Quartiere dell’anima Il filo e la pietra - IL LIBRO

 

 

 

 

 

 





 

 



Franco Acri

 

Quartiere dell’anima

Il filo e la pietra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


In copertina Vittorio Pepe: Disegno a penna



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


A mia madre, che vive in ogni pietra

e in ogni filo della memoria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Premessa

 

Sono nato in un piccolo quartiere della Calabria, stretto tra la pietra e la luce, dove ogni casa sembrava avere un’anima e ogni volto una storia da raccontare.
 
In quelle stradine ho imparato il valore del tempo, il ritmo dei gesti quotidiani, la forza silenziosa dei legami. C’era una comunità semplice, fatta di sguardi che si incrociavano, di porte socchiuse, di voci che si chiamavano da un balcone all’altro. Quella realtà era il mondo intero, e non lo sapevo ancora.
 
Poi la vita mi ha portato lontano. L’università, il lavoro, altri orizzonti mi hanno accolto, ma dentro di me è rimasto intatto il respiro di quel quartiere. A volte mi basta una pioggia improvvisa, un odore di terra, un silenzio pomeridiano per ritrovarlo. È lì che ritorno, tra le case di pietra, la fontana, le ombre dei miei cari, ogni volta che la vita mi chiama a scrivere.
 
Queste poesie nascono da quel ritorno interiore. Non sono un semplice omaggio alla memoria, ma un dialogo essenziale con ciò che resiste: le voci, i luoghi e gli affetti che continuano a vivere in chi li porta dentro. Il quartiere è diventato, nel tempo, una vera e propria geografia dell’anima. Le sue pietre sono pagine, le sue ombre righe di un racconto che non finisce mai.
 
Scrivere di quel mondo è stato come cucire, con ago e filo, i lembi sparsi della mia identità. Ogni verso tenta di trattenere ciò che il tempo disperde, di dare parola all’assenza – soprattutto all’assenza di mia madre, custode di quel luogo –, e di riconciliare la malinconia con la gratitudine.

Perché il passato non è solo un luogo da ricordare: è una forma di presenza viva che continua a illuminare il presente. A chi leggerà queste pagine, auguro di riconoscere, tra i miei vicoli, anche i propri: le proprie case, le proprie voci, la propria infanzia. 
Perché ognuno di noi, in fondo, ha un quartiere dell’anima da cui non si parte mai davvero.
 
Franco Acri



 


I. IL RITORNO INTERIORE

 

 

Fili di speranza

 

Tesso fili di speranza,

contemplando la pioggia dalla finestra.

Per strada ruscellano i ricordi dell’infanzia.


 

Verso casa

 

È notte fonda.

C’è una lama di luna sopra i tetti

che rischiara appena queste viuzze,

accentuandone l’aspetto malinconico.

 

Accendo un’altra sigaretta

e allungo il percorso.

 


 

Inverno

 

Contemplo un paesaggio

tutto da indovinare,

offuscato dalla nebbia.

 

Perfino il grande albero,

che sovrasta le case,

si nasconde e va immaginato.

 

Così i miei pensieri segreti,

intrisi di nuvole basse,

prendono il volo.

 

Nel vociare natalizio

che apre le porte al flemmatico inverno,

tutto sembra possibile

e, come da bambino,

gioisco.

 

 

Infanzia nascosta

 

In alcuni momenti

mi ritrovo a camminare

per i vicoli tortuosi dell’infanzia.

 

Su quei ciottoli che formano il selciato,

separati qua e là da tratti di muschio verde,

provo un grande senso di serenità.

 

Mi lascio trasportare dai ricordi,

di un tempo in cui tutto era possibile.

 


 

Il vecchio orologio

 

Ho rimesso in funzione il vecchio orologio.

Nel quadrante si riflettono sorrisi e assenze,

ricordi che danno un senso a queste sfere

che non attendono e non si affrettano.

 

Lo porto al polso, questo vecchio orologio.

Lo guardo e non è più un semplice strumento

per misurare il tempo.

 

Mi addormento con il vecchio orologio

e sento il battito di chi, da tempo,

ha esaurito la sua carica.

 


 

Atelier

 

Sul bancone le squadre e il gesso,

nell’aria le tue parole:

“Ci salverà la passione e la fantasia”.

 

Negli scaffali

il tuo continuo sovvertire

l’ordine stabilito delle cose,

quel modo di rimettere in discussione

ciò che davvero fa un’opera d’arte.

 

Chiudo a chiave la porta

lasciandomi alle spalle le origini,

e porto con me

il tuo modo di guardare il mondo.

 


 

II. LA GEOGRAFIA DELL’ANIMA

 

 

Legati da un filo

 

È rimasto il vecchio cavo telefonico,

fissato ai cantonali,

a tenere unite le nostre case chiuse.

Quel cavo che, per tutta la mia infanzia,

fu l’insidia dei miei aquiloni.

 

Oggi sembra aver perso del tutto le sue funzioni,

anche la più emozionante:

il raduno delle rondini

in partenza per la migrazione.

 

Rimarrà la nostra meridiana segreta, mamma,

che continua, in nostra assenza,

con la sua ombra a dividere lo slargo

e a segnare le nostre mura.

 

E io, in primavera, tornerò, nella tua assenza,

a leggere quell’ombra.

 


 

La mia sartoria

 

Tra ago e filo, mio padre danzava,

gesti precisi, ripetuti con cura,

nell’odore delle stoffe, la magia si svelava.

 

Macchine che cucivano racconti e amicizie,

tra il fruscio dei tessuti, le voci si intrecciavano.

Piccoli dettagli, mani esperte e maestria

trasformavano stoffe in poesia.

 

Nel cuore resta la nostalgia del passato:

la sartoria chiude, ma il ricordo resiste.

I legami nati tra quei muri e quei giorni

vivono nell’anima,

come dolci melodie.

 


 

La fontana

 

Nel quartiere natio,

la fontana mi richiama.

Ogni estate torno a immergermi:

volti familiari e assenti sorridono

tra il cerchio dei secchi di latta,

riflessi di giorni ormai lontani.

 

Rivoli che scorrono

come frammenti di racconti muti;

senza esitazione mi lascio bagnare,

l’acqua sfiora la pelle e la avvolge.

 

Un ricordo vivido mi attraversa:

nella fontana del quartiere

la storia si fa presente,

respira ancora tra le pietre e l’acqua.

 

 


 

Il balcone dell’infanzia

 

La mia primavera

sembra essere rimasta sul balcone dell’infanzia.

Sotto di esso, un piccolo giardino

delimitato dalle case,

dove mani sapienti aiutavano la natura

a esplodere in colori e profumi.

 

Oltre le case, di fronte al balcone,

la macchia intricata e selvaggia

precipita fino al torrente.

Nell’azzurro del cielo,

il corteggiamento dei rapaci:

queruli, spettacolari voli acrobatici.

 

Negli anni, molte primavere sbiadite.

Ora vago per diverse latitudini,

alla scoperta del mondo,

ma so che su quel piccolo affaccio,

tra colori e vita,

ho conosciuto la felicità.


 

Intermezzi: Marzo – Maggio

 

Marzo

Il sole disegna l’uscio.

Nostalgia

di quelle geometrie proiettate,

uguali negli anni.

Mamma,

l’allungarsi di quelle ombre

possa godersele.

 

Maggio

Cucio con pazienza le ferite

di questo quartiere muto.

 

Nei miei occhi, tutti voi assenti,

siete stelle cadute e spente.

 

E vado avanti, ricamando il tempo,

tra squarci di sereno e temporali intermittenti.

Luoghi dell’infanzia

 

Dentro i tuoi occhi:

c’è un aquilone bambino,

una trottola ubriaca,

uno spago annodato,

un quartiere popoloso.

 

Dentro i tuoi occhi,

i ricordi e i sogni

di un bambino invecchiato.

 


 

Dove termina la proiezione

 

Da un comodo divano

mi rivedo ragazzo,

seduto dove finisce la proiezione

della ringhiera del ballatoio,

nel ritmo obliquo del ferro

che taglia la luce del mattino.

 

Gocciola lenta l’acqua della fontana,

tra le righe di un giorno qualunque,

mentre il mondo si affanna

e io, tra pagine ingiallite,

scritte con inchiostro e fango,

scopro, tra voci ruvide e mani vuote,

la povertà della valle del Fucino.


 

III. LE FIGURE ASSENTI

 

 

Il silenzio

 

Muti gli usci, malsani.

Curvi gli architravi, pericolosi, crollati.

Gonfi i muri, polvere tra pietre sfinite.

I coppi, ormai, solo macerie.

 

Questo è l’affresco.

Questo lo scorcio.

 

Tanta la pena…

Tornare?

È tardi, troppo tardi.

Dopo di Lei

tutto si è spento.

 


 

Casa natia

 

Dalla finestra scorgo lo slargo

muto e lercio.

Come sempre, alzo gli occhi

verso il tuo balcone,

corde stanche di aspettare…

 

Malinconicamente chiudo l’imposta

pensando che di noi nulla resta.

 


 

Il peso del tempo

 

Il tempo ha scavato solchi invisibili,

ci ha fatti prigionieri di gesti vuoti,

di corse senza meta,

di parole mai dette.

 

Tu, madre,

eri lì a consumarti dolcemente,

come una candela alla fine,

e io… lontano,

perso in un mondo che non contava.

 

Mi chiedo spesso

cosa potesse essere così importante

da non farmi sentire il tuo respiro,

da non vedere il tuo sorriso.

 

Tu che per me avevi rinunciato a tutto,

e io che ti ho lasciata sola

nella vecchiaia,

come un peso che non sapevo portare.

 

Ora la tua assenza è un vuoto che non si colma,

un’eco che risuona nella notte.

Mi addormento sperando di trovarti lì,

seduta sulla tua poltrona,

con quegli occhi troppo chiari

e quel naso che sorrideva sempre.

 

Mamma, con me ridevi,

e io restavo piccolo

davanti al gigante della tua fede

e della tua saggezza.

 

 

Ora mi resta solo il tuo profumo:

mi avvolge,

mi calma,

mi dà pace,

mentre cerco di far pace

con quel tempo che non torna.

 


 

L’Ancora e la Trama

 

Quattro anni,

e il tempo non ha saputo colmare

questa ferita silenziosa.

L’abitudine non insegna al cuore

che la vita continua davvero.

 

Non è il dolore,

ma il filo che manca,

la trama che teneva insieme i giorni,

la coperta paziente contro ogni vento.

 

Mi manca l’ancora,

profonda e salda,

la radice che mi teneva intero.

Mi manca la certezza non detta,

il porto che accoglieva ogni buio passeggero.

 

A volte mi sento nessuno,

pur tra gli affetti e le voci vicine:

tu eri il perno invisibile,

la misura quieta di ogni mio smarrimento.

 

Eppure, in questo vuoto che resta,

c’è una luce che non si spegne:

la mancanza stessa ti rende presente,

chiara, indispensabile,

come il respiro che non si vede

ma tiene in vita ogni cosa.


 

Domenica

 

Portavi il nome della nonna, Domenica.

Eri la prima cugina, la più vicina:

nelle gioie, nei dolori.

Le nostre case natie senza confini, senza segreti.

La mia infanzia era la tua ombra.

 

Poi un malinteso ci ha voltato le spalle,

spezzando i nostri cuori.

Il tempo ci ha portato via chi amavamo,

e li abbiamo pianti in solitudine.

Il dolore è arrivato anche oltreoceano,

scuotendo l’altro ramo della famiglia.

 

Quando il rancore si è sciolto

e credevo finalmente di poterti riabbracciare,

ho scoperto quale sorte ci era stata assegnata.

 

Scrivo queste righe guardando la pioggia

scendere da una finestra

che si apre su un paesaggio che non ci appartiene.

Seguo con lo sguardo il destino

delle gocce che si rincorrono sul vetro.

 

Penso a noi: alcune gocce cadono

e si frantumano in rivoli brevi, dispersi,

ognuno per la propria via.

Altre resistono all’impatto e si rafforzano,

unendosi tra loro fino al margine del vetro.

 

Passo il palmo sugli zigomi

e chiudo il taccuino.

 


 

Un dado per Leo

 

La scatola dei ferri è lì,

e appena la apro sorrido:

tra le bussole riaffiorano sogni,

momenti felici,

amicizie spezzate come tenaglie stanche.

 

E mi rivedo,

le mani che scivolano, sporche di grasso,

la sigaretta che pende dal mignolo,

le chiavi a stella

che continuano a parlarmi di te.

 

Il silenzio pesa più del ferro.

Serro il dado

e un brivido si avvita dentro:

è la memoria che stringe,

è il cuore che torna officina.

 

Rimani qui, Leo,

avvitato al ricordo,

stretto nel cuore.


 

Zio Abramo, o meglio Mastro Abramo

 

Eri giovane sempre,

non solo per noi, ma per il mondo.

Ti piaceva sognare, costruire,

vedere nei nostri occhi un domani

che non avevi mai smesso di inseguire.

 

Stavi con noi, tra noi,

senza mai farti grande,

eppure grande lo eri.

Parlavi di sogni, di strade da percorrere,

e il tuo entusiasmo ci contagiava,

insegnandoci a credere

che il domani è un luogo da costruire.

 

Generoso come un'alba,

davi senza calcoli,

offrivi senza riserve.

Con una parola, con un gesto,

piantavi semi nei cuori giovani,

facendo crescere foreste di speranza.

 

Ora che il tuo cammino si è fermato,

il tuo futuro vive nel nostro,

perché hai piantato semi in ognuno di noi.

Vivi in ogni gesto generoso,

in ogni idea che accende una nuova fiamma,

nel coraggio di credere ancora.

 

Come un albero proteso verso il cielo,

le tue radici ci sostengono,

i tuoi rami, aperti e accoglienti,

offrono ombra e ispirazione.

E i tuoi frutti, Mastro Abramo,

sono ancora freschi,

raccolti in ogni nuova stagione

da chi ha imparato da te

la voglia di vivere,

di amare,

di costruire il futuro.


 

Comare Assunta

 

L’ultimo baluardo è caduto, in silenzio,

sul piccolo palcoscenico della sua vita.

Un mondo sospeso tra ricordi e giorni lenti,

tra un sorriso sincero e una porta sempre aperta.

 

L’ho sempre vista lì, sul ballatoio,

custode di un tempo paziente,

dove il vicinato era famiglia

e l’abbraccio non aveva esitazioni.

Solidarietà, empatia, un cuore largo:

valori che oggi sembrano un sogno lontano.

 

Con lei se ne va un’epoca, un’anima gentile

che ci ha cresciuti con onestà e misura,

un esempio semplice

del vero senso della comunità.

 

Ora le porte sono chiuse, i sorrisi spenti,

ma i dolci di Natale restano vivi

come una promessa mantenuta.

Quel muro parlava, un ponte tra le case;

ora resta il silenzio, un vuoto che brucia.

 

Porto il quartiere nel cuore,

e il tuo insegnamento, comare Assunta.

Riposa in pace, ultimo baluardo del mio mondo:

la tua assenza fa male,

ma il tuo spirito dura.

 

In ogni sorriso, in ogni gesto di gentilezza,

tu continui a esserci.


 

Sei dicembre

 

Mamma,

il giorno di San Nicola sarò a casa,

per la mia crostata di frutta

con la tua mostarda d’uva nera.

 

La messa in suffragio,

nel trigesimo della tua morte?

Solo un dettaglio.

 

Ripartirò forse il giorno dopo,

impregnato della tua fragranza

e, chissà, anche un poco

di quella del vescovo di Myra.


 

IV. LEGAMI CHE RESISTONO

 

 

Una sorella

 

Più volte ho rischiato di perderla,

ombra sfuggente, stella lontana,

ogni volta più vicina al precipizio,

ogni volta trattenuta da un filo sottile.

 

Oggi siamo rimasti noi due,

radici profonde della nostra famiglia,

uniti da un legame che sfida il tempo,

un desiderio di vicinanza mai domato.

 

Ma nuovi ostacoli si affacciano,

ci tengono legati al filo di una chiamata,

le parole si intrecciano, ci sostengono,

ci danno la forza di continuare a lottare.

 

Una sorella, un universo intero,

un luogo sicuro dove non esistono dubbi,

un rifugio di amore e comprensione,

dove le differenze si annullano nell’indissolubile bene.

 

Diversi, ma uniti da un amore eterno,

la tua presenza è il mio ancoraggio,

insieme affrontiamo il vento e la tempesta,

con la certezza che mai ci perderemo.


 

L'amicizia

 

È a voi che penso

quando la bruna coltre

inghiotte il campanile.

Un tempo sospeso

in cui l'amicizia

è tutto quello che possiedi

e ti dà pace.


 

Il nostro aquilone

 

Tace il largo.

Le pietre non parlano più,

murate nel fiato delle case

come vecchi silenzi familiari.

 

La fontana ha smesso di piangere,

ma i ricordi restano:

sbiaditi,

come stampe stanche

che non vogliono sparire.

 

Nel supportico,

dove il cielo ci sorprendeva

tra una rincorsa e una caduta,

c’è ancora la porta di Enzo.

Sotto le travi nodose

di vecchio castagno,

rifugio di pioggia e di risa,

vivono le ombre leggere

dei nostri giochi interrotti.

 

Enzo: alto, snello,

una silhouette chiara contro il cielo,

gentile come certe mattine di maggio,

con il sorriso che arrivava prima di lui.

 

Oggi è lontano,

ma ci sentiamo a tratti,

per ricordare,

per promettere ritorni

nel luogo dove l’infanzia

non ha mai smesso di crederci.

 

 

Un giorno mi ha mandato un video:

un aquilone volava.

Il nostro.

Fatto di canne, carta, e amore paziente.

Ed era tutto lì, il nostro mondo leggero,

a pochi metri dal cielo.

 

Gli ho detto:

la primavera è ancora lunga,

e con le rose,

torneranno anche gli aquiloni.

I nostri.

A scrivere nel vento

le promesse mai dimenticate.


 

Con te

 

Mi gioverebbe un giro in macchina,

a fianco a te che guidi,

per strade che attraversano

lontani paesaggi rurali.

 

Fuori, l’autunno:

una tavolozza di colori caldi e avvolgenti,

che si stagliano all’orizzonte

e sembrano prendere fuoco.

 

Lungo il tragitto,

le nostre idee che non invecchiano

e la nostra amicizia

che allevia ogni sofferenza.


 

Una finestra dietro le palpebre

 

I nostri occhi si sono fissati per un istante,

come da ragazzi,

quando i lineamenti dei nostri visi

erano meno duri.

 

Sono andati oltre le parole…

 

Come la tua scultura,

che scava dentro

le proprie emozioni.

 

L’indomani sono partito

con la luce accesa della nostra amicizia,

che continua a illuminare i sogni.

 

A presto, Già.

 

Semplicemente,

Franco


 

Gli amici in rubrica

 

Oggi il caldo era tangibile.

Finalmente è notte!

Prima di spegnere il cellulare,

scorro la rubrica dei preferiti

e mi commuovo.

 

Senza chiamare nessuno,

parlo con tutti

e mi addormento,

avvolto da una fresca storia.


 

Il ballatoio vuoto

 

Non ho voglia di tornare

là dove le case restano chiuse

e l’erba ramifica tra le pietre,

tra un formichiere e un sanpietrino.

 

Dalle mura scrostate cadono leggere le pietre.

I vicoli tacciono,

la fontana tace,

ma i ricordi scorrono vivi.

 

L’infanzia sboccia ancora

dagli usci familiari,

indelebile come i volti

dietro le imposte serrate.

 

Mi siedo sul ballatoio,

di mio nonno, di mio padre,

ora di nessuno.

 

E immagino una folla di passanti

che continua ad abitarmi:

nel cuore, nell’anima.


 

V. EPILOGO E RICONCILIAZIONE

 

 

Fili di memoria

 

Raccolgo gli ultimi fili della memoria,

sento il bisogno profondo di tornare

dove tutto ha avuto inizio:

la casa natale.

 

Ora è un luogo vuoto,

senza nessuno che l’abiti,

solo un silenzio che parla.

 

Tra queste pareti c’è l’eco

di chi non si è mai allontanato

e di chi ha attraversato l’oceano

per necessità o per avventura,

cercando un po’ di fortuna.

 

Due facce della stessa storia,

risuonanti anche nel quartiere.

 

Qui ogni cosa è riflessione,

memoria condivisa,

tra chi resta e chi parte.

 

Che vita hanno vissuto?

O la vita è uguale dappertutto?

 

Sono gli odori familiari, le ombre,

a guidarmi nel ricordo, a parlarmi.

 

Per ripartire sento il bisogno

di ritrovarmi in questo silenzio.

Forse basteranno pochi giorni,

un abbraccio sincero,

il calore degli amici di sempre,

per recuperare forza e fiducia

e affrontare nuove sfide

con rinnovato entusiasmo.


 

La voce di un uomo

 

Nell’eco dei giorni che passano,

ognuno di noi segue la via tracciata dalla nascita,

filo sottile tra sogni e realtà.

Oggi mi ritrovo, dopo anni, ancora qui.

 

Scrivo con l’inchiostro dei miei pensieri,

riparo gli orologi, il tempo mio alleato,

e in sella alla moto sento la libertà,

le mie passioni intrecciate come fili sottili.

 

Architetto d’anima, costruttore di sogni,

ma l’officina del cuore è sempre in miglioramento.

I pensieri danzano su progetti infiniti,

in cerca di un completamento che ancora sfugge.

 

Gli amici, tesori preziosi, custodi del mio sorriso,

esseri senza i quali la vita sarebbe vuota.

Nel calore delle loro risate trovo casa,

e nel loro abbraccio il significato vero dell’amore.

 

Mi perdo a conoscere il mondo, a vivere le persone,

in ogni sorriso intravedo una storia,

e nel cuore porto il peso della curiosità.

Sognatore incallito, mi chiedo cos’è il mio vero lavoro.

 

Tra l’arte di esprimermi e la necessità di sostentamento,

ballo su un filo sottile tra passione e dovere.

Lavoro, un termine che mi sfugge come sabbia tra le dita;

forse nell’essenza di essere troverò la risposta.

 

E c’è una piccola anima che mi somiglia,

una figlia, mio tesoro, splendore del cammino.

Nel suo sorriso vedo il riflesso di un amore puro:

forse, in questo, ho fatto qualcosa di giusto anch’io.

 

Il tempo sfuma come sabbia in una clessidra,

e io continuo a sognare, a costruire, a vivere,

nella speranza che il domani porti chiarezza,

e che il mio cuore continui a danzare

nel canto della vita.


 

Otto dicembre. Luce d’anniversario

 

Negli angoli quieti

si alzano ricordi,

polvere d’oro del tempo.

 

Le facciate logore

mormorano giochi,

segreti taciuti.

 

I volti lontani

restano vivi nei pensieri,

figure ferme

nella scena della nostra giovinezza.

 

Caro cugino, compleanno di casa.

Un ritorno al principio,

un colpo alla memoria.

 

Pareti sbiadite

stringono un vecchio abbraccio.

Profumi che ritornano.

Strade d’infanzia

che parlano ancora.

 

Nei tuoi occhi

sogni che non hanno ceduto.

Le nostre poesie si sfiorano.

 

Due vite

cresciute nello stesso quartiere.

Ogni tua rima,

ogni mio verso,

pietre lucide nel mosaico dei giorni.

 

 

La nostalgia non pesa.

Accende.

 

E in mezzo alla folla

portiamo con noi

ciò che siamo stati.


 

Il Sigillo del Silenzio

 

Il respiro nuovo si era spento presto.

Avevi lasciato il quartiere a pochi mesi soltanto,

eppure il destino ci riportò indietro

per dodici estati luminose,

nella piccola casa di fronte a quella dove sono nato,

dove la nonna ci aspettava con la porta socchiusa

e il cuore intero.

 

Lì giocavi tra vicoli familiari:

il largo davanti casa, la fontana, le aiuole.

Hai conservato i profumi, i piatti della festa,

e quell’amore pieno che la nonna

ti donava senza misura.

 

Poi il filo si è spezzato, il pilastro è crollato.

Non c’è più mano che apra la porta,

né voce che chiami da un balcone.

Il tempo si è fatto improvviso e muto.

 

Ora le speranze sono polvere sottile

che il vento solleva sul selciato.

E tu, fiore mio, crescerai lontano

da questa pietra ormai sigillata.

 

Il ciclo è compiuto.

Resta l’eco, e la memoria:

l’unica dimora dove il quartiere, per noi,

continua a respirare.


 

Il tempo di una sbornia

 

Nell’ebbrezza siamo veri,

anime nude in fuga dal conformismo,

le catene si sciolgono nel vino,

e per un amico daresti il cuore

senza riserve, senza paura.

 

La notte è un regno senza morale,

un luogo dove l’empatia s’infiamma,

dove ogni parola pesa come l’eterno,

e ogni gesto si fa ribelle e puro,

come se domani non esistesse.

 

Ma poi l’alba, spietata,

riporta la vita piegata e sorda,

dove il capo si abbassa al giudizio,

dove la verità si dissolve nel nulla,

e torniamo a vivere – o forse no.


 

Farfallone

 

Dare profumo e colore ai versi non è bastato,

ma non mi sono arreso.

 

Così li ho forgiati, cesellati, limati…

fino a trovare la giusta dentellatura

per aprire il tuo cuore.

 

Complice la primavera…

ho sbagliato serratura.


 

Ciao

 

Siamo aquiloni sgargianti

che dipingono il cielo

sotto i raggi del sole.

Il nostro destino:

un filo sottile,

una folata di vento.


 

Postfazione

 

In Quartiere dell’anima / Il filo e la pietra, Franco Acri torna nei luoghi della propria infanzia per ricostruire, con voce limpida e partecipe, la geografia intima del ricordo. Le sue poesie non descrivono soltanto un quartiere di case e viuzze della città di Luzzi, nella Valle del Crati, ma un territorio dell’anima, dove il tempo si sedimenta come calce fra le pietre e ogni oggetto quotidiano — un cavo, una finestra, un balcone, una fontana — diventa custode di affetti e presenze.

 

Il filo, nella poetica di Acri, è simbolo costante: quello che lega, cuce, ripara, unisce generazioni e luoghi. È il filo che il padre manovra nella sartoria, che l’aquilone teme, che ancora tiene insieme le case chiuse del paese. E accanto al filo, la pietra — materia della memoria, corpo del quartiere, custode silenziosa delle assenze. Fra questi due elementi si muove la scrittura di Acri: concreta e lieve, costruita con la precisione dell’architetto e la delicatezza del poeta.

 

C’è, in queste pagine, una malinconia che non indulge mai nel rimpianto, ma si fa gratitudine. Ogni poesia è una carezza data al passato, un atto di riconciliazione con ciò che è stato e continua a vivere nel ricordo. Questa malinconia culmina nel confronto onesto con il lutto: poesie come L'Ancora e la Trama e Il Sigillo del Silenzio raccontano il dolore per la perdita del pilastro affettivo e la fine delle speranze di ripresa per il luogo.

 

La madre, figura ricorrente e centrale, emerge come emblema della cura e della memoria, custode di un mondo che lentamente svanisce ma non si spegne mai. È il suo affetto a definire l'identità dell'Autore, persino attraverso l'ironico soprannome di Farfallone.

 

Quartiere dell’anima è un libro sulla resistenza della memoria e sulla tenerezza del ritorno. È la testimonianza poetica di chi ha imparato che la vera casa non è un luogo, ma un battito che continua a vibrare dentro, come un’eco antica, tra il filo e la pietra.

 

Giovanna Buonanno

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                              

 

 

 

 

 

 

 

 

Sommario

Premessa. 5

I. IL RITORNO INTERIORE. 7

Fili di speranza. 7

Verso casa. 8

Inverno. 9

Infanzia nascosta. 10

Il vecchio orologio. 11

Atelier 12

II. LA GEOGRAFIA DELL’ANIMA. 13

Legati da un filo. 13

La mia sartoria. 14

La fontana. 15

Il balcone dell’infanzia. 16

Intermezzi: Marzo – Maggio. 17

Luoghi dell’infanzia. 18

Dove termina la proiezione. 19

III. LE FIGURE ASSENTI 20

Il silenzio. 20

Casa natia. 21

Il peso del tempo. 22

L’Ancora e la Trama. 24

Domenica. 25

Un dado per Leo. 26

Zio Abramo, o meglio Mastro Abramo. 27

Comare Assunta. 29

Sei dicembre. 30

IV. LEGAMI CHE RESISTONO. 31

Una sorella. 31

L'amicizia. 32

Il nostro aquilone. 33

Con te. 35

Una finestra dietro le palpebre. 36

Gli amici in rubrica. 37

Il ballatoio vuoto. 38

V. EPILOGO E RICONCILIAZIONE. 39

Fili di memoria. 39

La voce di un uomo. 41

Otto dicembre. Luce d’anniversario. 43

Il Sigillo del Silenzio. 45

Il tempo di una sbornia. 46

Farfallone. 47

Ciao. 48

Postfazione. 49

 

 

 

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