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Dove avevamo lasciato tutto

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  Dove avevamo lasciato tutto di Franco Acri Estate, fine anni Novanta. Ero uno studente — ormai fuori corso — di Architettura alla Federico II di Napoli. Mi trovavo a casa, in via San Gregorio Armeno, quando squillò il telefono. «Pronto?» «Ciao, sono Leonardo», disse una voce che non sentivo da anni. «Ciao! Che sorpresa! Da quanto tempo!» «Ho chiesto il tuo numero a zio Peppe. Anche lui era sorpreso e contento. Tuo padre, poi, è sempre lo stesso: quando gli ho chiesto di te, mi ha risposto con uno dei suoi soliti aforismi.» Sorrisi. «Sai, Leo, ho davvero voglia di rivederti.» «Anch’io. Ho bisogno di raccontarti alcune cose... pesanti. Mi sento perso. E in certi momenti hai bisogno di parlare con chi conosce le tue radici.» «Alle 13:10 parte un treno per Cosenza. Se mi vieni a prendere, ci vediamo in stazione prima delle 18.» «Perfetto. Ti aspetto.» Preparai una borsa con lo stretto necessario. In treno, aprii Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani. L’avevo g...

Perdersi

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Perdersi  Mi perdo nei tuoi occhi chiari,  come l’ebreo errante  nelle tele di Chagall.  In quel cielo capovolto,  senza confini né tempo,  dove l’unica legge  è l’amore.

L’Ombra del Tempio

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  L’Ombra del Tempio Architettura, Arte e Versi di Pietra e Luce Autore: Franco Acri Prefazione C’è un luogo in cui la pittura si fa parola, e l’architettura si dissolve in emozione. È in questo spazio sospeso che nascono i versi di Franco Acri, dove la forma non è mai semplice rappresentazione, ma memoria viva, tensione e respiro. L’arte diventa linguaggio dell’anima, e la parola, a sua volta, costruzione di luce. Per chi, come lui, vive da sempre immerso nella materia del costruire — la pietra, la linea, la proporzione — la poesia non è un altrove, ma una prosecuzione del gesto progettuale. L’architetto, come il poeta, modella lo spazio invisibile che separa la luce dalla materia. Ogni verso è una colonna, ogni pausa una campata, e la costruzione poetica diventa architettura dell’anima. Questa raccolta è, dunque, il tentativo di trovare la proporzione tra il corpo e la memoria, tra l’ordine e il caos. L’architettura si trasforma in una grammatica poetica: dai solidi p...

Quartiere dell’anima Il filo e la pietra

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  Quartiere dell’anima Il filo e la pietra Franco Acri A mia madre, custode del quartiere e della memoria Prefazione d’autore Sono nato in un piccolo quartiere della Calabria, stretto tra la pietra e la luce, dove ogni casa sembrava avere un’anima e ogni volto una storia da raccontare. In quelle stradine ho imparato il valore del tempo, il ritmo dei gesti quotidiani, la forza silenziosa dei legami. C’era una comunità semplice, fatta di sguardi che si incrociavano, di porte socchiuse, di voci che si chiamavano da un balcone all’altro. Era il mondo intero, e non lo sapevo ancora. Poi la vita mi ha portato lontano. L’università, il lavoro, altri orizzonti mi hanno accolto, ma dentro di me è rimasto intatto il respiro di quel quartiere. A volte mi basta una pioggia improvvisa, un odore di terra, un silenzio pomeridiano per ritrovarlo. È lì che ritorno, ogni volta che scrivo: tra le case di pietra, la fontana, le ombre dei miei cari. Queste poesie nascono da quel ritorno interiore. No...

Semicerchi tra le gocce

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Semicerchi tra le gocce I pensieri s’affollano, ad intermittenza, come tergicristalli in una notte di pioggia. Striduli, scandiscono un tempo che non mi appartiene, un ritmo che mi spinge avanti senza lasciarmi respirare. Ad ogni passaggio, un frammento di futuro: sfocato, lucente, ingannevole. Un semicerchio tra le gocce, un istante che si apre e si richiude con un suono tagliente. E intanto mi chiedo: il sereno arriverà? C’è un cielo azzurro oltre questo vetro appannato di dubbi? Il sincronismo è conforto e prigione, un ripetersi che illude di controllo ma che teme il cambiamento. Eppure, ogni strappo sul vetro traccia un sentiero: fragile, precario, vivo . Franco

Graceland

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  Graceland Lo ricordo bene, quell’anno, quando nella Dyane 6 cantavamo a squarciagola Graceland di Paul Simon. Capivamo poco delle parole, ma sentivamo che quel disco era un viaggio — o forse un sogno travestito da strada — un luogo di speranza, una fuga luminosa. Era la musica a guidarci, a entrare nel cuore dell’altopiano silano, tra faggeti e pini che sapevano di resina e futuro. La partenza, l’università, il domani si mescolavano ai boschi, alle curve di montagna, al respiro lento della giovinezza. L’auto ci cullava e ci mostrava un futuro come un puzzle da ricomporre con mani impazienti, con sorrisi aperti. Oggi, in auto con mia figlia, ascolto ancora Graceland. La mente smonta quel puzzle: i pezzi non coincidono più, sono più amari, più veri. Ma l’amicizia è intatta, viva come allora, come quei due ragazzi che giocavano a tennis portandosi la rete nella Dyane sbiadita, più arancio che rossa. Franco

L’orgoglio del povero che difende il padrone

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Quando la fedeltà politica vale più della giustizia sociale L’orgoglio del povero che difende il padrone La nuova tragedia fiscale della destra al governo C’è qualcosa di poeticamente assurdo nell’Italia di oggi: il povero che sventola la bandiera del padrone mentre gli tolgono la sedia da sotto. Si chiama “ orgoglio fiscale ”, dicono. In realtà è l’arte tutta italiana di applaudire chi ti alleggerisce — non dalle tasse, ma dal portafoglio. La destra al governo lo chiama “ taglio del carico fiscale ”. Tradotto: un taglio sì, ma alle gambe di chi lavora e non evade. Si parla di semplificazione, ma l’unica cosa davvero semplice è capire chi ci guadagna: chi guadagna già. Ed ecco il dramma shakespeariano che non ti aspetti: l’ operaio , il precario , colui che conta i giorni alla fine del mese e condanna involontariamente i figli a restare nell’ombra sociale paterna, si erge a difensore dei suoi aguzzini. Questo è il paradosso più nero: una falange di poveri che, accecati dalla propa...