Il Silenzio del Ritorno
Il Silenzio del Ritorno
L’attesa del ritorno
Nicola aveva riempito le due settimane che precedevano il rientro al paese
di una febbrile, quasi anacronistica eccitazione.
Era l’entusiasmo dell’esule che, dopo anni, non torna solo per gli affetti o la
nostalgia, ma per un evento.
Le elezioni regionali, in quel momento particolare, non erano un semplice
appuntamento amministrativo, ma un crocevia morale.
A sessant’anni, con il corpo un po’ appesantito ma lo spirito ancora
temprato dal suo indomito socialismo, Nicola vedeva in quell’appuntamento
l’occasione per riscoprire il senso profondo della comunità.
Nonostante i reportage sugli scandali, le dimissioni del presidente in carica
per corruzione e la sua successiva, sfrontata ricandidatura – una vera e
propria acrobazia politica che troncava il mandato a metà – lui non aveva
ceduto al cinismo metropolitano.
Al contrario, pensava: Questo è il momento. Lo scandalo sveglierà tutti.
Per un uomo che considerava lo Stato il custode sacro di ciò che non si può
mercanteggiare – la salute, i diritti, l’istruzione – l’anomalia di quelle
elezioni era un’ingiustizia da digerire collettivamente, un segnale che avrebbe
dovuto scatenare un fermento popolare.
Immaginava la sua vecchia piazza brulicante, le discussioni accese al bar, gli
amici storici che analizzavano liste, programmi, tradimenti e speranze.
Finalmente si tornerà a parlare di cosa significa non lasciare indietro
nessuno, pensava.
Di nuovo la piazza come agorà.
L’arrivo e il muto silenzio
Il viaggio in treno aveva scandito la sua attesa: le ultime notizie online,
i commenti sdegnati di pochi, la sensazione di essere un attivista di un tempo
andato.
Sceso alla stazione, però, il primo segnale fu un brivido freddo, più denso
della brezza autunnale.
Il paese era sempre lì, arroccato sulla collina, con i coppi sui tetti e il
campanile austero, ma l’aria non vibrava.
Non c’era traccia di quei manifesti politici urlanti e sovrapposti che un tempo
tappezzavano ogni muro libero.
Il paese sembrava stranamente pulito.
Era un’estetica inattesa, quasi asettica, che strideva con l’idea di battaglia
politica che lui portava con sé.
Quando raggiunse il centro, le sue aspettative crollarono come un castello
di carte.
Nessun comizio, nessun banchetto con volantini svolazzanti, nessun capannello
di persone con le mani agitate e le voci forti.
La piazza era muta.
Peggio che in un giorno normale, peggio della quiete domenicale.
Era il silenzio che precede l’oblio, non la tempesta.
I bar erano aperti, sì, ma i tavolini ospitavano giovani che fissavano gli
smartphone, come se il calendario segnasse un martedì qualunque di ottobre.
Dov’è finito il fermento? si chiese, sentendo un vuoto allo stomaco.
Provò a entrare nel bar – da sempre roccaforte di chiacchiere e discussioni
senza fine.
Tentò di lanciare l’amo, buttando lì un commento sulle “vergogne regionali” al
proprietario.
Questi, con un’alzata di spalle quasi rassegnata, rispose:
«Ah, quelle. Roba che non ci tocca più, Nicola. La politica viaggia per fatti
suoi, è un canale privato. Non è più roba nostra.»
La risposta lo colpì come una pedata.
Non era indifferenza, era distacco.
Non era ignavia, era una consapevolezza amara e definitiva: che il potere
avesse creato un percorso parallelo, che non intersecava più la vita dei
cittadini, se non per i tributi da pagare.
La democrazia era diventata un meccanismo a cui la gente assisteva, ma in cui
non si riconosceva più.
Tutto sembrava già stabilito, già accaduto.
Un risultato non solo noto, ma talmente scontato da essere snobbato persino sui
social network – l’ultimo, disperato megafono della contemporaneità.
Qualcosa — o qualcuno — aveva tolto la voce a quel paese, e lui sentiva che
il suo ritorno non sarebbe stato solo un viaggio nella memoria, ma dentro una
verità più dura: quella dell’indifferenza.
Nicola si sentì un viaggiatore del tempo sbarcato nel luogo sbagliato.
Era tornato per la battaglia, ma aveva trovato solo un campo di macerie, dove i
soldati avevano deposto le armi non per stanchezza, ma per la certezza assoluta
dell’inutilità del gesto.
Una notte con Tonino
La sera, dopo una cena tra vecchi amici, Nicola si ritrovò in macchina con
Tonino, il suo compagno di sempre.
L’aria fuori era fresca, profumava di terra bagnata.
Il paese dormiva, ma dentro quell’abitacolo la notte sembrava dilatarsi, come
ai tempi in cui, ragazzi, restavano ore davanti alla sezione del partito a
discutere di tutto: giustizia, lavoro, futuro.
Erano conversazioni che avevano il peso e la leggerezza dei sogni.
Adesso, invece, c’era una stanchezza diversa, una consapevolezza che
bruciava piano.
Tonino fumava in silenzio, lo sguardo fisso sulla strada buia. Poi parlò, con
quella voce che mescolava ironia e amarezza:
«Nicò, questa crisi della politica è la peggiore che abbiamo vissuto. Non è
solo disillusione, è smarrimento. C’è in gioco la democrazia, e nessuno se ne
accorge. Non basta difenderla ogni tanto: va difesa tutti i giorni, con la
coscienza, con la parola, con l’esempio.»
Nicola lo ascoltava senza interromperlo.
Il motore restava acceso, un rumore di fondo che sembrava scandire le loro
pause.
«Hai notato?» continuò Tonino. «Non c’è più nessun interesse a portare la
gente alle urne. È come se facessero di tutto per tenerla lontana. Una politica
che serve a se stessa, che si alimenta del disincanto della gente. Il
presidente non appartiene più alla regione, ma alla sua area, alla sua corte.»
Nicola annuì, lentamente.
Le parole dell’amico gli arrivavano addosso come pietre levigate dal tempo:
familiari, ma più pesanti di un tempo.
«Hai ragione,» disse piano. «Abbiamo creduto che bastasse costruire per sempre,
ma la democrazia, come la casa, cade se non la abiti.»
Rimasero così, a parlare fino a notte fonda.
Tra un ricordo e una riflessione, tra il rimpianto e una tenue speranza.
Quando si salutarono, il cielo cominciava a schiarirsi.
Il paese, avvolto nel silenzio, pareva immobile.
Ma dentro Nicola si muoveva qualcosa: non la nostalgia di un passato migliore,
bensì la consapevolezza che la voce, anche se isolata, va tenuta viva.
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