Il Gran Ballo dei Generali: tra i "Mostri" di Baj e il ritorno di fiamma per Almirante
di Franco Acri
C’è qualcosa di profondamente grottesco nel panorama attuale del centrodestra italiano, un’estetica che sembra uscita direttamente dai collage di Enrico Baj. Vi ricordate i suoi Generali? Quelle marionette tronfie, cariche di medaglie fatte di bottoni, passamanerie e decorazioni senza senso, con facce che oscillano tra il ridicolo e il mostruoso. Oggi, quel teatro dell’assurdo ha trovato il suo protagonista in carne, ossa e divisa (anche se ormai nell'armadio): Roberto Vannacci.
Il Generale non cammina, "sbarca". Non parla, "bombarda". E lo fa colpendo direttamente il cuore pulsante del sistema: Arcore. Con la grazia di un elefante in una cristalleria di lusso, Vannacci entra al Pirellone e si permette il lusso di chiedere chi sia Marina Berlusconi per parlare a nome di "noi". Una domanda che, se non fosse posta da chi sogna un mondo "al contrario", sarebbe quasi un esercizio di democrazia. Ma qui la democrazia c'entra poco; siamo nel pieno di una gara a chi urla più forte nel vicolo cieco dell'estremismo.
Il gioco del "più a destra di me"
Mentre Noi Moderati tenta di reagire con la dignità di un maggiordomo a cui hanno appena calpestato l'azalea, ricevendo in cambio dal Generale l'appellativo di "lupo che latra sotto l'1%", il resto della coalizione vive un paradosso degno di una commedia di Jonesco.
La strategia per arginare il "vampiro succhiavoti" è di un’ironia sublime: per non perdere i consensi della destra radicale che Vannacci sta fagocitando, Giorgia Meloni e i suoi rispolverano improvvisamente — dopo quattro anni di prudente oblio — la figura di Giorgio Almirante. Proprio lui, il "fucilatore" del pensiero democratico, la colonna portante di un Novecento che molti speravano di aver consegnato definitivamente ai libri di storia (quelli brutti).
L'orticaria che il solo nome provoca a metà del Paese è, per questa destra, un piccolo prezzo da pagare pur di non lasciare l'esclusiva della nostalgia al "Generale Baj". Si gioca a chi è più erede, a chi è più puro, a chi ha il busto di marmo più lucido sul comodino.
La caricatura che spacca il fronte
Vannacci oggi rappresenta l'incubo di ogni segretario di partito: è l’ingombrante incomodo che non puoi invitare a cena ma che ha già le chiavi della dispensa. La Lega, che lo ha usato come un taxi elettorale, si ritrova ora con il conducente che ha deciso di portarsi via l'auto e pure i passeggeri. A Vigevano, ex roccaforte leghista, il "Generale-marionetta" ha lasciato solo le macerie.
Il centrodestra prega per un miracolo, sperando che i sondaggi di ottobre rendano superfluo l'apporto di Futuro Nazionale. Ma la realtà è un’altra: questa destra sovranista, nel tentativo di inseguire l'ultimo grido del radicalismo, è diventata essa stessa una caricatura.
Conclusioni da avanspettacolo
Siamo tornati ai Generali di Baj: figure cariche di una retorica che puzza di muffa, ma che riescono ancora a incantare chi cerca l'uomo forte, o almeno quello che grida più degli altri. Vannacci è la nemesi perfetta di una coalizione che ha passato anni a cercare di accreditarsi come "di governo" e "moderata", per poi ritrovarsi a rincorrere un uomo che cita Almirante tra una polemica sulle preferenze e un’invettiva contro l’editoria "eterodiretta".
Se la politica è diventata questa parata di mostrine e nostalgie da dopoguerra, forse dovremmo smettere di guardare i talk show e tornare a visitare le gallerie d'arte contemporanea. Lì, almeno, i Generali di Baj sono confinati sulla tela. Qui, purtroppo, siedono in Consiglio Regionale e puntano a Roma. E non è satira: è il nostro prossimo ballottaggio.
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