L'estate che non meritavamo
L’estate che
non meritavamo
Una di quelle estati che pensi di non poter
meritare, a un’età in cui i pensieri dovrebbero essere altri: il lavoro, una
famiglia, tutte quelle stupidaggini che senti per strada o seduto al bar. Noi,
invece, eravamo un gruppo di amici e amiche con poche cose. Niente soldi, niente
ambizioni da telegiornale. Solo una fame enorme di vivere, di stringere forte
le poche conquiste: la confusione di un’utilitaria stracarica, le strade di
provincia che profumano di ginestra e asfalto bollente, la fiducia muta che ci
legava.
Quell’estate era un susseguirsi di fughe: feste
di paese, sagre, concerti nelle piazze dove il palco era sempre un po’ storto.
Quella sera eravamo a Rogliano, in provincia di Cosenza, seduti a un tavolino
di plastica a bere una birra tiepida prima che iniziasse Eugenio Finardi.
L’aria era calda e dolce, carica di voci sovrapposte.
Poi entrò lui, l’impresario: un tipo con la
giacca chiara e la camicia a fiori. Ci vide e ci fece un cenno. Eravamo
compaesani, lo conoscevamo da sempre. Si avvicinò, ordinò un altro giro per
tutti e, mentre posava i bicchieri, lasciò cadere la notizia come se fosse
niente: «Ci sarà Lolli. Claudio Lolli. A Mottafollone, domenica» e disse una
data.
Per un attimo, il brusio della piazza sembrò
scomparire. Ci guardammo. Lolli non era solo un cantante: era un compagno di
viaggio segreto, la voce che avevamo ascoltato in stanze strette, che parlava
di disagi, di vite in fuga e desideri ostinati. Una specie di fratello
maggiore scomodo che sapeva tutto di noi. «Domenica. Non si discute. Si va»
disse qualcuno già quella sera, in macchina. «E facciamo una giornata intera.
Dal mare alla montagna.»
La domenica arrivò con un sole che sembrava di
latta. Ci ritrovammo quasi all’alba, ma questa volta eravamo di più. La voce su
Lolli si era sparsa e si erano aggiunti altri: amici di amici, volti conosciuti
in altre estati, curiosi. «Claudio chi?» chiedevano alcuni. «Vieni e lo
sentirai» era la risposta. Le macchine si riempirono di teli e costumi, ma non
mancavano le ceste con pane, pomodori, soppressata e le immancabili bottiglie
di vino nascoste in fondo.
Lo Ionio ci accolse con un abbraccio umido e
splendente. La giornata fu un caleidoscopio perfetto: risa che squarciavano il
rumore delle onde, tuffi goffi, nuotate fino alla boa, partite a carte sulla
sabbia bollente. Pranzammo all’ombra di una tenda traballante, condividendo
tutto come sempre. Il pomeriggio scivolò via tra la ricerca dell’ombra nella
pineta, sorsate d’acqua salmastra e il tentativo di asciugare i costumi al
vento caldo. Eravamo una tribù rumorosa e felice, un piccolo esercito senza
armi, armato solo di voglia di luce.
Verso sera, dopo un cambio d’abiti rocambolesco
sul lido — tra asciugamani alzati come bandiere improbabili — e un aperitivo
frettoloso guardando il sole tuffarsi dietro le montagne, l’entusiasmo divenne
un’onda inarrestabile. «Via! Dal mare alla montagna!» gridò qualcuno. Partimmo,
lasciando il rumore della risacca per le curve silenziose che salivano verso il
Pollino. Lassù, dove le case in pietra sembrano trattenere il respiro della
storia e l'aria profuma di legna e tradizioni antiche, il paesaggio si faceva
più aspro e autentico, rivelando l'anima nuda di una Calabria che non ha
bisogno di artifici.
In macchina era un coro stonato di canzoni di
Lolli: Aspettando Godot e Borghesia si mescolavano alle risate
per le smorfie di chi non le conosceva. Più salivamo, più l’oscurità si faceva
fitta e i paesi che attraversavamo sembravano addormentati in un altro secolo.
L’eccitazione, però, cominciò a sfumare in un dubbio sordo quando finalmente
arrivammo a Mottafollone.
Il paese giaceva davanti a noi, arroccato e buio.
Nessuna luce di palco, nessun flusso di gente, nessun ronzio di amplificatori.
Solo il chiaro di luna sulle pietre e il riverbero giallognolo di pochi
lampioni. «Forse è in una piazza nascosta» mormorò qualcuno, ma la voce mancava
di convinzione. Girammo per stradine deserte fino alla piazza principale.
Niente. Un silenzio totale, irreale, rotto solo dal nostro scalpiccio. Il
concerto intimo che ci aspettavamo, quel “bel fiasco di rosso e tanto ascolto
con passione”, lì non aveva lasciato alcuna traccia.
L’unico segno di vita era una luce che filtrava
da una vetrina: un bar. O almeno così sembrava. Spingemmo la porta e il tempo
si strappò. Un odore ci investì, denso e familiare: un misto dolciastro di
caffè tostato, zucchero, tabacco da pipa e polvere, tutto impregnato nel
perlinato scuro che rivestiva le pareti. Non era un bar, era una drogheria
degli anni Settanta rimasta pietrificata. Bancone e mensole di legno massiccio,
cariche di bottiglie dalle etichette dimenticate — il Rosso Antico su tutte —
scatole di biscotti di latta, pacchi di pasta. Un televisore spento in un
angolo completava l’incanto malinconico. Sembrava la casa dei nostri nonni.
Il barista, un uomo dai capelli grigi e il
grembiule pulito, ci guardò placido mentre ci accalcavamo nel locale minuscolo;
noi, il gruppo venuto dal mare, ancora con la salsedine tra i capelli e la
sabbia nei sandali. «Scusate, dov’è il concerto? Quello di Claudio Lolli?»
chiese il nostro portavoce, con la voce un po’ tremula per il presagio. L’uomo
si asciugò le mani su un panno, senza fretta. «Concerto? Di quale concerto
parlate?» «Di Claudio Lolli. Stasera, qui.» Un leggero, definitivo cenno del
capo. «Ah. Quello c’è stato. Domenica scorsa.»
Un silenzio di tomba scese su di noi. Un colpo al
petto, secco. Ci eravamo sbagliati di una settimana intera. Avevamo costruito
uno dei giorni più belli dell’estate, forse della vita, su un malinteso. Il
traguardo era già evaporato nel passato. Poi, mentre il disappunto cominciava a
bruciare, i nostri occhi scivolarono di nuovo su quelle bottiglie dietro il
bancone. Quelle forme, quei colori sbiaditi: erano i fantasmi della nostra
infanzia. Erano i pomeriggi nelle case di campagna, le merende, le feste di un
tempo. In quel vuoto di delusione spuntò una curiosità surreale. Eravamo finiti
in un luogo fuori dal tempo per un errore. Forse l’errore era proprio il punto.
«Ma… si può ordinare un bicchiere di Rosso
Antico?» chiese qualcuno, con la voce rotta da una risata amara e liberatoria.
Il barista annuì, un sorriso appena accennato. «Certo che si può.» E così, una
dopo l’altra, quelle bottiglie antiche scesero dalla mensola. I bicchieri
furono riempiti. Il primo sorso fu un viaggio: dolce, speziato, terribilmente
nostalgico. Non era liquore, era memoria liquida.
Il concerto di Lolli non ci sarebbe stato. Lo
avevamo perso. Ma seduti in quel bar-drogheria, con la salsedine che ancora
bruciava sulla pelle, capimmo qualcosa. Forse Lolli, in qualche modo, era lì.
Era nella nostra fuga, nelle risate sotto il sole, nella ricerca ostinata di
un’estate che sentivamo di non meritare, ma che ci prendevamo lo stesso. Era
nell’errore che ci aveva portati in quel luogo fermo nel tempo, a condividere
il sapore vero di un’Italia minore che resisteva, come noi, senza un motivo
apparente se non la voglia di esserci.
Ripartimmo a notte fonda. Le macchine erano
silenziose. Non cantavamo più. Guardavamo il buio oltre i finestrini, ognuno
con dentro il mare della mattina e il sapore del Rosso Antico, con la
consapevolezza che a volte la meta sbagliata è esattamente il posto giusto dove
trovare ciò che non sapevi di cercare. L’estate, comunque, era salva. Anzi, era
appena diventata leggenda.
Franco
A tutti quelli che ricordano quel giorno
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