Franco
Acri
IL
ROVESCIO DEL FOGLIO
Poesie
A
Giovanna,
il mio
porto, la mia argilla, la mia luce.
Nota dell'Autore
Scrivere, per me, non è mai stato un esercizio della sola mente, ma un
gesto fisico.Un prolungamento delle mani: quelle che modellano l’argilla, che
cercano una forma, che sbagliano e ricominciano.
In queste pagine ho raccolto frammenti di un dialogo che mi accompagna da
anni: quello tra la materia che resiste — la pietra, il legno, il corpo — e il
tempo che scorre, spesso senza lasciarsi afferrare.
All’inizio la mia poesia nasceva dal bisogno di fermare un istante:
un’attesa, un viaggio, una scena domestica. Poi lo sguardo ha incontrato altro:
il rumore continuo, le notifiche, la distanza crescente tra ciò che viviamo e
ciò che vediamo.
Questi testi sono nati dentro questa tensione: nel silenzio di un museo,
davanti al rigore di Mantegna o alle prospettive sospese di De Chirico, ma
anche nella luce fredda di uno schermo. È in questo scarto che cerco di restare
umano.
Non troverete qui una forma compiuta, ma un ritmo. Qualcosa che continua a
muoversi, anche quando rallenta. C’è la memoria, che non conserva ma trasforma.
C’è la materia, che trattiene e restituisce. E c’è un tentativo: dare misura a
ciò che misura non ha.
Questo libro è per chi non smette di cercare, per chi continua a girare il
foglio, convinto che anche sul rovescio possa ancora passare una luce.
Franco Acri
I. L'IO E IL
TEMPO
Gnomone
Oggi sono uno gnomone
senza sole.
Misura nuda,
senza ombra che segni il passo.
Centro fermo
di un giorno che manca,
resto nel punto esatto
dell'attesa.
Trittico
I.
L'urto
Basta un nome,
detto piano.
Cade — preciso —
nel punto dove non guarisco.
Il tempo si piega,
non va avanti:
ritorna.
Ciò che credevo dimenticato
aspettava me,
più lento, più fragile, più vero.
La gelosia non ha volto,
è un'eco tardiva,
una ferita che impara a parlare
quando ormai non posso rispondere.
E resto lì, inerme,
a capire tardi
che l'amore non finisce:
si nasconde nel tempo
per tornare a chiamarci.
II.
La stanza del passato
Non
è il ricordo che torna:
sono io che entro
in ciò che credevo finito.
Un suono, una luce inclinata,
un nome sfiorato —
e tutto si riapre.
Le
stanze sono le stesse,
ma io no.
È questo che ferisce:
non il passato,
ma la sua fedeltà,
lo scarto invisibile
tra ciò che so adesso
e ciò che ho vissuto senza capire.
E
resto sospeso,
in bilico tra due tempi,
a riconoscere, tardi,
che certe verità non accadono:
ritornano.
III.
Il filo disteso
Non tutto ritorna per
ferire.
Alcune cose imparano il silenzio,
si fanno lievi.
Ritornano — ma senza urto,
senza domanda.
Come luce su una stanza conosciuta
che non chiede più spiegazioni.
Ciò che era nodo
ora è filo disteso,
ciò che era mancanza
non reclama più.
Non è pace, non del tutto.
È un modo nuovo
di stare accanto a ciò che è stato
senza volerlo cambiare.
Il passato non chiede di
essere vinto,
ma solo
di essere lasciato andare.
Lo specchio degli anni
Se
leggessi i tuoi anni al contrario,
direbbero lo stesso volto.
Saresti ancora quel ragazzo,
il sorriso acceso,
con un quaderno che tiene insieme il mondo
e la penna aggrappata al girocollo del maglione,
come un segno che non ha fretta di cadere.
Arrivi
così, ogni volta,
con un'ironia che non ha cambiato strada,
capace di spettinare le certezze
e rovesciare la logica
con un gesto leggero.
A
pensarci, sento ancora il banco tremare
sotto il passo dei tuoi pensieri:
fortezze dove raramente sono entrato,
ma che ho imparato a guardare da fuori,
come si guarda una luce dietro una finestra.
Il
tempo si specchia, si volta, si ripete.
Tu resti.
Il rovescio del foglio
Il
Correggio capovolse la tela
per far nascere un dipinto:
un grumo di luce
capace di dare vita
a ciò che è delicato e inafferrabile.
Il
mio girare il foglio
non ha generato la gloria,
ma un chiaroscuro
che somiglia a una linea.
Continuo
a capovolgere i quaderni,
cercando sul retro del mondo
un bagliore
che non sia ancora svanito.
II. L'ARGILLA E
IL SANGUE
L'argilla e la forma
Un
foglio.
Pochi tratti.
Poi il tornio riprende:
l'argilla cede,
materia che si arrende alle dita.
Le
mani insistono,
aprono,
chiudono.
La forma arriva
quando smette
di essere idea.
Diventa
corpo:
schiena contro la luce,
braccia perse nei capelli,
la gonna appoggiata al davanzale.
Materia
che trattiene
il mondo.
Il nostro amore non è un porto
Il
nostro amore non è un porto.
Non cerco la tua pace nel mio palmo,
né il riparo di una carezza stanca.
Il nostro amore non è sonno,
non è il tempo che si acquieta.
Non
ti voglio nel vetro del silenzio,
dove il mondo è rumore trattenuto.
Ti voglio nell’urto, nel fiele,
perché il cammino sia compiuto.
Ti
do una fede che non chiede pegno,
nuda, senza sponde.
Non corregge il tratto del tuo disegno,
ne accoglie le linee e le onde.
Manca
il tempo, fugge via,
ma l’ascolto non è cortesia:
è il peso del tuo mondo
tra le mie mani.
Viviamo
nell’onda e nel tormento,
non nella tana che toglie il fiato.
Amare non è fermare il vento —
è darsi ali
e scoprirle già nate.
Amore clandestino
Rubo
frammenti
tra i decumani.
Quell'ardore
—
lava fatta pietra
in queste basole —
ora è altro.
Ti
abbraccio
in modo rassicurante,
ma dentro
un turbinio travolge.
E
io sono creta
sul tornio.
Dialogo senza voce
La
sera ti parlo
in macchina.
Tu ascolti.
Ma non ci sei.
Sei
a casa:
vapore sui vetri,
tavola apparecchiata,
l'odore caldo del forno
che sa di attesa.
Mi
guardi appena entro,
scruti le pieghe della fronte,
misuri il peso dei miei passi.
E per nascondere l'amore
mi rimproveri.
Io
resto lì,
nella nostra lingua:
dirci male
per restare vicini.
La
notte
toglie le difese,
sotto il soffitto di legno
sopra il letto.
E il corpo dice
quello che il giorno
traveste.
Intatto
Ci
siamo visti
in uno schermo.
Lei, il cappellino,
il viso — uguale.
Gli zigomi pieni,
il sorriso di sempre.
La
malattia
non era arrivata fin lì.
Abbiamo parlato d'altro.
Fuori campo
tutto il resto.
Per
un attimo:
casa,
la sua matematica,
la mia pittura.
Poi
di nuovo qui.
Ma intatto
il bene.
Intatto l'amore.
Abbiamo
chiuso
che era già sera.
E dentro,
una luce.
Terra ferma
Il
tempo non si è fermato:
si è fatto peso sul petto.
Hai atteso una voce, un segno.
È arrivata scalza.
Lui
ha scelto il piombo.
Tu resti oro.
E l'oro non perde valore
se qualcuno ha gli occhi malati.
Soffia
via il passato.
Non c'è crepa nello specchio —
solo polvere.
I tuoi figli ti guardano
come si guarda la terra
quando il mare avanza.
Tu
sei terra ferma.
Non sei errore. Non sei scarto.
Apri le finestre,
lascia entrare il giorno.
C'è un'aria viva che
aspetta
le tue mani.
III.
MATERIA E MAESTRI
Mantegna: Due stanze per un segreto
A
Mantova, nella Camera degli Sposi,
ho imparato che la pietra non è mai ferma.
Gli angeli si affacciano dall'alto,
come se aspettassero qualcuno
che tarda ad arrivare.
Forse me.
Poi
c'è il silenzio di Brera.
Lì il Cristo giace
con le piaghe esatte,
visto dai piedi, in un urto di marmo.
Ma io guardo sempre le sue mani:
hanno la durezza del legno,
eppure non si sono ancora arrese.
Ombra crepuscolare
La
mia ombra
puzza di legno.
Sagoma
di Ceroli
che non sa di esserlo.
Dentro,
lo scuro dei nodi
ha smesso di raccontare.
Le tarme
hanno vinto.
Graceland
Lo ricordo bene,
quell'anno,
quando nella Citroën Dyane 6
cantavamo a squarciagola:
“Graceland” di Paul Simon.
Capivamo
poco delle parole,
ma sentivamo che quel disco
raccontava un viaggio —
un luogo di speranza,
una fuga luminosa.
Era
la musica a guidarci
tra faggeti e pini
che sapevano di resina e futuro.
L'auto ci cullava
e ci mostrava un futuro come un puzzle
da comporre con mani impazienti.
In
auto con mia figlia, oggi,
ascolto ancora Graceland.
La mente smonta quel puzzle:
i pezzi non coincidono più,
sono più amari, più veri.
Ma
l'amicizia è intatta,
come quei due ragazzi
che giocavano a tennis
portandosi la rete
nella Dyane 6 sbiadita,
più arancio che rossa.
Sulla strada del ricordo
Una
striscia d'asfalto
taglia colline e montagne,
gallerie scavate come pensieri.
I colori d'autunno ci avvolgono
come vecchie coperte.
Totonno
guida,
eco di sogni e memorie.
Il cane al finestrino
segue con occhi pazienti
paesaggi lenti.
Dietro, Sara è persa nel suo schermo.
Noi
ci ritroviamo
nella confidenza dei chilometri,
tra la statale che gioca a nascondino
con rotaie dimenticate.
Ogni
sasso sussurra avventure.
Il tempo passa, ma non per noi
che cerchiamo il futuro
negli occhi di chi non vuole invecchiare.
Bastava un segno
Con
una linea, Miró
parlava all'anima.
Io con mille parole
cerco ancora la prima.
I
suoi segni erano semplici:
un punto, un tratto, un vuoto.
I miei riempiono pagine
che il vento disperde.
Forse
l'arte è imparare a tacere,
lasciare che sia il segno
a parlare da solo.
La mia tempesta
Nel
mulinare di lenzuola,
al ritmo del tuo respiro,
tutto si contorce.
Cerco
orizzonti
in questa realtà concitata.
Come
Kokoschka,
vedo la fine
del nostro devastante amore.
Dentro lo stesso spartito
Il
fuoco nel caminetto
parla per scarti di luce,
fiamma senza memoria.
Sopra,
il Natale
è un presepio fermo,
mentre nello stereo
De Gregori riapre Bologna.
Gli
anni tornano all'improvviso
come una giacca ritrovata
in fondo a un armadio.
L'emozione mi stringe la gola:
non canto.
Resto
solo,
davanti alla facciata incompiuta
di San Petronio.
O forse sono io
che cammino più piano
dentro lo stesso spartito.
IV. IL SILICIO E
LA STRADA
Notifiche
Ha
ucciso.
Poi un like.
Il sangue era rosso
come l'icona che vibra.
Nessun
tremito nelle dita,
solo la batteria al dodici per cento.
Il mondo brucia fuori campo,
mentre il pollice scorre
nel silenzio di una tasca.
Il gesto
C'è solo la luce delle stelle
mentre scrivo
sullo schermo.
Ma senza penna
manca il contatto:
il suono del tratto,
l'attrito del pensiero.
La penna corre, si ferma,
esita, riparte.
Respira.
Il dito no.
È lento, non inciampa.
Tutto è preciso, ordinato —
ma non mi appartiene.
E appena finito
ho già dimenticato.
La mente intanto scivola altrove:
piazze vuote,
prospettive ferme,
statue classiche che mi osservano,
quasi invidiano
le mie pose imperfette,
umane.
Poi il buio.
E questa luce fredda
che resta.
Visioni riflesse
Sotto
un cielo grigio
guardo il quartiere.
Non cerco più i dettagli.
Forse li ho persi,
forse ho imparato a saltarli.
Penso
alle foto di Robert Doisneau:
un bacio rubato
che era un grido di vita,
parole che escono dall'otturatore
in una battaglia che sappiamo persa.
Oggi
non guardiamo più:
riflettiamo.
E il mondo ci arriva addosso
già visto da qualcun altro.
Il peso della misura
Non
sta nell'oro,
non nel codice.
Sta
nel passo
quando si spoglia,
nella piazza,
nel pane spezzato.
Senza
contare.
L’eredità del vuoto
Abbiamo
perso il contatto con le cose,
la terra umida tra le dita,
l'argilla che resiste —
poi cede.
Abbiamo
perso lo stupore:
vedere nascere
da un nulla informe
qualcosa che resta.
Mi
manca la scuola,
le mani sporche,
il tornio che gira.
L'argilla insegna:
oppone resistenza,
poi segue,
poi diventa.
Abbiamo
perso anche il corpo:
la voce nell'aria,
la pelle che trattiene il calore,
l'odore che resta.
Ora
si modella su uno schermo.
Si stampa.
Ma non si conosce.
L'artigiano
parlava col legno, col ferro, col fuoco.
Ora è un vuoto
senza eredi.
Dicono:
progresso.
Verrà
un tempo
in cui l'amore
non si tocca —
si clicca.
Dove manca una voce
Sabato
sera.
La casa tiene il silenzio
come un bicchiere mezzo pieno.
Il libro resta aperto,
ma non trattiene nulla.
Altrove,
lo so,
la sera ha un altro suono:
calici di gaglioppo,
risate che si appoggiano alle spalle.
Provo
a entrarci.
Poi mi fermo.
Perché
manca una voce.
La tua.
Con
gli altri il mondo si divide.
Con te restava leggero.
Ora cresce senza argini,
si fa più grande
solo perché è solo.
Verso
un bicchiere,
ti parlo.
Ma resta a metà.
Colore politico
È
morta per un'idea.
Non per il corpo: era giusto.
Non per un reato.
Pensava.
Il
potere ha parlato
con voce pulita:
le idee erano sbagliate.
Per il resto andava bene.
È
stata tolta
per una sola differenza:
guardava oltre.
Proprio
lì,
dove il foglio si rovescia.
Matita
Legno e grafite.
Tra le dita
non imponi —
provi.
Il segno
può sparire.
E proprio lì
resta vero.
Non trattieni,
non correggi:
accompagni.
Insegni questo:
non lasciare tracce
per durare,
ma per essere.
L'orologio senza volto
Siamo schegge di un
ingranaggio lucido,
vittime di un sole che non tramonta mai,
perché il buio non produce, non genera,
e il silenzio ci fa troppa paura.
Scivoliamo su vetri di
luce liquida,
dove il vero è solo ciò che scorre veloce,
una verità sommersa dal rumore di fondo,
dal battito di un tempo calcolato.
Ma l'amore
— quello che non serve a
niente —
è la sbavatura che sporca
il disegno,
la sosta che rompe il teorema.
È l'altro che bussa e non è
previsto,
è il corpo che trema, non ancora visto,
un naufragio dolce nel mare del fare,
dove finalmente accettiamo di affogare.
Smetti di correre, resta
un istante:
solo nel vuoto di un'ora sprecata,
la vita si scopre, davvero, cercata.
Indice
Il nostro amore non è un porto
Mantegna: Due stanze per un segreto
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