Cronache dal Bar Paradiso
(Versione dell'Architetto)
A San Clemente di Galluccio il tempo non è una linea retta. È un cerchio. Un cerchio che ruota attorno alla facciata della chiesa e ai tavolini del bar. Lo so perché ci giro dentro da anni, come un disco rigato, e ancora non mi sono stufato.
Quando torno dallo studio – stanco, intasato di nodi da equilibrare e forze da contrastare – il mio approdo naturale è via Chiesa. È lì che il Bar Paradiso presidia il corridoio più vivo della frazione. Uno spazio vibrante stretto tra la piazza, che respira a pieni polmoni, e l'ombra protettiva della parrocchia. Praticamente tra Dio e il mondo. Un posto dove puoi peccare con la coscienza a posto, perché tanto il campanile ti guarda e non dice niente.
Al mattino, il sole compie un rito di precisione maniacale: illumina prima la facciata della chiesa, poi gira sulla cortina delle case in tufo. Una carezza dorata che risveglia gli intonaci e scalda il gazebo in ferro. Al mio arrivo, però, il sole è già scivolato dietro la chiesa. Le ombre lunghe e geometriche della facciata si allungano sulla pavimentazione della via, proiettate come righe di un quaderno. E io, seduto lì, cerco di scriverci sopra la mia giornata.
Io faccio l'architetto. Forse per questo guardo le ombre e ci vedo linee, prospettive, tagli di luce. Ma al Bar Paradiso non progetto niente. Mi limito a osservare. In questo scenario, tra gli alberi che regalano sprazzi di fresco e le panchine della piazza schierate come spettatori muti, mi godo la gestione del bar: i proprietari, pur appartenendo allo stesso sangue, mostrano volti e indoli opposte, come se il destino avesse sbagliato i calcoli statici della loro parentela. Per fortuna c'è la signorina simpatica, l’unica non di famiglia, che gestisce il bancone con una grazia chirurgica. Il suo sorriso è capace di alleggerire anche i miei discorsi, che non sono mai leggeri.
Io ordino la mia Falanghina. Un bianco profumato che sprigiona gli odori di questa terra: il mosto vulcanico, l'uva che diventa preghiera. Mentre gli altri affondano nella schiuma tedesca, io tengo il mio calice stretto come una bussola. Ognuno si salva come può.
Il Cenacolo dei "Falsi Tedeschi"
Nel borgo nato dal mosto vulcanico, dove l'Aglianico è sangue, assisto ogni giorno a un piccolo, metodico tradimento strutturale. Al tavolo centrale – protetti dal gazebo come un governo in carica – siedono i "falsi tedeschi". Uomini della terra che dovrebbero avere le dita macchiate dal rosso fermo, e invece stringono calici biondi. Ordinano birra, rigorosamente tedesca. La schiuma leggera diventa il carburante di un cenacolo che sembra uscito dalle pagine di Stefano Benni; una letteratura di strada scritta su sedie scomode e tavolini traballanti, dove la verità si piega volentieri alla necessità di una buona battuta. Io li guardo e sorseggio la mia Falanghina. Ognuno il suo tradimento, penso. Ma è un pensiero gentile, fraterno: in fondo, siamo tutti disertori che hanno trovato lo stesso rifugio.
Nando, il Visionario Enciclopedico Nando è un'enciclopedia vivente che non cita mai le fonti perché, probabilmente, le inventa sul momento. A sentirlo parlare, non sai mai dove finisca la cronaca e dove inizi l'allucinazione. Non chiama nessuno col nome di battesimo; per lui siamo maschere. Una volta mi ha chiamato "Palladio". È convinto che la birra vada guardata e interrogata. La scruta con la gravità di un iniziato, spiegando con foga come il luppolo influenzi la rotazione terrestre. Una volta gli ho chiesto: "Nando, ma la birra ti ha mai detto qualcosa di utile?". Lui ha alzato il calice controluce: "Mi ha detto che tu, con la tua Falanghina, non la interroghi abbastanza".
Rocco, l'Ipocondriaco Pungente Accanto a lui siede Rocco. Vocabolario da primario e salute di ferro, vive per i controlli preventivi. Abita le sale d'aspetto con il cuore. Parla di trigliceridi e analisi del sangue con una naturalezza che lascia interdetto chiunque. Soprattutto il suo fegato. Dice poco, Rocco. Ma quando interviene, è un bisturi. L’altro giorno Nando stava spiegando la correlazione tra luppolo e moti rivoluzionari del 1848. Rocco ha aspettato che finisse, poi ha detto: "E il colesterolo, in tutto questo, dove lo mettiamo?". Silenzio. Poi ha aggiunto: "In lista d’attesa, Nando. Siamo in Campania."
Alfredo, l'Ultimo Artigiano Poi c'è Alfredo, "l'accalappiacani". Il suo atelier è subito dopo il bar. Lì produce cravatte a sette pieghe con una precisione millimetrica. Un'eleganza artigiana ormai desueta ed estinta, come i telefoni a gettoni e le buone maniere. È il custode del decoro; cuce la seta con la pazienza di un amanuense e poi osserva il mondo con la stessa cura con cui rifinisce un nodo perfetto. "Alfredo, ma le cravatte si vendono ancora?", le ho chiesto. Lui ha annuito piano: "Poche. Ma perfette". "E tu ci vivi?". Ha sorriso, ma con un nodo alla gola: "Ci sopravvivo. Ma respiro ancora".
Azelio, detto Popof Al coro si unisce spesso Azelio, "Popof". È il DJ del gruppo, l'uomo del ritmo. La sua voce si innesta nelle battute con la confidenza di chi conosce ogni segreto. Con il suo arrivo, il numero delle bottiglie sale in maniera esponenziale. La ragazza del bar interviene allora con tempismo perfetto: sparisce i vuoti e porta il nuovo giro come una guardia svizzera in un luna park. "Come fai a sapere quando portare la birra?", le ho chiesto. Lei ha indicato il campanile: "L'ombra ha toccato il segno. È matematica."
Il Teatro dell'Umanità
Intanto il Bar Paradiso si popola di assidui nostalgici. La discussione vira sulla politica, sulla filosofia spicciola, sullo sport. Ognuno ha la sua teoria definitiva, trattati sociologici che meriterebbero di essere trascritti per la loro paradossale genialità.
È proprio qui che inizia il mio divertimento. Mi rilasso immerso in questa varietà di contrasti che mi aprono la mente. Mi interrogo sulla complessità dell’uomo e sulla sua semplicità disarmante. Prendi Nando: complesso come un trattato di metafisica, semplice come uno che interroga la birra. Prendi me: architetto che invece di disegnare linee rette, me ne sto qui a guardare le ombre sul selciato.
Tra quella schiuma bionda e l’ombra della chiesa centenaria, San Clemente mette in scena la vita: un mix di tradizioni tradite, diagnosi immaginarie e cravatte perfette. Tutto tenuto insieme dal sapore di una birra ghiacciata e dal piacere purissimo di non essere mai soli. Perché appena ti isoli, arriva Nando con una teoria, Rocco con un sospetto clinico, Alfredo con una cravatta e Popof con una birra.
E la ragazza del bar sorride. Perché lei sa che il tempo, qui, non è una linea retta. È un cerchio. E io ci giro dentro da anni, col mio calice stretto in mano. E ancora non ho trovato l'uscita. Ma forse, in questo corridoio vivo tra Dio e il mondo, l'uscita è l'ultima cosa che serve.
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