Il filo del mattino
di Franco Acri
Il filo del mattino
Ogni mattina, tra le otto e le nove, il telefono vibra sul tavolo. Il cuore si quieta solo quando sullo schermo compaiono i nomi giusti: Gianfranco o Andrea. Se un giorno quel segnale dovesse mancare, il silenzio non sarebbe un’assenza, ma una minaccia. In un mondo che scivola all’indietro, quelle chiamate sono l’unico ormeggio rimasto.
Ci sentiamo per farci coraggio. La situazione globale pesa come un macigno e la voce, dall’altra parte, non sa mentire.
«Hai visto?» dice Gianfranco, senza preamboli. «Hanno dato il Nobel per la Pace a quell’imprenditore che voleva comprarsi la Groenlandia. O forse era quello per l’Economia. Ormai confondo i premi con le aste online.»
«No, quello è l’altro,» rispondo. «Quello che dice che la NATO è superata e che basterebbe un abbonamento Prime. Difesa garantita in ventiquattro ore, droni inclusi.»
Ridiamo. È una risata che brucia, sa di sale. Ridere serve a non cedere, ma l’incrinatura nella voce dell’amico racconta ciò che i notiziari evitano.
Parliamo dell’uomo solo al comando, dei dazi che volano come frisbee avvelenati tra i continenti. «Ormai lo Stato, se serve, lo compri online,» dice Andrea. «Con Prime la sovranità arriva domani. Se non ti piace, fai il reso.»
«Attento alle recensioni,» aggiungo. «Ce n’è una da una stella sola, dice: “Pessimo acquisto. La democrazia è arrivata già scheggiata e si è rotta dopo due utilizzi. Il servizio clienti non risponde e il tasto per il reset dei diritti fondamentali è bloccato. Sconsigliato; meglio la dittatura, almeno la spedizione è puntuale”.»
Poi il tono cambia. Parliamo delle persone uccise perché pensano diversamente, perché hanno la pelle di un altro colore o perché vivono dalla parte “sbagliata” di un confine — magari in Messico, magari parlando un’altra lingua. Vite ridotte a variabili di mercato, scarti collaterali di una politica che ha smesso di chiamare le persone per nome.
Ci chiediamo quando abbiamo smesso di difendere le regole comuni, quando il multilateralismo sia diventato un fastidio. Pensiamo alla scuola, che non solleva più ma appiattisce; ai diritti degli ultimi, trattati come merce difettosa; alle carceri, discariche umane di una società che non ripara più nulla, nemmeno le anime.
Eppure, in queste telefonate accade qualcosa. Ricostruiamo, parola dopo parola, i contrappesi che il potere ha smarrito. Se il comando è verticale e freddo, noi restiamo orizzontali e caldi.
Finché continueremo a chiamarci, a scambiarci paura e coraggio senza imporre dazi sul dolore altrui, non avranno vinto del tutto. Il nostro è un piccolo mercato comune della coscienza; l’unico trattato che ancora rispettiamo è quello, fragile e tenace, della nostra amicizia.
Alla fine ci chiediamo: «Ma quanto olio consuma la tua auto ogni mille chilometri?».

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