Il Parlamento Barnum

 


di Franco Acri 

In Italia la politica ha scoperto un segreto semplice: non serve più avere ragione. Basta avere una diretta.

Una volta i ministri rispondevano in Parlamento.

Oggi rispondono allo smartphone.

Il tribunale non è più quello della Repubblica, ma quello delle visualizzazioni.

La prova decisiva non è un documento. È il numero di like.

Così il conflitto d’interessi è diventato una competenza professionale, e l’avviso di garanzia una decorazione di guerra contro i “poteri forti”. Una categoria curiosa: coincide quasi sempre con chi li denuncia.

È la politica come spettacolo permanente, degna del miglior tendone di P. T. Barnum. Con una differenza: nel circo vero, almeno, qualcuno sa fare il proprio mestiere.

Il passato che non passa

C’è poi un odore sottile nei corridoi del potere. Non è facile definirlo. Un misto di nostalgia e orbace.

Nessuno lo nomina, ma ogni tanto riaffiora.

Gli eredi di quella stagione siedono oggi negli scranni più alti. Giurano sulla Costituzione con grande solennità, ma con le dita discretamente incrociate dietro la schiena.

Si dicono post-ideologici.

Poi si emozionano davanti ai busti del passato.

Quando qualcuno ricorda che la storia ha già visto queste scenografie — e cita magari Benito Mussolini — scatta subito la diagnosi: professorone, radical-chic, élite.

La storia, in politica, è tollerata solo quando serve come arredamento.

La scuola che non deve pensare

Nel frattempo la scuola si svuota lentamente del suo senso.

Gli edifici cadono a pezzi. Gli insegnanti compilano moduli. Gli studenti imparano a essere “capitale umano”.

Flessibile.

Adattabile.

Silenzioso.

Perché un cittadino che pensa è complicato da governare.

Un cittadino che urla slogan è molto più utile.

Il vero rumore della politica

Basta entrare in Parlamento per capire il tempo che viviamo.

Pochi deputati.

Molti telefoni.

Il rumore dominante non è il dibattito. È il ronzio degli smartphone che caricano video.

La politica si è trasferita lì: nello schermo verticale dove ogni problema diventa uno slogan e ogni slogan dura quanto una storia su Instagram.

Chiamare le cose con il loro nome

La grande operazione culturale di questi anni è stata semplice: convincere chi sta male che la colpa sia sempre di qualcuno che sta peggio.

È un trucco antico. Funziona sempre.

L’umanista oggi viene deriso. È il prezzo da pagare quando si insiste a distinguere tra propaganda e realtà.

Ma forse è meglio così. Essere stimati da questa classe dirigente sarebbe l’insulto peggiore.

Resta solo una forma di resistenza, piccola ma ostinata: chiamare le cose con il loro nome.

Anche quando chi governa preferisce chiamarle consenso.

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