L’Annunziata di Galluccio: la soglia tra due mondi

Analisi visivo-stratigrafica, testimonianze superstiti e ipotesi urbanistiche su un palinsesto romanico-gotico

di Franco Acri

Nota dell’autore

Le fotografie dei particolari descritti in questo articolo sono state volutamente omesse. Viviamo nell’epoca della rapidità delle immagini: mostrare tutto, subito e ovunque ha finito spesso per svuotare il gesto dell’osservare e il piacere della scoperta. Ho scelto pertanto di non aggiungere ulteriori riproduzioni a quelle già ampiamente diffuse, per restituire valore a due esperienze semplici e antiche: la visita diretta al monumento e la lettura attenta del testo. Chi desidererà osservare i segni di cui si parla dovrà recarsi a Galluccio e alzare lo sguardo sulle pietre. Chi vorrà comprenderli dovrà concedere alle parole il tempo che le immagini, talvolta, tendono a sottrarre.

Introduzione

Nel panorama dell’architettura medievale dell’Alto Casertano, la Chiesa dell’Annunziata di Galluccio rappresenta un caso di studio di particolare interesse, rimasto a lungo ai margini dell’attenzione critica. A una prima osservazione l’edificio può apparire come una presenza quasi secondaria rispetto alla vicina e monumentale Collegiata, che domina lo spazio urbano principale. Un’analisi più approfondita delle strutture, dei dettagli lapidei e del contesto storico suggerisce tuttavia una lettura diversa.

L’edificio, verosimilmente sorto tra il XIII e il XIV secolo, conserva numerosi elementi riconducibili alla tradizione costruttiva medievale e sembra aver svolto per lungo tempo un ruolo centrale nella vita religiosa della comunità. Alcuni indizi architettonici e documentari consentono infatti di ipotizzare che esso abbia custodito il Titolo e il Capitolo di Santo Stefano prima di una successiva ridefinizione degli assetti urbani e liturgici che ne modificò funzioni e denominazione.

Il presente contributo propone una lettura visivo-stratigrafica dell’edificio attraverso l’osservazione diretta delle murature, dei dettagli costruttivi e delle relazioni urbanistiche che caratterizzano il centro storico di Galluccio. L’obiettivo non è formulare conclusioni definitive, ma costruire una griglia interpretativa fondata sulle evidenze materiali attualmente osservabili e destinata a essere verificata, integrata o eventualmente corretta attraverso future ricerche archivistiche e archeologiche.

1. L’esterno: stratigrafia della facciata e fasi evolutive

La facciata accoglie il visitatore con un linguaggio architettonico che affonda le proprie radici nella tradizione romanica dell’Italia meridionale. La prima impressione è determinata dalla netta prevalenza dei pieni sui vuoti: la cortina muraria appare compatta e severa, caratterizzata da una limitata presenza di aperture e da una generale assenza di slanci verticali accentuati. La superficie si presenta come una successione ordinata di blocchi lapidei che trasmettono una sensazione di stabilità e solidità costruttiva.

Tale impostazione non risponde esclusivamente a esigenze estetiche, ma riflette una concezione dell’edificio sacro largamente diffusa nel Medioevo, nella quale la chiesa si configura come luogo di protezione e rifugio spirituale, separato dalle incertezze del mondo esterno.

La muratura è costituita prevalentemente da conci di tufo grigio-giallastro disposti in filari orizzontali relativamente regolari, secondo una tecnica assimilabile all’opus isodomum. La scelta del materiale evidenzia uno stretto rapporto con il contesto geologico locale e con le risorse provenienti dall’area vulcanica di Roccamonfina. Colore, tessitura e caratteristiche fisiche della pietra instaurano un dialogo diretto tra architettura e paesaggio, contribuendo a radicare l’edificio nel territorio che lo ha generato.

Un’osservazione più attenta mostra tuttavia come la facciata non costituisca un organismo omogeneo, ma il risultato di interventi succedutisi nel corso dei secoli. Il prospetto conserva infatti diverse discontinuità che consentono di leggere alcune delle principali fasi evolutive dell’edificio.

L’analisi può partire dal basamento, dove sembrano conservarsi le quote più antiche della fabbrica. In corrispondenza dell’angolo si osserva una zoccolatura in pietra vulcanica caratterizzata da una superficie fortemente rugosa, da diffuse alveolizzazioni e dalla presenza di patine biologiche costituite da muschi e licheni accumulatisi nel tempo. Questo elemento appare di particolare interesse poiché potrebbe indicare una sostanziale continuità dell’impianto planimetrico medievale. Pur in assenza di indagini archeologiche sulle fondazioni, le evidenze visibili suggeriscono che gli interventi successivi abbiano interessato soprattutto gli elevati e le finiture murarie, senza modificare in modo significativo la traccia originaria dell’edificio.

Spostando l’attenzione al settore compreso tra l’architrave del portale e la base del rosone, si individuano tre blocchi di tufo disposti verticalmente e inseriti in maniera anomala all’interno del paramento. Tali elementi interrompono la regolarità dei filari orizzontali e si configurano visivamente come chiare tamponature di cavità preesistenti. La loro posizione, sostanzialmente simmetrica rispetto all’asse della facciata, rivela i segni di una precisa carpenteria medievale oggi scomparsa.

L’analisi geometrico-funzionale di questi vuoti suggerisce l’alloggiamento strutturale di una tettoia in legno a falda ordita su tre mezze capriate. Lo schema statico di questa copertura sospesa è perfettamente decodificabile: le tre aperture superiori accoglievano i puntoni principali inclinati per il sostegno del manto di copertura, mentre le tre cavità inferiori ospitavano le saette (o puntoncini di scarico), disposte obliquamente per contrastare la flessione dei puntoni e scaricare il peso proprio e del sovraccarico meteorico direttamente sulla solida muratura in tufo. Questa struttura lignea, concepita per proteggere l’antico ingresso originario, fu rimossa durante le campagne di rinnovamento tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, lasciando come unica testimonianza le macroscopiche cicatrici murarie visibili nel paramento.

L’attuale portale monumentale costituisce il principale elemento di aggiornamento stilistico della facciata. Realizzato in pietra chiara di natura calcareo-arenaria, presenta un impianto classicheggiante caratterizzato da modanature geometriche e da un clipeo circolare recante l’iscrizione «A.G.P. 1612». Più che una completa sostituzione dell’accesso medievale, il portale sembra rappresentare un intervento di monumentalizzazione dell’antico ingresso. La muratura soprastante conserva infatti alcune irregolarità e una porzione di malta grezza con zeppe di laterizi che testimoniano le opere di risanamento e adattamento strutturale necessarie per incastrare e mettere in sicurezza la nuova cornice lapidea.

Proseguendo lungo l’asse centrale della facciata si incontra il grande rosone, elemento di particolare rilievo nell’economia compositiva dell’intero prospetto. Realizzato in pietra chiara e oggi interessato da evidenti fenomeni di erosione superficiale, esso presenta una ruota a sei raggi inscritta entro una serie di ghiere concentriche. L’osservazione delle murature circostanti mostra come i conci di tufo si adattino alla strombatura dell’apertura, suggerendo che il rosone appartenga a una fase costruttiva antica e sia stato fedelmente salvato, protetto e inglobato durante gli interventi successivi, piuttosto che sostituito integralmente.

Al di sopra del rosone corre un cornicione marcapiano fortemente eroso, interpretabile come il limite superiore della facciata medievale originaria. Oltre questa linea la tessitura muraria del timpano triangolare cambia sensibilmente: i blocchi appaiono più regolari, puliti, meno usurati e caratterizzati da giunti freschi privi di usura atmosferica. Tale differenza indica una ricostruzione o un rialzo geometrico del timpano eseguito in epoca recente, probabilmente finalizzato all’adeguamento della copertura in seguito a deterioramenti della struttura antica.

Geometria sacra e luce trattenuta: l’analisi del rosone

Inserito al centro della facciata, il rosone costituisce uno degli elementi più significativi dell’intero edificio, sia dal punto di vista architettonico sia da quello simbolico. La sua posizione, collocata sull’asse principale della chiesa, gli conferisce una funzione che va oltre la semplice apertura luminosa, trasformandolo in un punto di mediazione tra l’esterno e lo spazio sacro interno.

La forma circolare, ricorrente nell’architettura religiosa medievale, richiama tradizionalmente l’idea di perfezione e di eternità. Pur evitando attribuzioni simboliche non documentate, è difficile non riconoscere come tale geometria si inserisca pienamente nel linguaggio teologico e figurativo del Medioevo. L’osservazione ravvicinata consente di mappare con precisione le diverse componenti lapidee del manufatto:

La ruota e i raggi

Il nucleo centrale è formato da una ruota a sei raggi a sezione quadrata e regolare. I bracci, lineari e del tutto privi di decorazioni plastiche o elementi fitomorfi, collegano il mozzo centrale circolare alla ghiera interna, definendo una composizione di grande equilibrio geometrico. Gli spazi aperti compresi tra i raggi risultano leggermente arretrati rispetto al piano principale, trasformando la massa lapidea in una sorta di filtro luminoso. L’effetto che ne deriva non è quello di una semplice finestra, ma di una membrana capace di modulare il passaggio della luce.

La scelta del numero sei potrebbe aver posseduto un significato simbolico legato ai giorni della Creazione che convergono verso l’occhio vuoto centrale, un’assenza che richiama lo sguardo direttamente verso il cielo reale. Tuttavia, in assenza di fonti specifiche, appare più prudente limitarsi a constatare la presenza di una geometria ordinata e facilmente leggibile, coerente con il repertorio decorativo dei lapicidi dell’epoca.

Le ghiere concentriche

L’apertura è definita da una successione di ghiere concentriche digradanti verso l’interno attraverso una serie di rincassi netti e regolari. L’analisi diretta delle superfici smentisce categoricamente la presenza di motivi a treccia, a cordone o a tortiglione; al contrario, le modanature appaiono caratterizzate da un linguaggio severamente essenziale e rigorosamente geometrico-lineare.

I diversi anelli presentano profili costituiti da listelli e gole accuratamente scolpiti, concepiti per accentuare gli effetti chiaroscurali prodotti dall’illuminazione naturale. La progressiva strombatura verso l’esterno favorisce la captazione della luce solare e ne amplifica la diffusione all’interno dell’aula. Particolarmente interessante risulta il contrasto materico e cromatico tra la pietra chiara accuratamente levigata del rosone e la tessitura più rustica e porosa della muratura in tufo circostante. Tale differenza contribuisce a isolare visivamente l’apertura e a sottolinearne il ruolo gerarchico nella composizione della facciata.

La funzione della luce

Nella concezione medievale dello spazio sacro la luce non aveva soltanto una funzione pratica. Essa rappresentava uno degli strumenti privilegiati attraverso i quali rendere percepibile la dimensione spirituale dell’edificio. Anche nel caso dell’Annunziata il rosone sembra partecipare a questa logica. Più che garantire un’illuminazione uniforme dell’aula, l’apertura appare concepita per generare effetti luminosi selettivi e concentrati.

La luce che penetra attraverso la struttura traforata agisce come un vero e proprio riflettore divino, creando fasci radenti ad alta intensità all’interno di uno spazio generalmente raccolto e caratterizzato da una moderata penombra. Nel corso della giornata tali effetti mutano progressivamente, accompagnando il movimento del sole lungo la navata e contribuendo a rendere dinamica la percezione dell’ambiente liturgico, scandendo il tempo sacro della preghiera.

1.1 I fianchi laterali: le monofore strombate

Una dinamica analoga di trasformazione e sovrapposizione delle fasi costruttive è osservabile anche lungo i prospetti laterali della chiesa. Le murature originarie risultano oggi in larga parte occultate da una stesura moderna di intonaco bianco che ne nasconde la tessitura lapidea e rende più difficile la lettura delle diverse fasi edilizie.

In questo contesto assumono particolare importanza le monofore superstiti, tra i pochi elementi medievali ancora direttamente leggibili all’esterno dell’edificio. Le mostre e le profonde strombature delle aperture sono state infatti salvate dall’intonacatura e lasciate a vista, consentendo di osservare la natura dei materiali e alcune caratteristiche della lavorazione originaria.

L’analisi ravvicinata evidenzia una pietra vulcanica scura e fortemente porosa, interessata da fenomeni di erosione superficiale, microfratturazioni e diffuse alveolizzazioni biologiche compatibili con una lunga esposizione agli agenti atmosferici. Tali caratteristiche confermano l’antichità degli elementi e il loro prolungato rapporto con l’ambiente esterno.

Dal punto di vista architettonico, la profonda strombatura delle finestre riveste una funzione essenziale: l’apertura si restringe verso l’esterno in una stretta feritoia e si amplia progressivamente verso l’interno dell’aula attraverso spalle di pietra oblique, agendo come un imbuto ottico capace di catturare la luce solare per rifletterla sulle pareti.

Questa soluzione costruttiva, ampiamente attestata nell’architettura romanica e gotica, rispondeva sia a esigenze statiche (non indebolire la massa muraria perimetrale) sia a precise finalità percettive. La luce non penetrava nello spazio sacro in modo uniforme, ma attraverso lame lucenti controllate che costruivano un ambiente caratterizzato da forti contrasti drammatici tra ombra e luminosità.

L’effetto risultante contribuiva a rafforzare il carattere raccolto e contemplativo dello spazio liturgico, focalizzando l’attenzione del fedele sui punti nevralgici della liturgia. Il netto stacco cromatico tra il bianco uniforme degli intonaci moderni e la pietra scura delle aperture costituisce una preziosa spia stratigrafica per individuare le porzioni autentiche della fabbrica trecentesca.

1.2 La porta laterale in corrispondenza del presbiterio

Sul fianco dell’edificio, in prossimità dell’area presbiteriale e inserita nel sistema murario associato ai contrafforti, si apre una porta laterale che presenta caratteristiche di particolare interesse. L’accesso è definito da robusti piedritti e da un massiccio architrave monolitico in tufo vulcanico locale, elementi che richiamano immediatamente il repertorio costruttivo romanico diffuso in numerosi edifici religiosi della Campania medievale. La tonalità scura della pietra si distingue nettamente dall’intonaco moderno circostante, rendendo questo ingresso uno dei punti nei quali la materia originaria continua a manifestarsi con maggiore evidenza.

Di particolare rilievo appare la lunetta compresa entro l’arco a tutto sesto che sovrasta il portale. Nonostante le inevitabili alterazioni dovute all’esposizione secolare agli agenti atmosferici, la superficie custodisce una sponda visiva straordinaria alla testimonianza degli apparati decorativi perduti all’interno, conservando i resti superstiti di un affresco originario all’esterno. Alcuni residui cromatici di pigmento e sottili linee di contorno rossastre seguono l’andamento e la curvatura dell’arco, a dimostrazione di una committenza medievale ricca e articolata.

L’interpretazione di tali lacerti richiede naturalmente prudenza; lo stato di conservazione non consente una lettura iconografica attendibile né permette di stabilire con certezza l’estensione originaria della figurazione. Tuttavia, la semplice presenza di residui pittorici testimonia che l’aspetto originario dell’edificio fosse sensibilmente più ricco e interamente decorato rispetto a quello oggi percepibile, restituendo un importante valore storico alle pratiche artistiche e devozionali che caratterizzarono la comunità locale.

2. L’interno: l’abbraccio del Gotico e la perdita dell’apparato decorativo

Varcata la soglia d’ingresso, lo spazio interno rivela una configurazione sorprendentemente diversa da quella suggerita dall’aspetto esterno dell’edificio. Alla pesantezza e compattezza severa della facciata corrisponde un ambiente inaspettatamente dinamico e unitario, organizzato come un grande salone rettangolare ad aula unica, nella quale lo sguardo può svilupparsi liberamente senza l’ostacolo visivo o l’interruzione di pilastri o navate laterali. L’organismo architettonico è concepito per favorire la funzionalità liturgica e la partecipazione collettiva.

Le pareti si presentano oggi uniformemente nude, rivestite da un intonaco bianco ed essenziale. Se le guide turistiche descrivono una totale e originaria assenza di apparati pittorici, le fonti documentarie e le memorie storiche locali riscattano una verità drammatica, ricordando come fino a tempi relativamente recenti fossero ancora chiaramente visibili all’interno della chiesa nitide tracce, lacerti e frammenti di affreschi medievali e moderni, oggi purtroppo scomparsi o coperti da interventi incongrui di manutenzione recente. Questa testimonianza orale è fondamentale per restituire alla chiesa lo status di spazio interamente decorato, la cui nudità attuale è l’esito di una perdita patrimoniale e non di una scelta estetica minimalista.

La copertura lignea

Alzando lo sguardo, la navata è coperta da un sistema di capriate lignee a vista. L’osservazione della carpenteria evidenzia la natura recente delle travi, caratterizzate da tagli millimetrici, regolarità degli elementi e bulloni metallici di serraggio moderni frutto di un restauro contemporaneo. Tuttavia, l’intervento ha conservato fedelmente l’originaria logica geometrica medievale, tipica delle chiese degli ordini mendicanti tra il XIII e il XIV secolo. La copertura attuale si configura quindi come una ricostruzione filologica che preserva il principio organizzativo e l’impatto spaziale antico.

L’arco trionfale: la soglia tra due linguaggi architettonici

Lo sviluppo prevalentemente orizzontale della navata trova la sua tesi ingegneristica e il suo culmine nel grande Arco Trionfale a sesto acuto. Questo imponente arco ogivale in pietra grigia a vista funge da cesura spaziale e liturgica: introduce una forte tensione verticale che appartiene pienamente al linguaggio gotico e organizza il passaggio dall’aula dell’assemblea al cuore tecnologico del presbiterio.

Proprio nell’arco ogivale si conserva la data incisa 1610, coordinata cronologica perfetta che si raccorda con il restauro del portale di facciata (1612). L’iscrizione non indica una costruzione ex novo, ma testimonia il grande programma di rinnovamento e consolidamento seicentesco che ha preservato l’ossatura gotica originaria adeguandola alle esigenze dell’epoca.

La sua presenza assume un particolare valore interpretativo poiché introduce elementi della sensibilità gotica all’interno di una fabbrica che conserva numerosi caratteri della tradizione romanica. Più che una contrapposizione stilistica, l’edificio testimonia un momento di transizione nel quale modelli differenti convivono e si integrano in una soluzione architettonica unitaria.

La volta costolonata del presbiterio

Oltre l’arco si apre il vano presbiteriale, coperto da una splendida volta a crociera costolonata. Le nervature lapidee emergono dalle pareti e convergono verso il centro della copertura, organizzando geometricamente la struttura della volta e distribuendo le spinte verso i punti di appoggio. L’adozione di questa soluzione implica competenze tecniche avanzate da parte delle maestranze e genera un significativo contrasto spaziale con la semplicità dell’aula.

Nel punto di convergenza si conserva la chiave di volta circolare scolpita in rilievo con il trigramma cristologico IHS, simbolo della devozione al Nome di Gesù ampiamente diffuso nella spiritualità tardomedievale e moderna.

I contrafforti del presbiterio: il gotico strutturale in elevato

L’analisi dell’area presbiteriale richiede di considerare anche i prospetti esterni, dove si conservano elementi strettamente connessi alla configurazione strutturale del vano voltato. Lungo i fianchi del presbiterio sono infatti presenti due robusti contrafforti per lato, allineati esattamente con i punti nevralgici della fabbrica. Il primo paio si innesta in corrispondenza dell’arco trionfale ogivale interno, mentre il secondo paio corrisponde alla zona terminale di chiusura del volume presbiteriale, là dove la volta a crociera scarica le sue spinte laterali.

Questi speroni murari assolvono a un preciso compito statico e non decorativo: contrastare e scaricare a terra le potenti spinte laterali generate dalla volta in pietra. In una fabbrica in cui l’aula è coperta da capriate lignee – leggere e prive di spinte oblique –, l’introduzione della copertura voltata richiedeva un rafforzamento mirato delle murature perimetrali proprio nei punti di attacco delle nervature. I contrafforti rappresentano la risposta tecnica delle maestranze medievali, che applicarono i principi del gotico strutturale all’esterno della fabbrica.

Visivamente, essi si presentano come masse murarie a scarpa, con un’inclinazione che si allarga progressivamente verso la base per migliorare la distribuzione dei carichi verso il terreno. La loro concentrazione esclusiva nella zona presbiteriale – due per lato, incassati esattamente dove la tensione è massima – conferma la volontà progettuale di realizzare un sistema di rinforzo localizzato e tecnicamente avanzato, escludendo l’ipotesi di un semplice ritmo decorativo diffuso lungo tutto il perimetro.

Attualmente, queste superfici esterne si presentano rivestite da intonaci moderni che uniformano le superfici e occultano la tessitura lapidea originaria. Questi elementi attendono indagini stratigrafiche mirate per verificarne l’esatta cronologia e l’eventuale appartenenza alla fase trecentesca o a consolidamenti successivi; ciononostante, la loro esistenza documenta la complessità tecnica del cantiere dell’Annunziata, punto d’incontro tra tradizione romanica e sensibilità gotica meridionale.

3. Analisi urbanistica e documentaria: il campanile e lo scambio dei titoli

Per comprendere pienamente l’isolamento odierno dell’Annunziata è necessario ampliare lo sguardo oltre il singolo monumento e analizzare le relazioni spaziali con il tessuto urbano circostante, la vicina Collegiata e la torre campanaria. L’assetto attuale è l’esito di un processo evolutivo complesso in cui architettura, istituzioni ecclesiastiche e modifiche urbanistiche si sono influenzate vicendevolmente.

Il campanile isolato nella tradizione medievale

Nell’architettura romanica e gotica dell’Italia meridionale era prassi consolidata progettare la torre campanaria come un elemento totalmente autonomo, isolato e staccato dal corpo principale della chiesa. Questa scelta rispondeva sia a stringenti necessità statiche – per evitare che le forti sollecitazioni e vibrazioni delle campane si trasmettessero alle navate della chiesa – sia a una precisa volontà di affermazione civica e simbolica, trasformando la torre in un fulcro visivo, di avvistamento e di scansione del tempo collettivo nello spazio pubblico.

Questo modello regionale si è puntualmente verificato anche a Galluccio. La torre campanaria nacque in epoca medievale come struttura isolata, ma geneticamente e biologicamente legata alla chiesetta dell’Annunziata, come dimostrano l’allineamento dei corpi stradali e l’uso di blocchi di tufo a vista perfettamente coincidenti per cromia, porosità vulcanica e tecnica costruttiva.

Le analogie architettoniche

Il legame tra l’Annunziata e la torre emerge in modo inconfutabile attraverso due precise corrispondenze formali e strutturali:

  • Le monofore strombate: al livello inferiore del campanile, l’apertura a feritoia nel basamento riproduce fedelmente lo stesso disegno, la stessa strombatura obliqua a imbuto e la stessa proporzione geometrica delle monofore autentiche che si aprono sui fianchi laterali della Chiesa dell’Annunziata. Si tratta della medesima firma tecnica, concepita dalle stesse maestranze nello stesso arco cronologico.

  • Gli archi ogivali: se l’aula dell’Annunziata trova la sua massima tensione verticale nell’arco trionfale ogivale interno, la cella superiore del campanile risponde esattamente allo stesso codice stilistico. Le grandi aperture della cella campanaria abbandonano il sesto pieno del romanico arcaico per aprirsi in archi ogivali slanciati, che riprendono la medesima spinta gotica espressa all’interno della chiesetta.

Nel loro insieme, questi elementi documentano una relazione strettissima tra i due corpi di fabbrica, originariamente parti di un unico polo religioso.

Le attestazioni documentarie e il problema del Titolo di Santo Stefano

Alle evidenze fisiche si affiancano i dati storici d’archivio che completano il quadro politico-religioso dell’insediamento. Le fonti attestano che nel 1443 Papa Eugenio IV stabilì l’unione di tutte le chiese esistenti nel territorio di Galluccio alla Collegiata di Santo Stefano; successivamente, Papa Giulio II decretò che tali chiese fossero ad essa immediatamente soggette, consolidando il ruolo giurisdizionale della Collegiata.

Questi dati confermano l’ipotesi critica secondo cui l’attuale Chiesa dell’Annunziata fu, con ottima probabilità, la sede originaria del Titolo e del Capitolo di Santo Stefano, vero e proprio cuore pulsante della comunità prima della rotazione dei baricentri urbani.

La torre fagocitata: l’incorporazione strutturale nelle cappelle

Proprio la natura isolata e autonoma del campanile medievale nello spazio pubblico ha reso possibile il successivo e singolare sviluppo urbanistico di Galluccio, definendo lo scenario della torre fagocitata. Quando in epoca moderna si decise di edificare la nuova, monumentale e imponente Chiesa Collegiata, l’area prescelta andò a occupare proprio lo spazio cerniera che separava l’antico tempio (l’Annunziata) dal suo campanile autonomo.

L’innesto tra la nuova grande fabbrica e la torre medievale si è compiuto attraverso un’autentica fagocitazione strutturale: la Collegiata è avanzata verso il campanile fino a toccarlo e a inglobarlo completamente. Oggi, infatti, la torre occupa lo spazio di una delle cappelle laterali della nuova chiesa, che l’ha chiusa e murata su due interi lati. Questa assimilazione ha comportato la perdita totale delle antiche monofore su quei due fronti nascosti, trasformando la possente base quadrata in un vano d’altare interno.

L’impatto strutturale è visibile nella mutilazione dello spigolo sinistro superstite, dove la muratura intonacata barocca della Collegiata trancia nettamente l’esposta e ruvida tessitura in blocchi di tufo scuro della torre, intrappolando le monofore strombate a pochissimi centimetri dal nuovo confine murario.

Quando il Titolo di Santo Stefano venne definitivamente trasferito nella nuova ed imponente Collegiata, la vecchia aula trecentesca rimasta isolata venne riconsacrata e intitolata alla Vergine Annunziata, mentre il suo campanile originario rimase un «ostaggio» architettonico incorporato nel nuovo tempio barocco.

4. Il programma della futura ricerca documentale

Le evidenze fisiche, le anomalie e le relazioni stratigrafiche raccolte in questa indagine autoptica aprono interrogativi di enorme portata che l’analisi visiva e formale, da sola, non può risolvere del tutto. Il proseguimento naturale di questo studio richiede pertanto una mirata e sistematica ricerca d’archivio, necessaria per reperire la documentazione storica, le visite pastorali e i registri capitolari che possano confermare, validare e datare con assoluta certezza scientifica tutte le ipotesi strutturali, le tappe evolutive e le dinamiche di trasferimento dei titoli finora riscontrate direttamente sui monumenti.

Conclusioni

La Chiesa dell’Annunziata di Galluccio si riappropria del suo ruolo centrale di prima, vera matrice del Titolo di Santo Stefano, abbandonando i panni di elemento minore o subordinato del tessuto urbano.

La straordinaria stratigrafia della sua facciata, la corretta interpretazione della tettoia lignea a tre mezze capriate ricavata dalle tamponature, la purezza geometrico-lineare del suo rosone e la persistenza dei contrafforti gotici, insieme al drammatico destino del suo campanile originario fagocitato dalla nuova Collegiata, ne fanno un palinsesto monumentale di eccezionale valore storico e architettonico. In attesa dei riscontri d’archivio, le sue pietre dimostrano come l’architettura autentica sappia difendere e raccontare la propria verità storica con assoluta autonomia.

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