Quartiere dell’anima Il filo e la pietra - IL LIBRO
Franco
Acri
Quartiere dell’anima
Il filo e la pietra
In copertina Vittorio
Pepe: Disegno a penna
A mia madre, che vive
in ogni pietra
e in ogni filo della
memoria.
Premessa
I. IL RITORNO
INTERIORE
Fili di
speranza
Tesso fili di
speranza,
contemplando la
pioggia dalla finestra.
Per strada
ruscellano i ricordi dell’infanzia.
Verso casa
È notte fonda.
C’è una lama di
luna sopra i tetti
che rischiara
appena queste viuzze,
accentuandone
l’aspetto malinconico.
Accendo un’altra
sigaretta
e allungo il
percorso.
Inverno
Contemplo un
paesaggio
tutto da
indovinare,
offuscato dalla
nebbia.
Perfino il
grande albero,
che sovrasta le
case,
si nasconde e va
immaginato.
Così i miei
pensieri segreti,
intrisi di
nuvole basse,
prendono il
volo.
Nel vociare
natalizio
che apre le
porte al flemmatico inverno,
tutto sembra
possibile
e, come da
bambino,
gioisco.
Infanzia
nascosta
In alcuni
momenti
mi ritrovo a
camminare
per i vicoli
tortuosi dell’infanzia.
Su quei ciottoli
che formano il selciato,
separati qua e
là da tratti di muschio verde,
provo un grande
senso di serenità.
Mi lascio
trasportare dai ricordi,
di un tempo in
cui tutto era possibile.
Il
vecchio orologio
Ho rimesso in
funzione il vecchio orologio.
Nel quadrante si
riflettono sorrisi e assenze,
ricordi che
danno un senso a queste sfere
che non
attendono e non si affrettano.
Lo porto al
polso, questo vecchio orologio.
Lo guardo e non
è più un semplice strumento
per misurare il
tempo.
Mi addormento
con il vecchio orologio
e sento il
battito di chi, da tempo,
ha esaurito la
sua carica.
Atelier
Sul bancone le
squadre e il gesso,
nell’aria le tue
parole:
“Ci salverà la
passione e la fantasia”.
Negli scaffali
il tuo continuo
sovvertire
l’ordine
stabilito delle cose,
quel modo di
rimettere in discussione
ciò che davvero
fa un’opera d’arte.
Chiudo a chiave
la porta
lasciandomi alle
spalle le origini,
e porto con me
il tuo modo di
guardare il mondo.
II. LA GEOGRAFIA DELL’ANIMA
Legati da
un filo
È rimasto il
vecchio cavo telefonico,
fissato ai
cantonali,
a tenere unite
le nostre case chiuse.
Quel cavo che,
per tutta la mia infanzia,
fu l’insidia dei
miei aquiloni.
Oggi sembra aver
perso del tutto le sue funzioni,
anche la più
emozionante:
il raduno delle
rondini
in partenza per
la migrazione.
Rimarrà la nostra
meridiana segreta, mamma,
che continua, in
nostra assenza,
con la sua ombra
a dividere lo slargo
e a segnare le
nostre mura.
E io, in
primavera, tornerò, nella tua assenza,
a leggere
quell’ombra.
La mia
sartoria
Tra ago e filo,
mio padre danzava,
gesti precisi,
ripetuti con cura,
nell’odore delle
stoffe, la magia si svelava.
Macchine che
cucivano racconti e amicizie,
tra il fruscio
dei tessuti, le voci si intrecciavano.
Piccoli
dettagli, mani esperte e maestria
trasformavano
stoffe in poesia.
Nel cuore resta
la nostalgia del passato:
la sartoria
chiude, ma il ricordo resiste.
I legami nati
tra quei muri e quei giorni
vivono
nell’anima,
come dolci
melodie.
La fontana
Nel quartiere
natio,
la fontana mi
richiama.
Ogni estate
torno a immergermi:
volti familiari
e assenti sorridono
tra il cerchio
dei secchi di latta,
riflessi di
giorni ormai lontani.
Rivoli che
scorrono
come frammenti
di racconti muti;
senza esitazione
mi lascio bagnare,
l’acqua sfiora
la pelle e la avvolge.
Un ricordo
vivido mi attraversa:
nella fontana
del quartiere
la storia si fa
presente,
respira ancora
tra le pietre e l’acqua.
Il balcone
dell’infanzia
La mia primavera
sembra essere
rimasta sul balcone dell’infanzia.
Sotto di esso,
un piccolo giardino
delimitato dalle
case,
dove mani
sapienti aiutavano la natura
a esplodere in
colori e profumi.
Oltre le case,
di fronte al balcone,
la macchia
intricata e selvaggia
precipita fino
al torrente.
Nell’azzurro del
cielo,
il
corteggiamento dei rapaci:
queruli,
spettacolari voli acrobatici.
Negli anni,
molte primavere sbiadite.
Ora vago per
diverse latitudini,
alla scoperta
del mondo,
ma so che su
quel piccolo affaccio,
tra colori e
vita,
ho conosciuto la
felicità.
Intermezzi:
Marzo – Maggio
Marzo
Il sole disegna
l’uscio.
Nostalgia
di quelle
geometrie proiettate,
uguali negli
anni.
Mamma,
l’allungarsi di
quelle ombre
possa godersele.
Maggio
Cucio con
pazienza le ferite
di questo
quartiere muto.
Nei miei occhi,
tutti voi assenti,
siete stelle
cadute e spente.
E vado avanti,
ricamando il tempo,
tra squarci di
sereno e temporali intermittenti.
Luoghi
dell’infanzia
Dentro i tuoi
occhi:
c’è un aquilone
bambino,
una trottola
ubriaca,
uno spago
annodato,
un quartiere
popoloso.
Dentro i tuoi
occhi,
i ricordi e i
sogni
di un bambino
invecchiato.
Dove
termina la proiezione
Da un comodo
divano
mi rivedo
ragazzo,
seduto dove
finisce la proiezione
della ringhiera
del ballatoio,
nel ritmo
obliquo del ferro
che taglia la
luce del mattino.
Gocciola lenta
l’acqua della fontana,
tra le righe di
un giorno qualunque,
mentre il mondo
si affanna
e io, tra pagine
ingiallite,
scritte con
inchiostro e fango,
scopro, tra voci
ruvide e mani vuote,
la povertà della
valle del Fucino.
III. LE FIGURE ASSENTI
Il
silenzio
Muti gli usci, malsani.
Curvi gli
architravi, pericolosi, crollati.
Gonfi i muri,
polvere tra pietre sfinite.
I coppi, ormai,
solo macerie.
Questo è
l’affresco.
Questo lo
scorcio.
Tanta la pena…
Tornare?
È tardi, troppo
tardi.
Dopo di Lei
tutto si è
spento.
Casa natia
Dalla finestra
scorgo lo slargo
muto e lercio.
Come sempre,
alzo gli occhi
verso il tuo
balcone,
corde stanche di
aspettare…
Malinconicamente
chiudo l’imposta
pensando che di
noi nulla resta.
Il peso
del tempo
Il tempo ha
scavato solchi invisibili,
ci ha fatti
prigionieri di gesti vuoti,
di corse senza
meta,
di parole mai
dette.
Tu, madre,
eri lì a
consumarti dolcemente,
come una candela
alla fine,
e io… lontano,
perso in un
mondo che non contava.
Mi chiedo spesso
cosa potesse
essere così importante
da non farmi
sentire il tuo respiro,
da non vedere il
tuo sorriso.
Tu che per me
avevi rinunciato a tutto,
e io che ti ho
lasciata sola
nella vecchiaia,
come un peso che
non sapevo portare.
Ora la tua
assenza è un vuoto che non si colma,
un’eco che
risuona nella notte.
Mi addormento
sperando di trovarti lì,
seduta sulla tua
poltrona,
con quegli occhi
troppo chiari
e quel naso che
sorrideva sempre.
Mamma, con me
ridevi,
e io restavo
piccolo
davanti al
gigante della tua fede
e della tua
saggezza.
Ora mi resta
solo il tuo profumo:
mi avvolge,
mi calma,
mi dà pace,
mentre cerco di
far pace
con quel tempo
che non torna.
L’Ancora e
la Trama
Quattro anni,
e il tempo non
ha saputo colmare
questa ferita
silenziosa.
L’abitudine non
insegna al cuore
che la vita
continua davvero.
Non è il dolore,
ma il filo che
manca,
la trama che
teneva insieme i giorni,
la coperta
paziente contro ogni vento.
Mi manca
l’ancora,
profonda e
salda,
la radice che mi
teneva intero.
Mi manca la
certezza non detta,
il porto che
accoglieva ogni buio passeggero.
A volte mi sento
nessuno,
pur tra gli
affetti e le voci vicine:
tu eri il perno
invisibile,
la misura quieta
di ogni mio smarrimento.
Eppure, in
questo vuoto che resta,
c’è una luce che
non si spegne:
la mancanza stessa
ti rende presente,
chiara,
indispensabile,
come il respiro
che non si vede
ma tiene in vita
ogni cosa.
Domenica
Portavi il nome
della nonna, Domenica.
Eri la prima
cugina, la più vicina:
nelle gioie, nei
dolori.
Le nostre case
natie senza confini, senza segreti.
La mia infanzia
era la tua ombra.
Poi un malinteso
ci ha voltato le spalle,
spezzando i
nostri cuori.
Il tempo ci ha
portato via chi amavamo,
e li abbiamo
pianti in solitudine.
Il dolore è
arrivato anche oltreoceano,
scuotendo
l’altro ramo della famiglia.
Quando il
rancore si è sciolto
e credevo
finalmente di poterti riabbracciare,
ho scoperto
quale sorte ci era stata assegnata.
Scrivo queste
righe guardando la pioggia
scendere da una
finestra
che si apre su
un paesaggio che non ci appartiene.
Seguo con lo
sguardo il destino
delle gocce che
si rincorrono sul vetro.
Penso a noi:
alcune gocce cadono
e si frantumano
in rivoli brevi, dispersi,
ognuno per la
propria via.
Altre resistono
all’impatto e si rafforzano,
unendosi tra
loro fino al margine del vetro.
Passo il palmo
sugli zigomi
e chiudo il
taccuino.
Un dado
per Leo
La scatola dei
ferri è lì,
e appena la apro
sorrido:
tra le bussole
riaffiorano sogni,
momenti felici,
amicizie
spezzate come tenaglie stanche.
E mi rivedo,
le mani che
scivolano, sporche di grasso,
la sigaretta che
pende dal mignolo,
le chiavi a
stella
che continuano a
parlarmi di te.
Il silenzio pesa
più del ferro.
Serro il dado
e un brivido si
avvita dentro:
è la memoria che
stringe,
è il cuore che
torna officina.
Rimani qui, Leo,
avvitato al
ricordo,
stretto nel
cuore.
Zio
Abramo, o meglio Mastro Abramo
Eri giovane
sempre,
non solo per
noi, ma per il mondo.
Ti piaceva
sognare, costruire,
vedere nei
nostri occhi un domani
che non avevi
mai smesso di inseguire.
Stavi con noi,
tra noi,
senza mai farti
grande,
eppure grande lo
eri.
Parlavi di
sogni, di strade da percorrere,
e il tuo
entusiasmo ci contagiava,
insegnandoci a
credere
che il domani è
un luogo da costruire.
Generoso come
un'alba,
davi senza
calcoli,
offrivi senza
riserve.
Con una parola,
con un gesto,
piantavi semi
nei cuori giovani,
facendo crescere
foreste di speranza.
Ora che il tuo
cammino si è fermato,
il tuo futuro
vive nel nostro,
perché hai
piantato semi in ognuno di noi.
Vivi in ogni
gesto generoso,
in ogni idea che
accende una nuova fiamma,
nel coraggio di
credere ancora.
Come un albero
proteso verso il cielo,
le tue radici ci
sostengono,
i tuoi rami,
aperti e accoglienti,
offrono ombra e
ispirazione.
E i tuoi frutti,
Mastro Abramo,
sono ancora
freschi,
raccolti in ogni
nuova stagione
da chi ha
imparato da te
la voglia di
vivere,
di amare,
di costruire il
futuro.
Comare
Assunta
L’ultimo
baluardo è caduto, in silenzio,
sul piccolo
palcoscenico della sua vita.
Un mondo sospeso
tra ricordi e giorni lenti,
tra un sorriso
sincero e una porta sempre aperta.
L’ho sempre
vista lì, sul ballatoio,
custode di un
tempo paziente,
dove il vicinato
era famiglia
e l’abbraccio
non aveva esitazioni.
Solidarietà,
empatia, un cuore largo:
valori che oggi
sembrano un sogno lontano.
Con lei se ne va
un’epoca, un’anima gentile
che ci ha
cresciuti con onestà e misura,
un esempio
semplice
del vero senso
della comunità.
Ora le porte
sono chiuse, i sorrisi spenti,
ma i dolci di
Natale restano vivi
come una promessa
mantenuta.
Quel muro
parlava, un ponte tra le case;
ora resta il
silenzio, un vuoto che brucia.
Porto il
quartiere nel cuore,
e il tuo
insegnamento, comare Assunta.
Riposa in pace,
ultimo baluardo del mio mondo:
la tua assenza
fa male,
ma il tuo spirito
dura.
In ogni sorriso,
in ogni gesto di gentilezza,
tu continui a
esserci.
Sei
dicembre
Mamma,
il giorno di San
Nicola sarò a casa,
per la mia
crostata di frutta
con la tua
mostarda d’uva nera.
La messa in
suffragio,
nel trigesimo
della tua morte?
Solo un
dettaglio.
Ripartirò forse
il giorno dopo,
impregnato della
tua fragranza
e, chissà, anche
un poco
di quella del
vescovo di Myra.
IV. LEGAMI CHE RESISTONO
Una
sorella
Più volte ho
rischiato di perderla,
ombra sfuggente,
stella lontana,
ogni volta più
vicina al precipizio,
ogni volta
trattenuta da un filo sottile.
Oggi siamo
rimasti noi due,
radici profonde
della nostra famiglia,
uniti da un
legame che sfida il tempo,
un desiderio di
vicinanza mai domato.
Ma nuovi
ostacoli si affacciano,
ci tengono
legati al filo di una chiamata,
le parole si
intrecciano, ci sostengono,
ci danno la
forza di continuare a lottare.
Una sorella, un
universo intero,
un luogo sicuro
dove non esistono dubbi,
un rifugio di
amore e comprensione,
dove le
differenze si annullano nell’indissolubile bene.
Diversi, ma
uniti da un amore eterno,
la tua presenza
è il mio ancoraggio,
insieme
affrontiamo il vento e la tempesta,
con la certezza
che mai ci perderemo.
L'amicizia
È a voi che
penso
quando la bruna
coltre
inghiotte il
campanile.
Un tempo sospeso
in cui
l'amicizia
è tutto quello
che possiedi
e ti dà pace.
Il nostro
aquilone
Tace il largo.
Le pietre non
parlano più,
murate nel fiato
delle case
come vecchi
silenzi familiari.
La fontana ha
smesso di piangere,
ma i ricordi
restano:
sbiaditi,
come stampe
stanche
che non vogliono
sparire.
Nel supportico,
dove il cielo ci
sorprendeva
tra una rincorsa
e una caduta,
c’è ancora la
porta di Enzo.
Sotto le travi
nodose
di vecchio
castagno,
rifugio di
pioggia e di risa,
vivono le ombre
leggere
dei nostri
giochi interrotti.
Enzo: alto,
snello,
una silhouette
chiara contro il cielo,
gentile come
certe mattine di maggio,
con il sorriso
che arrivava prima di lui.
Oggi è lontano,
ma ci sentiamo a
tratti,
per ricordare,
per promettere
ritorni
nel luogo dove
l’infanzia
non ha mai
smesso di crederci.
Un giorno mi ha
mandato un video:
un aquilone
volava.
Il nostro.
Fatto di canne,
carta, e amore paziente.
Ed era tutto lì,
il nostro mondo leggero,
a pochi metri
dal cielo.
Gli ho detto:
la primavera è
ancora lunga,
e con le rose,
torneranno anche
gli aquiloni.
I nostri.
A scrivere nel
vento
le promesse mai
dimenticate.
Con te
Mi gioverebbe un
giro in macchina,
a fianco a te
che guidi,
per strade che
attraversano
lontani paesaggi
rurali.
Fuori,
l’autunno:
una tavolozza di
colori caldi e avvolgenti,
che si stagliano
all’orizzonte
e sembrano
prendere fuoco.
Lungo il
tragitto,
le nostre idee
che non invecchiano
e la nostra
amicizia
che allevia ogni
sofferenza.
Una
finestra dietro le palpebre
I nostri occhi
si sono fissati per un istante,
come da ragazzi,
quando i
lineamenti dei nostri visi
erano meno duri.
Sono andati
oltre le parole…
Come la tua
scultura,
che scava dentro
le proprie
emozioni.
L’indomani sono
partito
con la luce
accesa della nostra amicizia,
che continua a
illuminare i sogni.
A presto, Già.
Semplicemente,
Franco
Gli amici
in rubrica
Oggi il caldo
era tangibile.
Finalmente è
notte!
Prima di
spegnere il cellulare,
scorro la
rubrica dei preferiti
e mi commuovo.
Senza chiamare
nessuno,
parlo con tutti
e mi addormento,
avvolto da una
fresca storia.
Il
ballatoio vuoto
Non ho voglia di
tornare
là dove le case
restano chiuse
e l’erba
ramifica tra le pietre,
tra un
formichiere e un sanpietrino.
Dalle mura
scrostate cadono leggere le pietre.
I vicoli
tacciono,
la fontana tace,
ma i ricordi
scorrono vivi.
L’infanzia
sboccia ancora
dagli usci
familiari,
indelebile come
i volti
dietro le
imposte serrate.
Mi siedo sul
ballatoio,
di mio nonno, di
mio padre,
ora di nessuno.
E immagino una
folla di passanti
che continua ad
abitarmi:
nel cuore,
nell’anima.
V. EPILOGO E RICONCILIAZIONE
Fili di
memoria
Raccolgo gli
ultimi fili della memoria,
sento il bisogno
profondo di tornare
dove tutto ha
avuto inizio:
la casa natale.
Ora è un luogo
vuoto,
senza nessuno
che l’abiti,
solo un silenzio
che parla.
Tra queste
pareti c’è l’eco
di chi non si è
mai allontanato
e di chi ha
attraversato l’oceano
per necessità o
per avventura,
cercando un po’
di fortuna.
Due facce della
stessa storia,
risuonanti anche
nel quartiere.
Qui ogni cosa è
riflessione,
memoria
condivisa,
tra chi resta e
chi parte.
Che vita hanno
vissuto?
O la vita è
uguale dappertutto?
Sono gli odori
familiari, le ombre,
a guidarmi nel
ricordo, a parlarmi.
Per ripartire
sento il bisogno
di ritrovarmi in
questo silenzio.
Forse basteranno
pochi giorni,
un abbraccio
sincero,
il calore degli
amici di sempre,
per recuperare
forza e fiducia
e affrontare
nuove sfide
con rinnovato
entusiasmo.
La voce di
un uomo
Nell’eco dei
giorni che passano,
ognuno di noi
segue la via tracciata dalla nascita,
filo sottile tra
sogni e realtà.
Oggi mi ritrovo,
dopo anni, ancora qui.
Scrivo con
l’inchiostro dei miei pensieri,
riparo gli
orologi, il tempo mio alleato,
e in sella alla
moto sento la libertà,
le mie passioni
intrecciate come fili sottili.
Architetto
d’anima, costruttore di sogni,
ma l’officina
del cuore è sempre in miglioramento.
I pensieri
danzano su progetti infiniti,
in cerca di un
completamento che ancora sfugge.
Gli amici,
tesori preziosi, custodi del mio sorriso,
esseri senza i
quali la vita sarebbe vuota.
Nel calore delle
loro risate trovo casa,
e nel loro
abbraccio il significato vero dell’amore.
Mi perdo a
conoscere il mondo, a vivere le persone,
in ogni sorriso
intravedo una storia,
e nel cuore
porto il peso della curiosità.
Sognatore
incallito, mi chiedo cos’è il mio vero lavoro.
Tra l’arte di
esprimermi e la necessità di sostentamento,
ballo su un filo
sottile tra passione e dovere.
Lavoro, un
termine che mi sfugge come sabbia tra le dita;
forse
nell’essenza di essere troverò la risposta.
E c’è una
piccola anima che mi somiglia,
una figlia, mio
tesoro, splendore del cammino.
Nel suo sorriso
vedo il riflesso di un amore puro:
forse, in questo,
ho fatto qualcosa di giusto anch’io.
Il tempo sfuma
come sabbia in una clessidra,
e io continuo a
sognare, a costruire, a vivere,
nella speranza
che il domani porti chiarezza,
e che il mio
cuore continui a danzare
nel canto della
vita.
Otto
dicembre. Luce d’anniversario
Negli angoli
quieti
si alzano
ricordi,
polvere d’oro
del tempo.
Le facciate
logore
mormorano
giochi,
segreti taciuti.
I volti lontani
restano vivi nei
pensieri,
figure ferme
nella scena
della nostra giovinezza.
Caro cugino,
compleanno di casa.
Un ritorno al
principio,
un colpo alla
memoria.
Pareti sbiadite
stringono un
vecchio abbraccio.
Profumi che
ritornano.
Strade
d’infanzia
che parlano
ancora.
Nei tuoi occhi
sogni che non
hanno ceduto.
Le nostre poesie
si sfiorano.
Due vite
cresciute nello
stesso quartiere.
Ogni tua rima,
ogni mio verso,
pietre lucide
nel mosaico dei giorni.
La nostalgia non
pesa.
Accende.
E in mezzo alla
folla
portiamo con noi
ciò che siamo
stati.
Il Sigillo
del Silenzio
Il respiro nuovo
si era spento presto.
Avevi lasciato
il quartiere a pochi mesi soltanto,
eppure il
destino ci riportò indietro
per dodici
estati luminose,
nella piccola
casa di fronte a quella dove sono nato,
dove la nonna ci
aspettava con la porta socchiusa
e il cuore
intero.
Lì giocavi tra
vicoli familiari:
il largo davanti
casa, la fontana, le aiuole.
Hai conservato i
profumi, i piatti della festa,
e quell’amore
pieno che la nonna
ti donava senza
misura.
Poi il filo si è
spezzato, il pilastro è crollato.
Non c’è più mano
che apra la porta,
né voce che
chiami da un balcone.
Il tempo si è
fatto improvviso e muto.
Ora le speranze
sono polvere sottile
che il vento
solleva sul selciato.
E tu, fiore mio,
crescerai lontano
da questa pietra
ormai sigillata.
Il ciclo è
compiuto.
Resta l’eco, e
la memoria:
l’unica dimora
dove il quartiere, per noi,
continua a
respirare.
Il tempo
di una sbornia
Nell’ebbrezza
siamo veri,
anime nude in
fuga dal conformismo,
le catene si
sciolgono nel vino,
e per un amico
daresti il cuore
senza riserve,
senza paura.
La notte è un
regno senza morale,
un luogo dove
l’empatia s’infiamma,
dove ogni parola
pesa come l’eterno,
e ogni gesto si
fa ribelle e puro,
come se domani
non esistesse.
Ma poi l’alba,
spietata,
riporta la vita
piegata e sorda,
dove il capo si
abbassa al giudizio,
dove la verità
si dissolve nel nulla,
e torniamo a
vivere – o forse no.
Farfallone
Dare profumo e
colore ai versi non è bastato,
ma non mi sono
arreso.
Così li ho
forgiati, cesellati, limati…
fino a trovare
la giusta dentellatura
per aprire il
tuo cuore.
Complice la
primavera…
ho sbagliato
serratura.
Ciao
Siamo aquiloni
sgargianti
che dipingono il
cielo
sotto i raggi
del sole.
Il nostro
destino:
un filo sottile,
una folata di
vento.
Postfazione
In Quartiere dell’anima / Il filo e la pietra,
Franco Acri torna nei luoghi della propria infanzia per ricostruire, con voce
limpida e partecipe, la geografia intima del ricordo. Le sue poesie non
descrivono soltanto un quartiere di case e viuzze della città di Luzzi, nella
Valle del Crati, ma un territorio dell’anima, dove il tempo si sedimenta come
calce fra le pietre e ogni oggetto quotidiano — un cavo, una finestra, un
balcone, una fontana — diventa custode di affetti e presenze.
Il filo, nella
poetica di Acri, è simbolo costante: quello che lega, cuce, ripara, unisce
generazioni e luoghi. È il filo che il padre manovra nella sartoria, che
l’aquilone teme, che ancora tiene insieme le case chiuse del paese. E accanto
al filo, la pietra — materia della memoria, corpo del quartiere, custode
silenziosa delle assenze. Fra questi due elementi si muove la scrittura di
Acri: concreta e lieve, costruita con la precisione dell’architetto e la
delicatezza del poeta.
C’è, in queste
pagine, una malinconia che non indulge mai nel rimpianto, ma si fa gratitudine.
Ogni poesia è una carezza data al passato, un atto di riconciliazione con ciò
che è stato e continua a vivere nel ricordo. Questa malinconia culmina nel
confronto onesto con il lutto: poesie come L'Ancora
e la Trama e Il Sigillo del Silenzio
raccontano il dolore per la perdita del pilastro affettivo e la fine delle
speranze di ripresa per il luogo.
La madre, figura
ricorrente e centrale, emerge come emblema della cura e della memoria, custode
di un mondo che lentamente svanisce ma non si spegne mai. È il suo affetto a
definire l'identità dell'Autore, persino attraverso l'ironico soprannome di Farfallone.
Quartiere
dell’anima è un libro sulla resistenza della memoria e sulla tenerezza del
ritorno. È la testimonianza poetica di chi ha imparato che la vera casa non è
un luogo, ma un battito che continua a vibrare dentro, come un’eco antica, tra
il filo e la pietra.
Giovanna
Buonanno
Sommario
Zio Abramo, o meglio Mastro
Abramo
Una finestra dietro le
palpebre
Otto dicembre. Luce
d’anniversario
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