Dove avevamo lasciato tutto

 


Dove avevamo lasciato tutto

di Franco Acri


Estate, fine anni Novanta. Ero uno studente — ormai fuori corso — di Architettura alla Federico II di Napoli. Mi trovavo a casa, in via San Gregorio Armeno, quando squillò il telefono.

«Pronto?»
«Ciao, sono Leonardo», disse una voce che non sentivo da anni.
«Ciao! Che sorpresa! Da quanto tempo!»
«Ho chiesto il tuo numero a zio Peppe. Anche lui era sorpreso e contento. Tuo padre, poi, è sempre lo stesso: quando gli ho chiesto di te, mi ha risposto con uno dei suoi soliti aforismi.»

Sorrisi.
«Sai, Leo, ho davvero voglia di rivederti.»
«Anch’io. Ho bisogno di raccontarti alcune cose... pesanti. Mi sento perso. E in certi momenti hai bisogno di parlare con chi conosce le tue radici.»

«Alle 13:10 parte un treno per Cosenza. Se mi vieni a prendere, ci vediamo in stazione prima delle 18.»
«Perfetto. Ti aspetto.»

Preparai una borsa con lo stretto necessario. In treno, aprii Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani.
L’avevo già letto, ma stavolta cercavo di capire meglio la voce narrante — se appartenesse davvero all’autore, o a qualcuno che di lui portava solo l’eco.
Il narratore raccontava di un mondo finito, travolto da leggi e destini imposti, di vite spezzate dalla ferocia del fascismo e dalla deportazione.
Un mondo perduto, che nessuno era riuscito a salvare.

Mi chiesi se anche io fossi in viaggio per tentare lo stesso, ma in un modo diverso: non per riscattare una storia collettiva, ma per ritrovare un’amicizia, un frammento di noi che il tempo aveva disperso.
E se fosse ancora possibile cambiare il finale.

Quando arrivai, il sole era ancora alto. Giugno ha questo potere: le sue giornate sembrano eterne. Leonardo mi abbracciò forte, ma i suoi occhi erano pesanti.

«Cosa è successo?» chiesi.
«È finita con mia moglie. Penso in modo definitivo.»
«È solo questo? Di salute tutto bene?»
«Sì. Ma è nostra figlia che mi distrugge. È piccola, ha bisogno di entrambi. Non so come reagirà.»

In macchina, mi raccontò della casa che avevano costruito insieme, ora diventata una gabbia.
«Ogni mattina è un peso. La cucina ha il suo profumo, il salotto è pieno dei suoi silenzi. Vivo in un museo della mia vita passata.»

Leo era sempre stato testardo. Ogni idea, un confronto. Ma ora la sua fragilità mi spingeva a non tacere.

«I tuoi ti aspettano?» chiese.
«No, sanno che sono con te. Non ho fretta.»
«Aperitivo?»
«Ottima idea.»

Ci fermammo in un locale che ci riportò indietro nel tempo. Poi salimmo in montagna, al nostro ristorante di sempre.

Durante la cena, mi chiese degli studi.
«Dopo anni sprecati tra amori e sogni, sono quasi arrivato. A breve mi laureo.»
«Fantastico! Hai già pensato a come festeggiare?»
«No. Non voglio farne un evento. Forse ho paura. Finché studio, sono ancora in gioco. Dopo, dovrei essere ‘l’architetto’. E non so se voglio esserlo davvero.»

Gli raccontai dei nuovi amici, più giovani.
«Una seconda giovinezza. Ci hanno riportati in strada, ci fanno sentire invincibili. È grazie a loro se le moto non sono finite nei garage.»

Parlammo anche del suo lavoro alla Citroën. Poi, fumando una sigaretta nel silenzio della notte, dissi:

«Sai, Leo, forse il problema non è quello che è successo, ma come lo guardi. L’amore non è un contratto. È qualcosa che respira. Le persone cambiano, e a volte si perdono. Ma questo non è un fallimento. È solo vita.»

Lui guidava in silenzio, assorbendo le mie parole. Poco dopo, ci trovammo nel largo dove avevamo passato l’infanzia. Sedemmo su una panchina nuova, in un luogo che pareva immutato. I buchi nel muro, dove da ragazzini nascondevamo le sigarette, erano ancora lì.

«Mi chiedi come ricominciare? Forse non devi fuggire o reinventarti. Guarda: ci siamo noi, c’è questo posto. Non siamo cambiati. Siamo tornati a quello che eravamo.»

Ci salutammo con un semplice:
«A domani.»
«Ci vediamo da Domenico, l’ottico», dissi sorridendo.

Leonardo mi guardò. E nei suoi occhi, per la prima volta, c’era una luce diversa, non spenta dal dolore. Sapevamo entrambi che l’indomani non sarebbe stato una semplice replica dei giorni passati. Ci eravamo ritrovati, ed era bastato poco per sentirci più forti.
Forse aspettavamo solo questo: tornare a discutere per niente, a mettere le mani nei vecchi motori.
Una complicità muta ci univa, come allora.
Provai quasi imbarazzo per l’entusiasmo, ma dentro sentivo una nuova lucidità.
Forse ero pronto. Anche a diventare l’architetto.

Rimasi sulla panchina ancora qualche minuto, osservando il largo addormentato sotto il cielo stellato.
Una brezza leggera muoveva appena le foglie dei limoni alle mie spalle, portando nell’aria quel profumo secco e dolce che sa di estate e di ritorni.

Dalla borsa tirai fuori Il giardino dei Finzi-Contini.
Lo aprii a caso e sfogliai qualche pagina, lasciando che le parole mi scorressero addosso.
Il narratore raccontava di un mondo perduto, di destini che nessuno era riuscito a salvare.

Ma quella era una tragedia della Storia.
La nostra, pensai, era solo una pausa della vita.

E forse, proprio per questo, non era troppo tardi.
Si poteva ancora riallacciare i fili delle amicizie, ricominciare.

La vita, a volte, regala una seconda occasione.
Una seconda giovinezza.
Proprio dove tutto era cominciato.


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