Processo al processo

 



Processo al processo

di Franco Acri

Li guardi in televisione e hanno tutti la stessa faccia: quella seria, un po’ provata, quella del padre di famiglia che deve prendere una decisione difficile per il bene di tutti. “È la madre di tutte le riforme”, dicono. “Garantiremo la terzietà del giudice”, dicono. “Finalmente giustizia giusta”, dicono.

E tu annuisci, perché sembra una cosa seria. Poi però ti fermi un secondo e ti chiedi: ma se questa riforma è così buona, perché a spingere come ossessi sono proprio quelli che i processi li hanno in corso, in arrivo, appena archiviati o magicamente prescritti? Coincidenze. Tutte coincidenze.

Guardi meglio e scopri che la “madre di tutte le riforme”, in realtà, è una signora molto snella. Non tocca l’inefficienza dei tribunali, non dimezza i tempi dei processi civili, non mette un euro in più per le cancellerie e il personale. No, lei ha una missione sola, un chiodo fisso: mettere il guinzaglio ai PM.

Perché il problema della giustizia italiana, si sa, non sono i processi che durano quindici anni. Il problema è che qualche magistrato osa ancora indagare su chi comanda. E allora ecco l’idea geniale: separiamo le carriere. Così i giudici diventano una sorta di monaci e i PM una sorta di cani da guardia, ma con la museruola. Così, se un politico viene indagato, potrà dire: “Eh, ma quello è un PM, mica un vero giudice: è di parte”.

Intanto, la riforma introduce anche il concorso per la selezione, le intercettazioni vietate e la responsabilità civile. Vale a dire che se sbagli, paghi. E poiché indagare un potente è sempre un azzardo, tanto vale non farlo. Tanto vale archiviare in partenza. Tanto vale guardare da un’altra parte.

E chi ci guadagna? Facciamo due più due. I firmatari dei referendum sono gli stessi che hanno provato a varare la prescrizione breve, quella che faceva scadere i reati dopo due anni. Gli stessi che hanno tagliato i fondi all’edilizia giudiziaria. Gli stessi che non perdono occasione per definire i magistrati “comunisti”, “fannulloni” o “toghe rosse”. Gli stessi che in questi anni hanno approvato condoni, sanatorie e scudi fiscali.

E ora vengono a spiegarti che la giustizia è lenta perché i giudici fanno politica. Bella.

Intanto, il cittadino normale aspetta dieci anni per farsi restituire i soldi da un inquilino moroso, aspetta quindici anni per una causa di lavoro, ne aspetta venti per un risarcimento. Ma questo, pare, non sia un problema. Il problema è che il dottor Bianchi, imprenditore edile amico degli amici, è stato iscritto nel registro degli indagati e si è sentito umiliato.

Ecco, questa riforma è per lui. Per il dottor Bianchi e per i suoi avvocati, per i suoi commercialisti, per i suoi consulenti. Per la schiera infinita di colletti bianchi che non hanno mai visto un carcere se non in cartolina. Per la politica che non vuole più contrappesi, non vuole più regole, non vuole più nessuno che controlli.

Perché loro hanno il “mandato popolare”, dicono. E il mandato popolare, si sa, è una patente: con quella puoi svoltare a destra anche se il semaforo è rosso. E se arriva un vigile a farti la multa, tu gli sequestri il taccuino e gli cambi il codice della strada.

Questa è la madre di tutte le riforme. Una riforma che partorisce una sola cosa: l’impunità.

E noi dovremmo andare a votare. A dire sì o no. A scegliere se togliere il guinzaglio o metterlo. Ma la domanda vera è un’altra: chi controlla chi controlla? In Italia abbiamo già deciso: i politici fanno le leggi, i giudici le applicano. Il problema sorge quando i giudici le applicano anche a chi le leggi le fa. Allora lì scatta l’allarme. Allora lì non è più giustizia, è persecuzione.

E così il processo diventa il nemico, il giudice diventa il nemico, la regola diventa il nemico. E la riforma diventa la scure per abbatterli tutti.

Ma attenzione: loro non sono stupidi. Sanno che non puoi dire: “Votateci perché vogliamo fare quello che ci pare”. Allora ti vendono la giustizia che funziona, il processo che accelera, il giudice imparziale. Peccato che, sotto la bella confezione, non ci sia niente. O meglio, ci sia una sola cosa: la libertà di rubare senza paura.

E allora sì, forse è proprio la madre di tutte le riforme. Perché dopo questa, di figli, è meglio non farne: tanto il patrimonio è già al sicuro.

Commenti

Post popolari in questo blog

Alla Bottega di Nonna Elena, un candidato che parla (finalmente) di politica

Quartiere dell’anima Il filo e la pietra