La Giornata dei Due Mari





È una di quelle giornate che ti restano dentro, come un tatuaggio inciso sulla memoria. Ero in auto, con Gianfranco al volante, e in testa avevamo un piano ambizioso, quasi folle: un doppio appuntamento con delle ragazze lo stesso giorno, ma ai due estremi della Calabria. Sul Tirreno al mattino e sullo Ionio all'imbrunire. Fu una corsa contro il tempo e, letteralmente, contro il girare del sole. Ci perdemmo l'alba e il tramonto, sacrificati sull'altare di quell'ardita promessa.

Di quel giorno, a parte il tragitto in macchina, ogni cosa si è fatta tenue, quasi svanita. Ricordo bene il viaggio della mattina: il respiro trattenuto uscendo dalle gallerie, come un otturatore che scatta e cattura un frammento di mondo. E poi, l'immensità improvvisa quando eravamo sospesi su un viadotto, il mare sotto, la bellezza che ti mozza il fiato. Paesaggi da cartolina, brividi che ancora oggi non so descrivere. Eppure, in fondo eravamo solo due calabresi convinti di conoscere a memoria quelle strade, quei panorami.

Fu il passaggio dal Tirreno - un rapido abbraccio salato - allo Ionio - un orizzonte scuro - a regalarci la lezione più grande. Il sole ormai piegava verso il mare alle nostre spalle, e l'attenzione era tutta sulla strada, in salita, e su chi avevamo davanti. Davanti a noi, un marocchino ambulante, con la sua tipica Mercedes fumante che non si fermava mai. Quel marocchino, che quelle strade le tracciava meglio, a memoria, umiliando la nostra vana familiarità di calabresi di nascita.

Lo osservammo a lungo, fino al valico, dove finalmente potemmo superarlo. Ma intanto la mente correva: alla sua vita, a quelle cianfrusaglie accatastate nell'auto, a come si era adattato al nostro mondo, a quel miscuglio di culture che si sfiorano, si incontrano, si rispettano.

Pensavamo di averlo lasciato indietro, perso nella folle discesa dalla Piana dell'Esaro fino al Coscile. Ma lo ritrovammo lì, fermo al passaggio a livello, con la sua vecchia Mercedes che tossiva fumo ma non si arrendeva. Lui, con il braccio fuori dal finestrino, tranquillo, fumava in attesa del treno. Aveva un sorriso appena accennato, quasi ironico. Il sorriso di chi conosce il tempo, lo domina, sa aspettare.

E mentre lo osservavamo, ci accorgemmo che quel "cugino" – come chiamiamo noi i marocchini – era più reale di qualsiasi sirena del Mediterraneo, più indimenticabile di qualsiasi ragazza incontrata quel giorno. Pensandoci bene, delle ragazze ricordiamo poco. Ma di quel viaggio, di quel marocchino, del suo sorriso e della sua Mercedes, non abbiamo dimenticato nulla. In noi, la dura e onesta riflessione: siamo un po' tutti calabresi, in fondo.

Forse è questo il senso di certe corse contro il tempo: capire che non sempre è chi arriva primo a vincere.

Franco

Settembre 1991

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