Il Colore del Silenzio narrativa
Franco Acri
Il Colore del Silenzio
A San Clemente di Galluccio il tempo non scorre: ruota. Ruota lento, ostinato, attorno alle stagioni della vite, ai fuochi di Sant'Antonio Abate che fendono l'inverno e alle sagre che accendono le vie di un fermento continuo. Qui, dove i bar restano illuminati fino a notte fonda come lanterne, la vita di tutti è un libro aperto. Tranne la loro.
Eppure, a guardarli bene, sembravano fatti della stessa sostanza di quel borgo. Nati nella medesima terra vulcanica, tenace, cresciuti sotto lo stesso sole che segna la pelle e la scurisce presto. Avevano gli stessi tratti: capelli folti, occhi profondi, come se dentro fosse rimasto qualcosa dei boschi di Roccamonfina. Due rami dello stesso albero, vicini da riconoscersi, lontani da non toccarsi mai.
Lei era timida come lui. Ma la sua non era una timidezza che si nascondeva: si lasciava intuire. Nei gesti misurati, nello sguardo che arrivava e subito si ritraeva, come se non volesse disturbare. La sua era una bellezza che non si imponeva, andava cercata. Stava nei dettagli: nella cura con cui accostava i colori degli abiti, mai casuali, sempre in equilibrio; nella linea sottile della vita che disegnava forme già compiute, ma senza fretta di mostrarsi davvero.
Lui la vide per la prima volta quando lei era poco più che un'idea. Un'età acerba, protetta da regole non scritte e da anni che pesavano come distanze. Non ci furono parole. Solo uno sguardo, breve, tra i tavolini di un bar. Bastò a spostare qualcosa che non sarebbe più tornato al suo posto.
Da allora, tutto si ripeteva uguale e diverso. Il culmine arrivava ogni anno durante la Festa dell'Uva. San Clemente cambiava pelle: l'odore del mosto invadeva l'aria, i carri passavano lenti, carichi di grappoli, e l'Aglianico scorreva scuro nei bicchieri, denso come certe attese. Tra il fumo delle griglie e il rumore delle voci, lui la cercava. Non sempre la trovava subito, ma quando accadeva, il resto perdeva contorno. Lei rideva con le amiche, un bicchiere tra le dita. Alla luce delle lampadine appese tra i vicoli, quel rosso sembrava trattenere anche il colore dei loro silenzi.
Non si erano mai parlati. Non ce n'era stato bisogno.
Poi vennero gli anni che cambiano le direzioni. Lei partì: l'università, la città, una vita costruita con ordine. Un fidanzato "giusto", come si dice. Lui rimase con le sue tele e con una compagna che non capiva. Dove lei vedeva soltanto bottiglie impolverate e tempo perso, lui continuava a inseguire una luce, o forse semplicemente quello sguardo. Eppure, sotto tutto questo, restava un pensiero mai detto. Non un progetto, né una promessa, ma una presenza. Come una stanza chiusa da anni che continua a respirare nel buio.
Un pomeriggio qualunque, senza festa e senza rumore, accadde qualcosa. Lui era seduto al bar. Ordinò un caffè.
Niente di diverso dagli altri giorni.
Poi lei arrivò.
Non era sola: due amiche, voci leggere, il suono delle sedie spostate appena. Si accomodarono al tavolo accanto, così vicine da sentirne il respiro, abbastanza distanti da restare estranee.
Lui abbassò lo sguardo, poi lo rialzò. Fu in quell'istante che tirò fuori il taccuino consunto. La matita restò sospesa per un momento, poi iniziò a muoversi: tratti leggeri, quasi invisibili. Non cercava la somiglianza. Cercava altro.
Il caffè si raffreddò, intatto.
Bastarono pochi segni e lei venne fuori, per la prima volta su carta.
Per un attimo pensò di strappare il foglio, di alzarsi e lasciarglielo sul tavolo. Una dedica semplice. Un segno. Gli sembrò possibile.
Poi chiuse il taccuino.
Arrivò prima la timidezza.
Lei, forse, aveva capito. Sollevò lo sguardo, come se si fosse sentita osservata in modo diverso, ma si ritrasse subito, tornando al telefono e alle amiche. La scena si sciolse lì, senza lasciare traccia.
Lui pagò il caffè ormai freddo e andò via.
Il disegno rimase nel taccuino. Come tutto il resto.
Gli anni passarono ancora. E poi, un giorno, lei tornò definitivamente. Una sera di festa, tra il fumo delle caldarroste e il brusio della piazza gremita, i loro sguardi si incontrarono di nuovo. Questa volta senza distanza.
Il tempo si richiuse su se stesso.
Non c'era passato, né attesa. Soltanto quel punto preciso in cui tutto era cominciato.
Oggi, le rughe raccontano gli inverni sui loro volti. Non si sono mai sfiorati. Continuano a guardarsi. E basta.
Come l'Aglianico migliore, resta lì:
segreto, intatto, nel silenzio di Galluccio.

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