La giustizia in un clic

 




La giustizia in un clic

di Franco Acri

Benvenuti nel meraviglioso Far West 2.0 italiano, dove il codice penale rischia di essere sostituito dai “mi piace” e la Costituzione diventa un vecchio cimelio da mettere da parte davanti alla spettacolarizzazione della forza.

L’ultimo episodio della saga “Fai da te tricolore” va in scena a San Benedetto del Tronto. Protagonista è l’imprenditore Giuseppe Barboni, ex lottatore di MMA, militante del movimento Futuro Nazionale e presenza conosciuta negli ambienti della destra di governo.

I fatti, ormai diventati virali, sono noti: un cittadino iracheno, secondo le ricostruzioni, in evidente stato di alterazione blocca il traffico. La polizia, racconta Barboni, sarebbe già intervenuta più volte senza riuscire a risolvere la situazione.

E allora arriva il nuovo eroe del quartiere.

Nessun bisogno di attendere le istituzioni: prima l’immobilizzazione, poi la violenza fisica. Il tutto ripreso e pubblicato sui social. Perché ormai sembra valere una nuova regola: se un'azione è condivisa online, allora deve essere anche giusta.

La domanda diventa inevitabile: se la giustizia ha bisogno di una telecamera per esistere, che giustizia è?

Prima si alimenta la rabbia, poi si prendono le distanze

La reazione del mondo politico vicino al protagonista della vicenda rappresenta un curioso esercizio di equilibrio.

Il generale Roberto Vannacci, considerato un riferimento ideologico da molti suoi sostenitori, dopo aver visionato il video ha preso le distanze dichiarando:

"Sono sempre stato contrario alla violenza se non giustificata da difesa, e questo non mi sembra il caso."

Una posizione che, sul piano dei principi, appare inevitabile. Ma lascia aperta una domanda più ampia.

Quanto è facile alimentare per anni un clima fatto di paura, insicurezza e sfiducia nelle istituzioni, e quanto è difficile poi controllare le conseguenze quando qualcuno decide di trasformare quella rabbia in azione?

Perché il confine tra la richiesta di sicurezza e la cultura del giustiziere personale è molto sottile.

La Repubblica dei social

Siamo arrivati a un punto in cui la politica non sembra più guidare il consenso, ma inseguire l’algoritmo.

Un video breve, un commento indignato, una valanga di approvazioni o critiche: tutto contribuisce a costruire una realtà parallela nella quale il giudizio pubblico arriva prima ancora di quello della magistratura.

Davanti a un cittadino che decide autonomamente di applicare la propria idea di ordine pubblico, ci si aspetterebbe una condanna chiara e immediata da parte delle istituzioni.

E invece spesso prevalgono il calcolo politico, il silenzio prudente, la paura di perdere consenso nelle fasce più radicalizzate dell’elettorato.

Il risultato è una società nella quale il più forte, o chi riesce meglio a rappresentarsi come tale, rischia di diventare automaticamente il più credibile.

Il vero ferito è lo Stato di diritto

Mentre la Procura di Ascoli Piceno valuterà eventuali responsabilità penali e la vittima, che ha denunciato l’accaduto, seguirà il proprio percorso giudiziario, resta una ferita più profonda: quella della fiducia nelle istituzioni.

Perché una democrazia non si misura soltanto dalla presenza delle leggi, ma dalla convinzione dei cittadini che quelle leggi siano ancora il luogo dove cercare giustizia.

Se per ristabilire l’ordine pubblico non servono più le forze dell’ordine, ma un combattimento di MMA in mezzo alla strada, allora tanto vale abolire i tribunali e affidare le sentenze ai sondaggi online.

Nel frattempo continuiamo ad assistere allo spettacolo dallo smartphone, aspettando che il prossimo algoritmo porti finalmente in tendenza una parola dimenticata:

legalità. Quella vera.

Commenti

Post popolari in questo blog

Alla Bottega di Nonna Elena, un candidato che parla (finalmente) di politica

Quartiere dell’anima Il filo e la pietra