Quartiere dell’anima Il filo e la pietra
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Quartiere dell’anima
Il filo e la pietra
Franco Acri
A mia madre, custode del quartiere e della memoria
Prefazione d’autore
Sono nato in un piccolo quartiere della Calabria, stretto tra la pietra e la luce, dove ogni casa sembrava avere un’anima e ogni volto una storia da raccontare.
In quelle stradine ho imparato il valore del tempo, il ritmo dei gesti quotidiani, la forza silenziosa dei legami. C’era una comunità semplice, fatta di sguardi che si incrociavano, di porte socchiuse, di voci che si chiamavano da un balcone all’altro. Era il mondo intero, e non lo sapevo ancora.
Poi la vita mi ha portato lontano.
L’università, il lavoro, altri orizzonti mi hanno accolto, ma dentro di me è rimasto intatto il respiro di quel quartiere. A volte mi basta una pioggia improvvisa, un odore di terra, un silenzio pomeridiano per ritrovarlo. È lì che ritorno, ogni volta che scrivo: tra le case di pietra, la fontana, le ombre dei miei cari.
Queste poesie nascono da quel ritorno interiore.
Non sono un semplice omaggio alla memoria, ma un dialogo con ciò che resiste: le voci, i luoghi, gli affetti che continuano a vivere in chi li porta dentro.
Il quartiere è diventato, nel tempo, una geografia dell’anima. Le sue pietre sono pagine, le sue ombre righe di un racconto che non finisce mai.
Scrivere di quel mondo è stato come cucire, con ago e filo, i lembi della mia identità.
Ogni verso tenta di trattenere ciò che il tempo disperde, di dare parola all’assenza, di riconciliare la malinconia con la gratitudine.
Perché il passato non è solo un luogo da ricordare: è una forma di presenza che continua a illuminare il presente.
A chi leggerà queste pagine, auguro di riconoscere, tra i miei vicoli, anche i propri: le proprie case, le proprie voci, la propria infanzia.
Perché ognuno di noi ha un quartiere dell’anima da cui non si parte mai davvero.
Indice
-
Fili di speranza
-
Verso casa
-
Legati da un filo
-
Infanzia nascosta
-
Inverno
-
La mia sartoria
-
La fontana
-
Ciao
-
Il balcone dell’infanzia
-
Intermezzi: Marzo – Maggio
-
Luoghi dell’infanzia
-
Dove termina la proiezione
-
Il vecchio orologio
-
Il silenzio
-
Casa natia
-
Il ballatoio vuoto
-
Il nostro aquilone
-
Comare Assunta
-
Una sorella
Nota critica
Poesie
Fili di speranza
Tesso fili di speranza,
contemplando la pioggia dalla finestra.
Per strada ruscellano i ricordi dell’infanzia.
Verso casa
È notte fonda.
C’è una lama di luna sopra i tetti
che rischiara appena queste viuzze,
accentuandone l’aspetto malinconico.
Accendo un’altra sigaretta e
allungo il percorso.
Legati da un filo
È rimasto il vecchio cavo telefonico,
fissato ai cantonali,
a tenere unite le nostre case chiuse.
Quel cavo, che è stato per tutta l’infanzia,
l’insidia dei miei aquiloni.
Oggi sembra che abbia perso del tutto le sue funzioni,
anche quella più emozionante,
del raduno delle rondini in partenza per la migrazione.
Rimarrà la nostra meridiana segreta, mamma!
Che continua, in nostra assenza, con la sua ombra,
a dividere lo slargo e a segnare le nostre mura.
Io, in primavera, tornerò, in tua assenza,
a leggere quell’ombra.
Infanzia nascosta
In alcuni momenti
mi ritrovo a camminare
per i vicoli tortuosi dell’infanzia.
Su quei ciottoli che formano il selciato,
separati qua e là da tratti di muschio verde,
provo un grande senso di serenità.
Mi lascio trasportare dai ricordi,
di un tempo in cui tutto era possibile.
Inverno
Contemplo un paesaggio,
tutto da indovinare,
offuscato dalla nebbia.
Dove, persino il grande albero,
che sovrasta le case,
deve essere immaginato in questo scenario.
Così i miei pensieri nascosti
intrisi da queste nuvole basse,
prendono il volo.
Nel vociare natalizio
che apre le porte al flemmatico inverno.
Tutto, adesso, mi sembra possibile
e come da bambino godo
della bellezza dell’attimo presente
senza porre limiti alla fantasia.
La mia sartoria
Tra ago e filo, mio padre danzava,
gesti precisi, ripetuti con cura,
nell’odore delle stoffe, la magia svelava.
Macchine che cuciono racconti e amicizie,
nel mondo artigiano, si intrecciano le voci.
Piccole cose, dettagli e maestria,
trasformano tessuti in poesia.
Nel cuore persiste la nostalgia del passato,
la sartoria chiude, ma il ricordo è intatto.
I legami cresciuti tra quei muri e quei giorni,
restano vivi nell’anima, come dolci melodie.
La fontana
Nel quartiere nativo, la fontana mi richiama.
Ogni estate, torno a lavarmi, volti familiari e assenti sorridono,
nel cerchio dei secchi di latta, riflessi di giorni ormai lontani.
Rivoli che scorrono, come frammenti di racconti muti.
Senza esitazione, mi immergo, l’acqua accarezza la pelle.
Un ricordo vivido mi attraversa,
nella fontana del quartiere, la storia si manifesta.
Ciao
Siamo aquiloni sgargianti
che dipingono il cielo
sotto i raggi del sole.
Il nostro destino:
un filo sottile,
una folata di vento.
Il balcone dell’infanzia
La mia primavera
sembra essere rimasta sul balcone dell’infanzia.
Sotto il balcone, un piccolo giardino,
delimitato dalle case,
dove mani sapienti aiutavano la natura
nella sua esplosione di colori e profumi.
Di là delle case, di fronte al balcone,
la macchia intricata e selvaggia,
che precipita fino al torrente.
Nell’azzurro del cielo,
il corteggiamento di rapaci,
queruli e spettacolari voli acrobatici.
Negli anni, tante primavere sbiadite.
Adesso vago per diverse latitudini,
alla scoperta del mondo,
consapevole che su quel piccolo affaccio,
tra colori e vita,
ho conosciuto la felicità.
Intermezzi: Marzo – Maggio
Marzo
Il sole disegna l’uscio.
Nostalgia
di quelle geometrie proiettate,
uguali negli anni.
Mamma,
l’allungarsi di quelle ombre
possa godersele.
Maggio
Cucio con pazienza le ferite
di questo quartiere muto.
Nei miei occhi, tutti voi assenti,
siete stelle cadute e spente.
E vado avanti, ricamando il tempo,
tra squarci di sereno e temporali intermittenti.
Luoghi dell’infanzia
Dentro i tuoi occhi:
c’è un aquilone bambino,
una trottola ubriaca,
uno spago annodato,
un quartiere popoloso.
Dentro i tuoi occhi,
i ricordi e i sogni
di un bambino invecchiato.
Dove termina la proiezione
Da un comodo divano
mi rivedo ragazzo,
seduto dove finisce la proiezione
della ringhiera del ballatoio,
nel ritmo obliquo del ferro
che taglia la luce del mattino.
Gocciola lenta l’acqua della fontana,
tra le righe di un giorno qualunque,
mentre il mondo si affanna
e io, tra pagine ingiallite,
scritte con inchiostro e fango,
scopro, tra voci ruvide e mani vuote,
la povertà della valle del Fucino.
Il vecchio orologio
Ho messo in funzione il vecchio orologio.
Nel quadrante si riflettono sorrisi e assenze.
Ricordi che danno un senso a queste sfere
che non attendono e non si affrettano.
Ho sul polso il vecchio orologio.
Lo guardo, non è più un semplice strumento
per misurare il tempo.
Mi addormento con il vecchio orologio
e sento il battito di chi da tempo
ha finito la carica.
Il silenzio
Muti gli usci, malsani.
Curvi gli architravi, pericolosi, collassati.
Gonfi i muri, polvere tra le pietre ormai.
Macerie i coppi.
Questo è oggi l’affresco.
Questo è lo scorcio.
Tanta la pena…
Tornare?
È tardi, troppo tardi.
Dopo di Lei, tutto è perduto.
Casa natia
Dalla finestra scorgo lo slargo
muto e lercio.
Come sempre, alzo gli occhi
verso il tuo balcone,
corde stanche di aspettare…
Malinconicamente chiudo l’imposta
pensando che di noi nulla resta.
Il ballatoio vuoto
Non ho voglia di tornare
là dove le case restano chiuse
e l’erba ramifica la pietra,
tra un formichiere e un sanpietrino.
Dalle mura scrostate cadono leggere le pietre.
I vicoli tacciono,
la fontana tace,
ma i ricordi scorrono vivi.
L’infanzia sboccia ancora
dagli usci familiari,
indelebile come i volti
dietro le imposte serrate.
Mi siedo sul ballatoio,
di mio nonno, di mio padre,
ora di nessuno.
E immagino una folla di passanti
che continua ad abitarmi:
nel cuore, nell’anima.
Il nostro aquilone
Tace il largo.
Le pietre non parlano più,
murate nel fiato delle case
come vecchi silenzi familiari.
La fontana ha smesso di piangere,
ma i ricordi restano:
sbiaditi,
come stampe stanche
che non vogliono sparire.
Nel supportico,
dove il cielo ci sorprendeva
tra una rincorsa e una caduta,
c’è ancora la porta di Enzo.
Sotto le travi nodose
di vecchio castagno,
rifugio di pioggia e di risa,
vivono le ombre leggere
dei nostri giochi interrotti.
Enzo: alto, snello,
una silhouette chiara contro il cielo,
gentile come certe mattine di maggio,
con il sorriso che arrivava prima di lui.
Oggi è lontano,
ma ci sentiamo a tratti,
per ricordare,
per promettere ritorni
nel luogo dove l’infanzia
non ha mai smesso di crederci.
Un giorno mi ha mandato un video:
un aquilone volava.
Il nostro.
Fatto di canne, carta, e amore paziente.
Ed era tutto lì, il nostro mondo leggero,
a pochi metri dal cielo.
Gli ho detto:
la primavera è ancora lunga,
e con le rose,
torneranno anche gli aquiloni.
I nostri.
A scrivere nel vento
le promesse mai dimenticate.
Comare Assunta
L’ultimo baluardo è caduto, silenzioso,
sul piccolo palcoscenico della sua vita.
Un mondo sospeso tra ricordi e giorni pigri,
tra un sorriso sincero e una porta sempre aperta.
L’ho sempre vista lì, su quel piccolo ballatoio,
custode di un tempo lento,
dove il vicinato era famiglia, un abbraccio caldo.
Solidarietà, empatia, un cuore aperto:
valori che ora sembrano un sogno ormai lontano.
Con lei se ne va un’epoca, un’anima gentile,
che ci ha cresciuti con amore e onestà.
Un esempio per tutti,
che ci ha mostrato il vero senso della comunità.
Le porte ora sono chiuse, i sorrisi spenti,
ma i dolci di Natale restano un ricordo vivo.
Quel muro parlava, un ponte tra le case;
ora c’è solo il silenzio, un vuoto che brucia.
Porto il quartiere nel cuore, un tesoro prezioso,
e il tuo insegnamento, comare Assunta.
Riposa in pace, ultimo baluardo del mio mondo:
la tua assenza è un dolore, ma il tuo spirito vive.
In ogni sorriso, in ogni gesto di gentilezza,
tu sei presente, per sempre.
Una sorella
Più volte ho rischiato di perderla,
ombra sfuggente, stella lontana,
ogni volta più vicina al precipizio,
ogni volta trattenuta da un filo sottile.
Oggi siamo rimasti noi due,
radici profonde della nostra famiglia,
uniti da un legame che sfida il tempo,
un desiderio di vicinanza mai domato.
Ma nuovi ostacoli si affacciano,
ci tengono legati al filo di una chiamata,
le parole si intrecciano, ci sostengono,
ci danno la forza di continuare a lottare.
Una sorella, un universo intero,
un luogo sicuro dove non esistono dubbi,
un rifugio di amore e comprensione,
dove le differenze si annullano nell’indissolubile bene.
Diversi, ma uniti da un amore eterno,
la tua presenza è il mio ancoraggio,
insieme affrontiamo il vento e la tempesta,
con la certezza che mai ci perderemo.
*****
Nota
di lettura a “Quartiere dell’anima. Il filo e la pietra” di Franco Acri
In Quartiere dell’anima. Il filo e la pietra, Franco Acri torna nei luoghi della propria infanzia per ricostruire, con voce limpida e partecipe, la geografia intima del ricordo. Le sue poesie non descrivono soltanto un quartiere di case e viuzze, ma un territorio dell’anima, dove il tempo si sedimenta come calce fra le pietre e ogni oggetto quotidiano — un cavo, una finestra, un balcone, una fontana — diventa custode di affetti e presenze.
Il filo, nella poetica di Acri, è simbolo costante: quello che lega, cuce, ripara, unisce generazioni e luoghi. È il filo che il padre manovra nella sartoria, che l’aquilone teme, che ancora tiene insieme le case chiuse del paese. E accanto al filo, la pietra — materia della memoria, corpo del quartiere, custode silenziosa delle assenze. Fra questi due elementi si muove la scrittura di Acri: concreta e lieve, costruita con la precisione dell’architetto e la delicatezza del poeta.
C’è, in queste pagine, una malinconia che non indulge mai nel rimpianto, ma si fa gratitudine. Ogni poesia è una carezza data al passato, un atto di riconciliazione con ciò che è stato e continua a vivere nel ricordo.
La madre, figura ricorrente e centrale, emerge come emblema della cura e della memoria, custode di un mondo che lentamente svanisce ma non si spegne mai.
Quartiere dell’anima è un libro sulla resistenza della memoria e sulla tenerezza del ritorno.
È la testimonianza poetica di chi ha imparato che la vera casa non è un luogo, ma un battito che continua a vibrare dentro, come un’eco antica, tra il filo e la pietra.
Giò
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