfondibile della stoffa, era più di una bottega: era un luogo di incontro, una piazza coperta dove la gente trovava il pretesto per fermarsi e parlare. Ai miei occhi, la sartoria era un teatro senza sipario, e ogni giorno andava in scena una rappresentazione diversa. C’era il medico, che si fermava per una rapida chiacchierata tra un appuntamento e l’altro; il bancario, che si sedeva a...