L'Europa chiama, il talento latita: Benvenuti nel Governo del "Tanto vale tutto"
L'Europa chiama, il talento latita: Benvenuti nel Governo del "Tanto vale tutto"
di Franco Acri
C’è una notizia che sta facendo tremare i polsi a Palazzo Chigi, o almeno dovrebbe, se solo i nostri governanti avessero il tempo di scollarsi da Instagram tra un reel e una card propagandistica. Il Parlamento Europeo ha appena dato il via libera alla nuova direttiva anticorruzione. E indovinate un po’? L’abuso d’ufficio, quel fastidioso reato che il Ministro Carlo Nordio ha cancellato con la stessa leggerezza con cui si spolvera una scrivania, deve tornare.
In Europa lo chiamano «esercizio illecito di funzioni pubbliche». A casa nostra, lo chiamano "libertà di manovra per i colletti bianchi". Ma la pacchia, a quanto pare, è finita prima di iniziare.
Se lo possono fare loro, può farlo chiunque
Osservando l’attuale classe dirigente, il cittadino medio è colto da un’improvvisa ondata di autostima. Se un sottosegretario può confondere la storia con il folklore e un ministro può smantellare reati come fossero costruzioni Lego, allora chiunque può ambire allo scranno più alto. È la democrazia del "minimo sforzo": non serve competenza, basta la fedeltà alla linea (e magari un buon filtro per le foto sui social).
Siamo di fronte a un paradosso vivente: un governo che urla "sovranità" ogni due minuti, ma che finisce regolarmente isolato a Bruxelles, costretto a rincorrere direttive che aveva provato a boicottare fino all'ultimo secondo. L’unico a resistere, coerente nel suo isolamento, è Roberto Vannacci. Un uomo, un mondo a parte.
Robin Hood al contrario: togliere ai poveri, coccolare i ricchi
Mentre si discute di come proteggere i politici dagli "impicci" giudiziari, la realtà fuori dai palazzi è un’altra. Hanno smantellato il Reddito di Cittadinanza con il piglio dei moralizzatori, spiegandoci che i poveri devono "attivarsi". Peccato che l’unica cosa che si sia attivata sia la protezione verso i poteri forti.
Il mantra è chiaro: quando servono soldi, non si vanno a prendere dove ci sono (banche, grandi patrimoni, colletti bianchi), ma si taglia il welfare. È una riverenza verso il potere che rasenta il feudalesimo.
La tragedia della realtà e la propaganda del "pugno duro"
Mentre il Governo strizza l'occhio a chi abusa delle gare pubbliche e depotenzia gli strumenti anticorruzione, la realtà quotidiana presenta conti salatissimi, a partire da dove il Paese si costruisce: la scuola.
L'ultimo, agghiacciante caso dell'accoltellamento di una docente da parte di un alunno di soli 13 anni è la fotografia dolorosa di un mondo lasciato a se stesso. È l'emblema di un disagio sociale profondo e di un'istituzione scolastica che, anziché essere il baluardo della cultura e della coesione, diventa luogo di frontiera, privo di risorse e di dignità.
Non è con il "pugno duro" posticcio, con l'innalzamento delle pene per ogni devianza mediatica, o con le "bocciature facili" che si affronta un dramma simile. È il fallimento di un'intera società e, soprattutto, di una politica che preferisce la propaganda securitaria agli investimenti reali.
Abbiamo insegnanti con stipendi da fame, professionisti della cultura che non hanno i soldi nemmeno per comprarsi un libro, e un sistema che collassa. Il Governo, però, invece di investire seriamente nell'istruzione, nello sportello psicologico, nel supporto alle famiglie e nelle periferie, si occupa di proteggere l'abuso d'ufficio e di inseguire fantomatici reati, convinto che la paura sostituisca la presenza dello Stato. La sicurezza vera non si fa con le manette facili, ma garantendo la dignità di chi insegna e il futuro di chi impara.
La caduta libera
I sondaggi iniziano a dare ragione a chi vede il re nudo: Fratelli d'Italia cala, il "campo progressista" sorpassa la destra. Forse gli italiani iniziano a capire che tra un video su Instagram, una realtà fatta di dazi e inflazione, e un'istruzione che precipita nella violenza, c'è un abisso che nessuna narrazione propagandistica può colmare.
Giorgia Meloni dovrebbe smetterla di cercare scorciatoie comunicative e venire a rendere conto in Parlamento. Ma forse è chiedere troppo a chi ha trasformato la gestione della cosa pubblica in una mediocre sessione di televoto.
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