L’ago, il filo e l’anima di un quartiere
Negli anni Ottanta, quando la grande moda parlava il linguaggio delle passerelle e delle firme prestigiose, c’era un piccolo universo nascosto in una strada del centro storico, vicino alla chiesa, che viveva di un’altra magia. Era la sartoria di mio padre, Mastro Peppino.
Un uomo elegante, dalla battuta pronta, capace di trasformare ago e filo in abiti che sembravano raccontare storie. Non era solo un artigiano, ma un maestro di vita, uno di quei personaggi che il tempo sembra aver messo da parte. La sartoria, con la sua vetrina che lasciava intravedere manichini vestiti di tessuti pregiati e l’odore inconfondibile della stoffa, era più di una bottega: era un luogo di incontro, una piazza coperta dove la gente trovava il pretesto per fermarsi e parlare.
Ai miei occhi, la sartoria era un teatro senza sipario, e ogni giorno andava in scena una rappresentazione diversa. C’era il medico, che si fermava per una rapida chiacchierata tra un appuntamento e l’altro; il bancario, che si sedeva accanto al marocchino ambulante per scambiare due battute; il pensionato, che raccontava vecchie storie di guerra e migrazione, mentre il maestro di musica accordava il mandolino in un angolo. Nei giorni di pioggia, Aziz, il marocchino, esponeva discretamente la sua merce, creando un mercato improvvisato tra le stoffe. Non mancavano i giovani che discutevano di diritto e di esami universitari. Immancabile il prete, a volte tra i giocatori di carte e le bestemmie che non si risparmiavano, mentre sui muri i calendari esposti non erano certo sacri. Ma Don Umile era un prete di mondo, capace di tollerare e comprendere l’umanità nelle sue mille sfaccettature.
Un ruolo fondamentale lo avevano anche le donne del quartiere, sempre generose e premurose. Erano pronte a far assaggiare le primizie di stagione e, durante le festività, a portare dolci e piatti tipici. Spesso, con la complicità dei mariti, amici di mio padre, che frequentavano la sartoria, preparavano dei taglieri di salumi e formaggi accompagnate da un buon bicchiere di vino rosso. Nei mesi invernali non facevano mai mancare la brace per riscaldare la sartoria, dimostrando un affetto sincero e profondo, che scaldava l’ambiente almeno quanto il fuoco acceso.
Tutto ciò prendeva vita in un’unica sala, illuminata dalla grande vetrina in legno che si affacciava sulla strada. Le pareti, cieche e silenziose, condividevano spazio con il palazzo accanto e la sacrestia della chiesa. Eppure, dentro quelle mura semplici, si animava un microcosmo di storie e personaggi, un’umanità varia che oggi sembra lontana, perduta.
In quella stanza si discuteva di politica, si stringevano amicizie, si rideva e si litigava. La sartoria era un mondo a parte, un luogo dove l’umanità si metteva al centro, senza distinzioni. Non si trattava solo di abiti: lì dentro passava la vita.
Il quartiere era un luogo vivo, pulsante, circondato da altri mestieri: il panettiere, il falegname, il meccanico, il calzolaio, l’orologiaio. Ogni bottega aveva una storia, e la sartoria di mio padre era la loro casa comune, il luogo dove ogni strada sembrava condurre.
Tutto sembrava girare intorno a quel piccolo angolo di mondo, dove l’uomo era al centro e la modernità faceva fatica a trovare spazio.
Eppure, in mezzo a tanti ricordi, ne porto dentro uno che ha segnato profondamente il mio modo di stare al mondo. Questo ricordo è legato a una persona che, solo a vederla, si capiva che non avrebbe mai potuto fare del male.
Il suo nome: Vincenzo. Vincenzo era un uomo magro e alto; lo ricordo sempre con un giornale in mano e il cappello in testa. Era capace di attendere per ore davanti alla sartoria aspettando che mio padre aprisse. Scapolo per scelta, non si era mai sposato. Mio padre mi raccontò che era stato fidanzato per un periodo relativamente breve, poi aveva lasciato perdere. Era anche lui un sarto, ma non aveva una sua bottega. Dopo la fine del fidanzamento, emigrò in Brasile, probabilmente alla fine degli anni Cinquanta, insieme a tanti altri compaesani. Tornò in patria quando il Brasile fu devastato da una grave crisi economica. Viveva facendo il suo mestiere: il sarto. Spesso chiedeva a mio padre di poter usare la sartoria per dei lavoretti propri. Mio padre gli rispose che lui era di casa e non doveva più chiedere. Anzi, cercò persino di dargli una copia delle chiavi, ma Vincenzo rifiutò sempre, forse per quel pudore silenzioso che lo contraddistingueva.
Mio padre aveva però il dono di farlo aprire. Spesso lo sentivo raccontare storie della città di San Paolo, di come si viveva e dei tanti italiani che incontrava. Nei suoi racconti ritornava il portoghese come lingua che si mescolava al dialetto. Mio padre assentiva, conoscendo alcune parole, soprattutto quelle più osé. Così, tra una sigaretta e un’asola ben contornata con il filo di seta, il Brasile e il paese sembravano vicini, come se l’oceano non li separasse più.
Vincenzo, tra il dire e non dire, risultava simpatico e, quando la timidezza lasciava spazio, emergeva un acuto critico. Era un pozzo di filosofia e letteratura: nei suoi racconti ho conosciuto Jorge Amado e la letteratura brasiliana contemporanea. Certamente, quando parlava di sport, era insuperabile. Per molti anni, il mio Brasile è stato quello dei racconti di San Paolo di Vincenzo.
Oggi penso spesso alle parole di Vincenzo sul tema della condivisione, dell'ascolto e del valore delle persone e le ritengo profondamente toccanti e attuali. Sono un messaggio che risuona in modo particolare in un'epoca caratterizzata dalla fretta e dall'individualismo.
Chi invece accettò volentieri la copia delle chiavi fu zio Pietro, ricordato da tutti per la sua camminata veloce, nonostante una gamba fosse rimasta tesa per un infortunio al ginocchio da giovane. Sicuro di sé e senza vergogna, Pietro si sentiva parte integrante della sartoria.
Un giorno entrai in sartoria mentre Vincenzo era lì. Mio padre gli disse: "Non ti devi preoccupare di niente. Se la pensione dovesse tardare a lungo per il ricalcolo dei contributi, vorrà dire che la somma di denaro che ho in casa e non mi serve, la presto a te. Poi me la ridai quando arrivano gli arretrati. Adesso fumiamoci una sigaretta: queste sono fesserie, pensa alla salute". Vincenzo, inizialmente restio, si sentì rinato. Più tardi, quando affrontammo un problema simile in famiglia, chiesi a mio padre come avesse potuto fare quella promessa. Lui mi spiegò che Vincenzo non avrebbe mai accettato quei soldi, ma sapere che qualcuno era disposto ad aiutarlo gli aveva dato forza e speranza.
Da allora ho imparato che la vera generosità non è soltanto offrire aiuto materiale, ma far sentire all'altro di non essere solo. È questo che fa la differenza, perché sapere che esiste qualcuno disposto a tenderti la mano può dare il coraggio necessario per affrontare le sfide della vita.
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