CAULONIA: L’ITALIA CHE CROLLA (MENTRE LA POLITICA GUARDA)

 




di Franco Acri

Un’altra frana, un’altra esplosione di pietre e polvere. Pezzo dopo pezzo, la rupe Maietta scivola in mare. E con lei scivola via la Giudecca, uno dei tesori più stratificati del Sud, svuotato della propria memoria come le case ormai sgomberate. Il ciclone ha fatto il suo lavoro: ha spazzato il lungomare, eroso gli ulivi, ridotto in briciole l’antico quartiere ebraico. Un nubifragio e la furia dell’acqua, si sa, sono più efficienti di qualsiasi Soprintendenza.

La politica, naturalmente, non manca. Compare puntuale, quattro giorni dopo il disastro. Sfila sul lungomare, scatta le foto di rito e poi si volta per fare la predica ai calabresi: “Avete costruito dove non dovevate!”. Una perla di saggezza, considerando che chi amministra da decenni quelle stesse terre è, guarda caso, la politica stessa. Quella politica che tiene in cassaforte quasi 70 milioni di euro — fondi per la difesa del suolo che giacciono più inerti della rupe. Soldi non spesi, mentre il tardo barocco della chiesa dell’Immacolata trema e i mosaici bizantini sognano, forse, il terremoto del 1783 come un’epoca più clemente.

È un balletto antico: interventi provvisori, cantieri bloccati, accuse incrociate tra maggioranza e opposizione. Un teatrino di incompetenza e immobilismo dove l’unica cosa a franare più velocemente della Maietta è il senso del bene comune. Lo storico sindaco, Ilario Ammendolia, lancia appelli citando Primo Levi: “Dov’è l’urgenza?”. Una domanda retorica, ovviamente. L’urgenza è altrove: nelle inaugurazioni, nei tagli del nastro, nelle dichiarazioni che suonano bene fino al prossimo temporale.

E i cittadini? Dicono che l’atteggiamento sia cambiato. Forse perché hanno frequentato la scuola perfetta: quella dell’abbandono. Hanno imparato che la storia non serve a un colloquio di lavoro, che le radici sono un intralcio se puoi cementificarci sopra, che l’“identità plurale” di cui parla l’antropologo Vito Teti è un concetto da libri impolverati. Il mondo reale premia chi guarda avanti, anche se ciò che vede è un paesaggio brutalizzato. La scuola ha fallito? O forse ha semplicemente fatto il suo dovere, insegnando alle nuove generazioni la lezione più amara: qui, ciò che è antico non è patrimonio, è un peso. Qui la bellezza non è un diritto, è un incidente di percorso in attesa di essere rimosso.

La Giudecca di Caulonia non è solo un ammasso di roccia che cade. È una sinagoga perduta, una chiesa bizantina dimenticata, la resistenza contro i turchi; è il passaggio di Normanni, Arabi e Spagnoli. È la prova che questa terra non è mai stata povera, ma è stata resa tale. È la cartina al tornasole di un Paese che fa i conti col proprio passato solo quando questo gli crolla letteralmente addosso.

Noi, calabresi lontani, guardiamo con rabbia impotente. Sentiamo la ferita di un lassismo che si fa complicità, di un’ingiustizia che chiude a chiave la nostra stessa storia. Ci sentiamo come quelle rovine: interroghiamo, giudichiamo con sgomento, ma la nostra voce è solo il rumore di un sasso che rotola nello Ionio, calmo e indifferente.

L’appello di Teti al presidente Occhiuto risuona beffardo: “Come si può parlare di turismo e rigenerazione?”. Facile: se ne parla, appunto. Si parla molto. Si tengono convegni sulla bellezza mentre fuori, nel silenzio assordante dell’incuria, un altro pezzo di bellezza muore.

La Giudecca si sbriciola. E con lei svanisce ogni finzione di decenza, di tutela, di futuro. Restano le parole vuote dei politici, il silenzio rassegnato di chi ci vive e lo sguardo attonito di chi, da lontano, capisce che quando cadrà l’ultima pietra non sarà la fine di una frana. Sarà il certificato di morte della nostra civiltà. Perché un popolo che lascia morire la propria memoria è un popolo che ha già smesso di esistere.

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