L’Ombra del Tempio

 




L’Ombra del Tempio

Architettura, Arte e Versi di Pietra e Luce
Autore: Franco Acri


Prefazione

C’è un luogo in cui la pittura si fa parola, e l’architettura si dissolve in emozione. È in questo spazio sospeso che nascono i versi di Franco Acri, dove la forma non è mai semplice rappresentazione, ma memoria viva, tensione e respiro. L’arte diventa linguaggio dell’anima, e la parola, a sua volta, costruzione di luce.

Per chi, come lui, vive da sempre immerso nella materia del costruire — la pietra, la linea, la proporzione — la poesia non è un altrove, ma una prosecuzione del gesto progettuale. L’architetto, come il poeta, modella lo spazio invisibile che separa la luce dalla materia. Ogni verso è una colonna, ogni pausa una campata, e la costruzione poetica diventa architettura dell’anima.

Questa raccolta è, dunque, il tentativo di trovare la proporzione tra il corpo e la memoria, tra l’ordine e il caos. L’architettura si trasforma in una grammatica poetica: dai solidi platonici e dai trattati di Palladio, alla pietra romanica di Bari che si illumina al solstizio, fino alle rovine di Sibari che parlano di radici. Acri osserva il mondo con occhi di costruttore e di viandante, cercando l'armonia tra vita e pensiero.

Accanto alle architetture reali si muovono quelle dell’animo: i templi interiori dell’amore e della memoria. L'arte visiva funge da soglia e da specchio, chiamando in causa maestri come Mantegna, Botero, Baj e Michelangelo per affrontare il dramma personale, la critica sociale e la ricerca etica. L'opera d’arte è il luogo dove il tempo si ferma e l’essere si interroga.

Il tono è quello di chi osserva, riflette e costruisce ancora — non con il compasso, ma con la voce. L'autore ricerca l'essenzialità, celebrando l'umile matita e la potenza di un segno che sa trascendere la parola. L'anima delle forme è un viaggio nell’interiorità dove il segno diventa voce e la struttura emozione.

Ne scaturisce un dialogo tra le arti e, soprattutto, un invito: ritrovare, dietro ogni costruzione umana, la possibilità di un’emozione vera e di una bellezza che non si lascia demolire. L’Ombra del Tempio è un atto di resistenza alla dimenticanza, un modo per abitare poeticamente il mondo.

Giovanna Buonanno


Indice delle Sezioni

Sezione I – Architettura e Memoria

  • Proporzioni

  • L’Uomo Project

  • Dissonanze

  • Opus Sectile

  • Tetti e Rondini

  • Sotto il Rosone

  • La Chiesa che si fa Palazzo

  • Perdersi e Ritrovarsi

  • L’Ombra del Tempio

Sezione II – L’Arte come Lente sul Dramma Umano e Storico

  • L’Urlo di Cristo

  • Mantegna, Maestro di Pietra

  • Dentro l’Abbondanza di Botero

  • Gli Ultimi

  • Generali di Baj Risorgono

  • Demolizioni

  • La Mia Tempesta

  • Ombra Crepuscolare

  • Visioni Riflesse

Sezione III – L’Essenziale, la Linea, la Memoria

  • Matita

  • L’Essenziale

  • Il Segno

  • Gianfranco

  • Mare Ionio

  • Tra le Rovine di Sibari

  • Cupole Maiolicate

  • Riflessione



Sezione I – Architettura e Memoria

Proporzioni

Pensandoti…
l’architettura si fa musica.

Le costruzioni, semplici armonie geometriche,
in un cosmo di solidi platonici.

Sul tavolo, i quattro tomi del Palladio.


L’Uomo Project

Eccolo!
Con le volute in testa
e il portamento ionico,
che sgomita ottimismo.

Lo studio è una miniera di sogni,
mentre l’architettura corre su binari.

Nel fregio, una pellicola di burocrati
che commiserano sé stessi.

Tutto è ordine,
tutto è moneta.


Dissonanze

I tuoi tempi musicali
non erano in armonia
con la mia architettura.

Uno spartito molto ordinato, il tuo.
Polverosi i miei trattati…
che forse troppo spazio,
in quel momento,
hanno lasciato agli ismi.

Felice di averti incontrato.


Opus Sectile

Marmi rari e lastre sottili,
per le nostre pregiate tessere
dai cromatismi sfavillanti,

non hanno dato seguito all’intarsio:
nessuna figura,
nessuna geometria,
nessuna alchimia.

Un accostamento impossibile, il nostro.


Tetti e Rondini

Nelle ali delle rondini,
libertà sognata.

Hanno lasciato il nido e il vecchio casolare:
architetto e committenza,
insieme a lavorare,
in armonia,
un nuovo tetto da creare.

Vecchie capriate, intagliate con cura e passione,
smontate per far spazio a nuove creazioni.

Un’ascia, un tempo, ora una macchina in azione:
malinconia nell’anima,
nei cuori emozioni.

Nidi caduti a terra,
calcinacci da rimuovere.

Le rondini migrano leggere,
senza bagagli.

Noi umani, nell’accumulo, forse dovremmo scegliere:
ci serve tutto questo,
o sono solo travagli?

Antica capriata, simbolo di dedizione,
nell’arte e nell’umanità un legame profondo,

come il fuoco che consuma, senza distinzione:
vecchi maestri, artefici di un mondo.

Nelle rondini e nelle capriate riflessioni troviamo
sulla libertà,
sull’essenziale,
sul nostro cammino.

Nel cambiamento e nella passione che portiamo,
la bellezza dell’architettura:
un eterno destino.


Sotto il Rosone

Senza volerlo,
l’appuntamento era lì,
sotto il rosone che scruta il tempo
nella pietra chiara di Bari.

Solstizio d’estate.
Il sole, come da secoli,
trapassa i diciotto spicchi
del rosone scolpito,
e li posa — uno a uno —
sul suo riflesso in terra,
disegnato in lastre di marmo
nel pavimento della navata.

Una danza di luce e pietra,
precisa e sacra,

mentre noi —
mia moglie, mia figlia ed io —
con gli occhi in su,
ci lasciamo incantare
dagli archetti pensili,
dalle mensole abitate da grifi,
volti enigmatici,
leoni eterni che custodiscono il vuoto.

Siamo lì,
piccoli sotto un disegno eterno,
tra ombra e materia,
stupore e silenzio.

Così è iniziata
la nostra gita
nel cuore del romanico pugliese,
con la testa colma di luce.


La Chiesa che si fa Palazzo

Aspettiamo,
in uno slargo fermo nel tempo,
mentre lo smog graffia le grate
di finestre dimenticate,
nella curva stretta di un respiro.

Arrivano i committenti,
ci addentriamo nel ventre del tufo:
una cripta scura, scavata d’anima.

E poi lo scalone,
due braccia di pietra
che stringono il vuoto.

Nella navata ora vivono stanze;
solai di putrelle e tavelloni
provano a soffocare
l’eco delle preghiere.

Ma l’arco resiste,
le unghie della volta
ancora graffiano il cielo.

Ai lati, simmetriche presenze:
blocchi nuovi,
senza radici né storia.

Una scala a sbalzo si arrampica
sull’orrore della fretta,
sul disordine dell’uomo.

Ma poi, all’angolo, il miracolo:
si apre il Golfo,
azzurro sconvolgente,
bellezza che schianta,
che annulla il brutto,
che ci fa tacere.

Napoli è anche questo:
rovina e splendore,
ferita e incanto,
un bacio dato al caos.


Perdersi e Ritrovarsi

Cammino per la città,
confondendo l’ordine con il disordine.

Questo disordine barocco che il Fanzago
ha intrecciato nei vicoli, nelle piazze,
nelle chiese, nelle fontane,

dove ogni angolo racconta una storia segreta,
e ogni pietra nasconde un sogno.

L’armonia contrastata
di marmi bianchi e piperno,
di palazzi che sembrano respirare
tra Rinascimento e Barocco,
con i loro portali maestosi
che invitano il tempo a fermarsi.

Il mio camminare è un continuo divenire,
un incessante perdersi e ritrovarsi,
dove ogni cosa diventa il suo contrario,
un gioco di specchi tra passato e futuro.

Tra la folla disordinata,
tra i suoni e i silenzi di questa Napoli
che non smette mai di sorprendere.

Ogni passo è un atto di fede
in un ordine nascosto,
in una bellezza che sfugge
al primo sguardo,
ma che riemerge,
tra il caos e la luce,
in ogni angolo, in ogni volto,
in ogni momento che fugge via.

Napoli è un cuore che batte
tra le crepe del disordine,
e io, con i miei occhi curiosi,
cercando l’ordine nel caos,
continuo a camminare
in questo perpetuo perdersi
e ritrovarsi.


L’Ombra del Tempio

In certi momenti
mi scopro fragile,
un sistema trilitico,
disarmonico di fronte alla tempesta
che l’oggi impone.

Metope e triglifi
si susseguono, spezzati,
tremano sotto l’arco orgoglioso,
sotto volte che il tempo
ha saputo plasmare.

Il nostro amore è un tempio greco,
un’architettura ormai sbiadita,
dove gli ornamenti
vivono solo nell’immaginazione.

Eppure, l’ombra che proietta
è poesia intatta,
un gioco di luci e silenzi
che sulla terra racconta
ciò che il cielo ancora conserva.


Sezione II – L’Arte come Lente sul Dramma Umano e Storico

L’Urlo di Cristo

È un urlo,
il mio Venerdì Santo,
il suo dolore senza misura.

L’urlo greve di un disegno a carboncino
rimbomba tra le pareti del British Museum.

L’urlo di quel Cristo in croce, ancora vivo,
capace di smuovere le pietre di Gerusalemme.

L’urlo di un corpo possente
che, volendo,
spezzerebbe i chiodi che lo imprigionano.

L’urlo disperato
di chi chiede ragione al Padre
dell’abbandono.

L’urlo di un uomo libero, che sceglie.
L’urlo etico, immortale, di Michelangelo.


Mantegna, Maestro di Pietra

Nel marmo delle tele
si scolpisce il tempo:
linee diagonali e chiaroscuro
danzano in eterno.

Il classicismo si fa carne:
figure petrose, teatrali,
un mondo di rocce e di luce,
prospettiva che si apre in volo.

Tra cerchio e quadrato,
nella Camera degli Sposi,
sognano gli angeli affacciati
nel buio del tempo, nel silenzio.

Cristo giace, il tempo si ferma:
ombra e luce in un abbraccio eterno.

Il marmo parla, sussurra vita,
una poetica di pietra, senza fine.


Dentro l’Abbondanza di Botero

Roma, dove l’urbanistica si fonde con la storia.

Io, fuori al Palazzo Bonaparte,
osservo le grate: due stampe su tela,
la mostra fissata nel ferro.

Virginia e Beatrice scivolano nel tempo,
in taxi, verso il nostro incontro.

Mia moglie e mia figlia,
in fila per un frammento d’eterno,
attendono il Maestro.

Io, perso nel tridente della città,
sento echi di discorsi nefasti,
ombre di un passato che stride
con la bellezza rivoluzionaria.

Dentro, infine, il mondo si espande:
le mani del Maestro accolgono nudi abbondanti,
pennellate larghe, ombre lievi,
e tutto si allarga:
frutta, fiori, sogni, potere.

Un Cristo in croce, una Madonna col Bambino —
ecco la tradizione, ecco la denuncia —
la Colombia nella carne,
il peso della povertà e della guerra,
la corruzione gigante, palpabile.

Tra quelle tele, i codici di Giotto e Masaccio,
le proporzioni perfette dell’Umanesimo
si dissolvono in una narrativa
che non chiede misura,
ma un cuore aperto.

E alla fine del percorso,
scendendo i gradini,
lascio le stanze con un’anima piena.

L’arte non ha confini,
e le sue verità,
anche ingigantite,
diventano universali.


Gli Ultimi

Tra gli abissi, le bombe, le macerie…
sono l’immagine inerme
degli specchi di Pistoletto,
che si mescola
con la disumanità del presente.


Generali di Baj Risorgono

Tra vetri rotti e memorie di carta,
i generali di Baj tornano in vita.

Non più su stoffe dipinte a olio,
ma in carne e ossa,
riportati in auge da un nuovo condottiero.

Salvini, nome che risuona come un’eco,
sventola la bandiera di un passato
che non vuole morire.

I suoi cannoni sparano parole d’odio,
frammentando l’Europa
con ideologie di un tempo.

Baj, maestro del collage e della satira,
ora osserva impotente questo teatrino grottesco.

I suoi generali, un tempo marionette ironiche,
ora sono marionette di potere,
mosse da un burattinaio cinico.

Pinelli, l’anarchico idealista,
vola via tra i frammenti di vetro,
cercando un rifugio in un museo illusorio.

Ma l’arte non può fermare l’onda nera che avanza,
non può svegliare le coscienze assopite.

Resta solo il silenzio assordante della storia,
che osserva impotente il ripetersi degli stessi errori.

E Baj, con i suoi generali deformi e grotteschi,
ci ammonisce: la memoria è fragile,
la libertà va difesa.

Perché quando i generali risorgono dai loro quadri,
è l’umanità intera ad essere in pericolo.


Demolizioni

Nella tela della propaganda si dipinge
un quadro in cui tutto vacilla, crolla,
come la dimora di Mario Mafai:
un’architettura di sogni, distrutta.

Sogni squadristi del passato riaffiorano,
ombre di un regime fascista,
spettri che danzano nel presente,
trascinando il Paese verso un futuro oscuro.

Sventramento della carta costituzionale,
sacrificata sull’altare delle ambizioni politiche;
i fasti di un nuovo imperialismo emergono,
mentre la democrazia viene erosa, erosa.

Ritorno a giorni cupi e feroci,
eco di una dittatura violenta e oppressiva:
un’ombra che si allunga sulla libertà,
mentre il popolo si sente prigioniero del destino.

Telegiornali dipingono un’immagine illusoria,
in un mondo di menzogne e apparenze,
come il sorriso di chi nasconde il dolore:
la realtà scompare dietro il sipario della propaganda.

Ma come Mario Mafai, io osservo
la demolizione silenziosa della democrazia,
nelle crepe che si aprono nell’edificio sociale,
dove le fondamenta della giustizia si indeboliscono.

Eppure resistiamo, come foglie al vento,
testimoni di un’epoca che si sbriciola,
nella speranza che sorga la luce
oltre le macerie della nostra costruzione.


La Mia Tempesta

Nel mulinare di lenzuola,
al ritmo del tuo respiro,
tutto si contorce davanti ai miei occhi,
che disperatamente cercano nuovi orizzonti.

In questa concitata espressione della realtà,
come Kokoschka, vedo la fine
del nostro devastante amore.


Ombra Crepuscolare

Sono triste, guardo la mia ombra,
che si materializza come le sagome
di legno di Mario Ceroli.

Prende vita: ne percepisco il profumo,
del legno appena tagliato.

Mi riconduce alle radici,
al fascino del suono del legno,
alla sua narrativa antica.

Oggi come ieri, mi porto
le tarme tra i pensieri
e lo scuro dei nodi,
tessendo storie di malinconia,
echi di tempi andati,
che risuonano sommesse
nel crepuscolo dell’anima.


Visioni Riflesse

Sotto un cielo grigio
osservo il mio quartiere.

Guardo l’insieme,
con l’età ho perso i dettagli.

Penso alle fotografie di Robert Doisneau:
momenti di condivisione e grande amicizia,
parole che sembrano uscire dall’otturatore
in una battaglia persa.

Vediamo sempre di più
con gli occhi degli altri.


Sezione III – L’Essenziale, la Linea, la Memoria

Matita

Sottile stelo di grafite e legno,
custode silenziosa di segreti,

tra le dita danzi con leggiadro segno
sulle pagine bianche,
come ali di farfalle inquiete.

Non come la penna, impetuosa e decisa:
la tua essenza è morbida e gentile,
un sussurro che accarezza la carta,
una promessa di parole che prendono vita
in un dolce fluire.

Ogni tratto è un’esplorazione dell’anima,
un viaggio introspettivo,
senza timore di sbagliare.

La gomma bianca, complice amica,
disarma i dubbi e le incertezze
con un tocco leggero.

Nella tua natura transitoria risiede la tua forza:
la capacità di mutare, di adattarsi al divenire,
un inno alla flessibilità che il tempo non percuote,
un invito a ricrearsi, a vivere senza freni.

Simbolo di libertà e di provvisorietà,
la matita insegna a non temere il cambiamento,
ad abbracciare l’imperfezione con serenità,
nella danza eterna tra il bianco e il nero,
tra il presente e il niente.

Ecco perché ti canto, o umile matita,
strumento di poeti e di sognatori:
la tua voce silenziosa incita l’anima
a lasciare un segno indelebile
sui fogli della vita.


L’Essenziale

Ah, se con poche parole
riuscissi a trasmettere le giuste emozioni!

Sarei come le bottiglie di Morandi,
che con pochi colori l’hanno reso poetico.


Il Segno

Tra i versi che riempiono la pagina
si perde il filo di ciò che l’arte insegue.

Le parole spesso si dissolvono nel vento,
mentre l’arte trascende, oltre il momento.

Con una linea, Miró parlava all’anima:
una lingua senza confini, senza dogma.

I suoi segni erano semplici, ma profondi,
contenitori di significati intriganti.


Gianfranco

Amico mio, oggi cosa si nasconde
nel tuo blocco di marmo?

Se dovesse celare il mio volto,
non ti preoccupare:
è solo perché mi manchi tanto.

Semplicemente,
Franco.


Mare Ionio

Neanche questo sole “impressionista”,
che si riflette su questo svogliato mare,
mi allontana da te.


Tra le Rovine di Sibari

Dopo tanti anni, eccomi qui,
tra le rovine sepolte, dove il tempo
ha intrecciato storie e sogni di gloria,

in un’antica città che ancora respira,
sotto il peso dell’alluvione del Crati e del Coscile.

Il canto delle cicale accompagna i miei passi,
in questa calura d’agosto, tra le vestigia
che furono, prima greche, poi romane.

Mi perdo tra le vie dove la democrazia
ha forse seminato la sua fatica,
tra questi fiumi che portano via il passato,
ma non il ricordo.

In Calabria, tutti attendiamo un nuovo Pitagora,
un faro che guidi il nostro cammino.

Ma io, tra queste pietre antiche,
attenderei Pericle, con la sua saggezza,
a tessere ancora i fili della nostra identità.

Calabrese, nato nella valle del Crati,
sento dentro un orgoglio sottile,
come se queste rovine parlassero di me,
di un’eredità che scorre nelle vene,
di una civiltà evoluta, che vive ancora
in ogni sasso, in ogni passo.


Cupole Maiolicate

Chi lo sa se qualcuno di voi
se ne ricorda?

Io l’ho ripercorso con tanta nostalgia,
l’itinerario di quelle cupole maiolicate,
per quell’esame mai sostenuto.

Ho seguito l’esplosione di colore di quelle squame,
in lungo e in largo per la città:
quella fuori le mura,
quella angioina e aragonese,
quella greco-romana.

Stanco del cammino,
nei cromatismi di quelle formelle scintillanti,
riflesse dalla luce,
ho rivisto gli zaini colorati
e i nostri volti sorridenti.


Riflessione

Nel sol dell’esistenza dipingo memorie,
serenità camuffata, vita nei colori.

Accolgo il mondo con pennellate decise,
autoritaria danza, eterna trasformazione.

Luce che abbraccia, forza nel rinnovamento,
nel caleidoscopio dell’eternità
dipingere il momento.


*****


Nota 

"L'Ombra del Tempio: Versi di Pietra e Luce" non è solo una raccolta di poesie, ma un vero e proprio dialogo tra architettura, arte e vita. L'autore. trasforma il gesto progettuale in gesto poetico, creando una lingua unica in cui concetti come proporzione, campata, solido platonico e opus sectile diventano metafore dell’animo e delle relazioni umane.

L’opera si distingue per l’originalità tematica: l’architettura non è solo descritta, ma vive come metafora del mondo interiore e dei rapporti umani, come emerge chiaramente in versi quali “Il nostro amore è un tempio greco”. La profondità culturale è evidente nella padronanza con cui l’autore intreccia riferimenti storici e artistici – da Palladio a Fanzago, da Mantegna a Michelangelo, da Botero a Baj – e luoghi iconici come il Rosone di Bari, Napoli e le rovine di Sibari, offrendo al lettore continui spunti di riflessione.

La Sezione II, dedicata all’arte, si trasforma in un potente strumento di critica sociale e politica: l’uso di Botero, Baj, Mafai e Pinelli permette di affrontare il presente con uno sguardo critico e di denuncia, denunciando il ritorno di ideologie e la lenta erosione della democrazia.

Non manca la sensibilità emotiva: i versi sull’amore (“La Mia Tempesta”), sull’amicizia (“Gianfranco”) e sulla malinconia (“Ombra Crepuscolare”) bilanciano la speculazione intellettuale e la riflessione filosofica. L’ode alla “Matita” eleva l’umile strumento a simbolo di libertà, provvisorietà e ricerca dell’essenziale, celebrando la creatività come atto vitale e libertario.

In sintesi, L’Ombra del Tempio è un’opera impegnativa e meditativa, che piacerà a chi cerca una poesia capace di fondere riflessione filosofica, critica artistica, sensibilità emotiva e denuncia sociale. È la voce di un costruttore e viandante, che cerca l’armonia in un mondo caotico e invita il lettore a fare altrettanto.

Il Pezzo GLV

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