Claudio
Claudio
L’ho rivisto in paese, Claudio, quest'estate. I capelli se ne sono andati e ha una barba lunga, un’immagine nuova a cui non ero abituato. Gli occhi, però, sono rimasti quelli di sempre: svegli, espressivi, capaci di parlarmi ancora prima che apra bocca.
Vederlo è stato come scoperchiare una scatola del tempo. In un attimo sono tornato al quartiere, a quelle giornate trascorse seduti su un muretto a sognare un mondo che ci sembrava ancora in bianco e nero. Avevamo molte cose in comune, lentiggini a parte: la fame di lettura, i quotidiani, la Settimana Enigmistica e, sopra ogni cosa, la Formula 1. Mentre restavamo piantati su quell’acciottolato di pietre tra i vicoli, la nostra mente correva con i bolidi: Ferrari, McLaren, Lotus. I piloti erano i nostri veri eroi.
La casa di Claudio era raggiungibile attraverso due percorsi. Sceglievo sempre il più breve, perché nascondeva un segreto: un giardino che profumava di limoni tutto l’anno. Per sbirciarvi dentro bisognava affacciarsi a una piccola finestra, la stessa dove Norberto teneva il suo scrittoio. Non riesco a scindere Norberto da Claudio: era il terzo vertice del nostro triangolo, unito a lui dalla fede incrollabile per il Milan. Io ero interista, ma solo perché lo era il mio papà — un’appartenenza ereditata che mi faceva sentire un po’ estraneo ai loro discorsi da spogliatoio.
Norberto è stato il nostro avamposto culturale. Da lui trovavamo quello che a casa nostra mancava: il quotidiano fresco, la chitarra e quei libri dove ho scoperto il socialismo. Lo chiamavamo "l’enciclopedico", la nostra Sibilla personale. Era dottore nell’animo molto prima che i titoli lo confermassero; ricordo ancora quando mi curò una grave ferita a un dito, causata dal filo del mio aquilone rimasto impigliato nel bagagliaio di un'auto in corsa.
È tra quelle pietre che è nata la mia urgenza di scrivere, e Claudio ne è stato il complice costante. Abbiamo condiviso canzoni, bozze di racconti e poesie in rima, un sodalizio che ha resistito all’adolescenza e ai chilometri che sarebbero venuti. Oggi, a distanza di mezzo secolo, quando scrivo penso spesso a lui. Lo rendo partecipe, gli invio le poesie che parlano del nostro quartiere, della nostra infanzia. Continua a essere la mia bussola segreta.
Le nuove tecnologie ci hanno rimesso in comunicazione, permettendoci di parlare ancora di quei bolidi che sono cambiati, esattamente come siamo cambiati noi. Eppure, c’è una ferita che per entrambi non si è mai rimarginata: non abbiamo mai superato il lutto per il nostro Gilles Villeneuve.
Mi sono ripromesso che quest’anno andrò a trovarlo. Voglio tornare nei nostri vicoli a vedere un Gran Premio insieme: lui con la barba e io con la pancia, trasformati nel fisico ma non nel calore che ci accomuna. Ho deciso di inviargli questo ricordo come invito ufficiale: incontriamoci adesso che iniziano le corse della nuova stagione.
Franco
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