Materia e memoria

 




Materia e memoria

Poesie di Franco Acri


Nota d’autore

All’inizio osservavo da fuori. Poi, piano piano, il paesaggio ha cominciato a restituire qualcosa: le geometrie delle strade, la grana dei muri, la spinta verticale del campanile, il profilo immutabile del Monte Camino all’orizzonte. Sono luoghi che attraverso da quindici anni, da quando ho scelto di abitare a Galluccio, percorrendoli in moto o a piedi, fermandomi sulle pietre ad ascoltare il vento. A un certo punto ho capito: non ero io a cercarli, ma loro a cercare me.

Ho iniziato a scrivere quando mi sono accorto che un mondo stava sbiadendo. Le mie radici sono calabresi, ed è da quella terra aspra e luminosa che porto con me il senso di un tempo fatto di pazienza e di gesti ripetuti. Non parlo solo dei mestieri antichi – il sarto, il barbiere – o dei borghi che si svuotano di voci. Parlo di un modo di abitare il tempo che era la norma nella mia infanzia. Quel mondo non è perduto: è depositato in me, nella memoria tattile delle mani di mio padre, nell’odore della legna che la nonna sistemava tra le pignatte, nella precisione delle ombre che il sole disegna sul muro.

Per mestiere faccio l’architetto, e ho scoperto che la memoria non è un archivio polveroso, ma una materia viva che affiora quando impari a guardare davvero. La pietra vulcanica di queste terre che mi ospitano ha una qualità rara: assorbe il suono e lo restituisce mutato, trasformandolo in eco. Qualcosa di simile accade con la parola poetica. Non ricordo per nostalgia, ma per restituire un battito che altrimenti andrebbe perso nel rumore del presente.

In questa raccolta, la memoria ha il peso specifico della pietra e il sapore schietto delle castagne crude; l’amore ha la luce dei lampioni riflessa sull’asfalto bagnato dopo un temporale. Le due cose non si separano: la materia trattiene il respiro di chi l’ha abitata, e il ricordo dà forma allo spazio.

Ho scritto per fermarmi. In un’epoca che corre senza tappe, ho sentito il bisogno di una disciplina del passo, di un ritmo lento che somiglia a quello dei miei vecchi: mani pazienti, occhi che sanno misurare la distanza, parole che non chiedono spazio, ma se lo prendono, come il pino che cresce in silenzio tra le rocce.

Se questi versi riusciranno a trattenere qualcuno, anche solo per un attimo, davanti a una facciata di tufo o all’odore di un camino acceso, allora avranno assolto alla loro funzione: quella di rammendare, per un istante, il tempo.

Franco Acri


I. Radici

Le cravatte di Alfredo

Spesso faccio visita ad Alfredo.
Le sue cravatte
mi riportano alla sartoria,
ai gesti di famiglia.

Macchine che ricamano,
annodano fili.
Stoffe srotolate sul bancone
svelano volti.

Il gesso disegna geometrie
che le forbici separano.
In quel gesto antico
ritrovo mani pazienti,
che sapevano cucire il tempo.


La sera

Quando rientro a casa
il fumo dei camini
mi porta indietro nel tempo.

Odore di legna,
atavico.

E sono di nuovo bambino:

porto i ciocchi di legno
che la nonna sistema
tra le pignatte,
con legumi
dalla forma classica.

Rivedo
le mie piccole dita
tra quei manici torti.


Oro d’autunno

In autunno,
quando il cielo è fuoco
e i colori sanno di frutta,
resto seduto
a mangiare castagne.

Crude, al sole.
Le sguscio una a una,
tolgo la pellicola amara,
paziente.

È un rito di sapori schietti,
una consistenza croccante
che apre il respiro.

Mi riporta ai banchi di scuola:
le tasche piene,
le unghie annerite,
e le pause,
finalmente,
dolci.


L’architetto orologiaio

Architetto,
rammendo il tempo per diletto.

Vivo in una facciata di tufo
in Piazza Orologio.

Il quadrante non c’è.

Eppure il battito insiste
nel vuoto delle notti,
tra i disegni e lo scroscio
sulle pietre della piazza.

La pioggia si fa bilanciere:
il pensiero è la carica,
la spirale
oscilla
e scrive
al ritmo esatto del respiro.


La disciplina del passo

Nati nel tempo lento dell’attesa,
quando il domani si costruiva a mano,
non cercano scintille:
hanno un calore che non tradisce.

Niente fanfara,
nessuno schermo.
La vita è un nodo,
un patto che non fa rumore.

Mani di costanza,
il caffè, la terra, il peso giusto.
Misurano il coraggio sulla distanza
senza chiamare il mondo.

Qui il tempo non corre:
scava, ritorna, resiste.
E loro restano — radice, colonna —
stanchi e fedeli al passo.

Gli altri sono partiti,
dietro luci più veloci.
Qui resta la terra
e il passo che la conosce.


II. Geografie

Pietra

Da sempre
volto delle città,
nervo delle civiltà.

Non inquina:
è già nel luogo,
al luogo ritorna.

Non invecchia.
Resta.


Monte Camino

Vengo da orizzonti lunghi,
terre dove lo sguardo
non trova muri.

Qui l’orizzonte
ha un nome
e una fronte:
Monte Camino.

Mai, per la sua postura,
l’ho visto bianco di neve.
Ma sempre nudo di roccia,
disegnato da ombre
che conosco
una a una,
anno dopo anno.

Sono tagli netti sulla pietra
e m’insegnano
da che parte stare.

E l’altra parte,
quella che non vedo,
la lascio
all’immaginazione.


La pietra e il campanile

La montagna veglia,
alta e scabra,
immobile nel tempo.

Sotto,
il campanile della Collegiata
sale nel cielo
come una guglia di pietra.

La chiesa accanto,
sobria.
Il pronao,
le arcate bianche
che aprono lo sguardo
alla quiete.

Sul sagrato
non domina la voce degli uomini.

Resta il silenzio:
pieno,
denso,
che tiene insieme
la montagna,
la chiesa,
il campanile
e il tempo lento.


Cavelle

Lascio la moto
sul cavalletto.
Entro.

Nel borgo
le prospettive si confondono:
il vecchio si accalca
al nuovo
che tarda a invecchiare.

Lampioni,
ancora estranei.

Eppure qui
mi sento a casa.

Domina il silenzio,
le pietre mute,
e i versi
nelle crepe dei muri
che nessuno
sa più leggere.


Piazza e cielo

A volte resto seduto in piazza,
di fronte alla facciata della chiesa.

Il campanile,
con l’orologio,
trattiene quel tempo.

Muri tirati su in fretta,
con materiali umili,
nell’urgenza
di restare.

Una brezza ostinata
porta odore di mare,
una macchia indelebile.

Sopra,
un cielo trasparente.

Sfoglio il giornale:
tra le pagine
il declino,
già stato.


San Clemente

Le volte, l’arco
che separa i vani.

Dallo studio al barbiere,
dal sarto al bar:
la stessa pietra
regge e divide.

Qui i muri bevono.
Il tufo assorbe
e restituisce.

Le parole escono umide,
l’inchiostro cede,
sbiadisce piano.

Dalle cantine
guardo il foglio:
oggi scrivo.

La pietra
trattiene.


Pietra viva

Qui il tempo non passa,
affiora.

Borgate,
schegge conficcate
nella roccia,
dove i muri trattengono
il fiato di chi è restato.

La pietra vulcanica
non si piega:
ha una schiena dritta
che non conosce declino.

I borghi sono pergamene di tufo,
dove passato e presente
si scambiano il posto
a ogni colpo di vento.


Pietra, fuoco e vino (Il rito)

Il tufo,
scavato a banchi,
apre grotte di silenzio.

Custodisce
il respiro
di tini e botti.

È il vino
delle pendici vulcaniche:
aglianico
dai riflessi d’incendio.

Disegna le colline
tra brezza e sole,
e accende nel paese
un rito antico,
un sangue
che sa di festa.


Sipicciano

Disegnato in autunno,
questo borgo,
per un’amica cara.

La grafite scava tra le pietre
e ne svela l’osso.

Poi il cielo vira,
accende altri colori.
Il campanile si fa rovente:
la cuspide,
un fiammifero che brucia
contro l’ombra.


Declino

La società non è lava.
È frana.

Smottamento lento,
voce senza eco.

Non ascolta la pietra:
la sostituisce.

Cede i cantonali,
dimentica l’appoggio.
Non sa più
ricostruire.

Sopra i muri maestri,
l’azzardo.

Sopra il tufo che respira,
il cemento.
Soffoca.

Volumi alzati
senza base.

Vetri che specchiano il vuoto:
sfregio.

Le pietre ferite:
pesi estranei,
luce negata,
voce chiusa
sotto un peso senza radici.

E tutto cede.
Piano.

Vaglie 

La piazza.
La chiesa.

Qui il nuovo
tradisce la pietra.

Non porta.
Non regge.
Non serve.

È solo ornamento:
pietra straniera,
senza verità.

Non parla,
non lega.

Sulla facciata
è disturbo.

La pietra ha senso
solo quando è autentica.

Questa
ha dimenticato

III. Memoria e poesia

Memoria verticale

La poesia è un pino:
non chiede spazio,
se lo prende.

Affonda
dove la parola
si fa terra.

Cresce in silenzio,
senza fretta
di diventare altro.

Resta.

Nel vento si piega,
ma non si concede.

I rami fanno ombra
a un segreto
che non ha bisogno di voce.


Il pino

Se l’è portato via il vento,
il grande pino.

È caduto
con tutte le sue chiome,
in un silenzio
senza respiro.

Steso a terra,
orizzontale,
come un ricordo
che non si rialza.

Poi il sole —
puntuale
come un perdono —
ha illuminato il vuoto.


Luoghi invisibili

Ci sono luoghi
che non esistono sulle mappe.

Si attraversano chiudendo gli occhi,
si riconoscono
senza coordinate.

Sono fatti di attese,
di ritorni mancati,
di presenze leggere.

Non si visitano:
si abitano.


Senza immaginare

Abbiamo vissuto
senza immaginare.

Attraversando giorni
come stanze già viste,
tra le strade del borgo
senza guardarci.

Poi qualcosa si è incrinato,
senza rumore.

Le pietre, le case
hanno smesso
di essere sfondo.

Non era il mondo a cambiare:
eravamo noi
a prendere le misure del buio
per trovarci,
dentro,
la luce.


Il vento che dice

Il vento accompagna la mia insonnia,
non chiede,
non consola:
dice.

Singhiozza piano
tra le pieghe della notte,
e nel suo dire
mi scioglie,
mi quieta.

I pensieri si fanno corpo,
carta che trema,
foglia che gira
in un vortice senza nome.

Non resta che un passaggio:
una traccia lieve,
quasi sottratta.

La poesia sfugge
come fanno le cose vere.

E vive altrove:
nel ricordo quieto
di chi mi respira accanto
e continua ad amarmi.


IV. Attese

Quarantena

Sono paziente
come una meridiana.

Tra libri dimenticati,
chitarre mai suonate,
cornici
con foto sorridenti.

Sulle pareti
paesaggi
che sanno di finestre chiuse.

Un angolo immobile,
dove nulla è mutato.

Un amore non vissuto,
un mondo mai veduto.

Questa attesa
è un quadro metafisico.

Presto uscirò
da questo telaio
per cercarti.


Un attimo di calma

Sulle spalle
il peso
di questo vivere
senza tappe.

Ho bisogno del mare:
del frastuono della risacca,
delle case vuote
che sanno di vento.

Vivere il presente,
non il domani.

Fermarmi.
Poggiare gli attrezzi.

E restare
finché la pietra,
in silenzio,
torni a parlare.


Il nostro autunno

Ricordi?
Era autunno
quando ho posato le mani
sui tuoi fianchi
e ti ho baciata.

Nel chiarore
di una luna affievolita
da nuvole pesanti
di pioggia.

Rincasammo
tra strade lucide
sotto i lampioni,
con i vestiti
zuppi d’acqua.

Nello specchio,
lo splendore
dei nostri anni.


Biancone

Quest’anno, il vuoto.

Non il piumaggio chiaro,
né il volo largo,
a Spirito Santo,
signore delle correnti.

Lo cerco, ma lo sguardo
inciampa sulle poiane.

Temo
di non vederlo.

Il suo silenzio
è migrato altrove.

Mentre il sole sale
e le giornate si allungano,
un’ombra nella mente
allunga il passo.


Quarta di copertina

C’è un tempo che non si misura, ma si attraversa.
Sta nelle mani che lavorano, nei muri che trattengono il respiro, nei gesti ripetuti che costruiscono una vita senza far rumore.

In queste poesie, la pietra non è solo materia: è memoria viva. I borghi, le strade, i campanili e le case di tufo diventano luoghi interiori, dove il passato non si conserva, ma continua ad affiorare. È un mondo fatto di lentezza e precisione, di sguardi che sanno riconoscere il valore delle cose essenziali.

Franco Acri, architetto e poeta, attraversa lo spazio come attraversa il tempo: cercando un equilibrio tra ciò che resta e ciò che cambia. Le sue parole hanno il passo misurato di chi conosce il peso delle cose e la pazienza necessaria per nominarle.

Materia e memoria è un libro che non cerca di trattenere il tempo, ma di dargli forma. E invita il lettore a fermarsi, anche solo per un istante, davanti a una pietra, a un odore, a un ricordo — per scoprire che è lì che la vita continua a parlare.

Vaglie 

La piazza.
La chiesa.

Qui il nuovo
tradisce la pietra.

Non porta.
Non regge.
Non serve.

Ornamento.

Pietra non del luogo,
senza verità.

Non parla.
Non lega.

Sulla facciata,
disturbo.

La pietra ha senso
solo quando è vera.

Questa
ha dimenticato.

Vaglie (versione finale rifinita)

La piazza.
La chiesa.

Qui il nuovo
tradisce la pietra.

Non porta.
Non regge.
Non serve.

È solo ornamento:
pietra straniera,
senza verità.

Non parla,
non lega.

Sulla facciata
è disturbo.

La pietra ha senso
solo quando è autentica.

Questa
ha dimenticato.

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