Cronache dal Bar Paradiso

A San Clemente di Galluccio il tempo non è una linea retta, ma un cerchio che ruota attorno alla facciata della chiesa e ai tavolini del bar. Quando torno dallo studio, il mio approdo naturale è via Chiesa. È qui che il Bar Paradiso presidia il corridoio più vivo della frazione, uno spazio vibrante stretto tra la piazza che respira a pieni polmoni e l’ombra protettiva della parrocchia.

Al mattino, il sole compie un rito di precisione: illumina la facciata della chiesa per poi girare sulla cortina delle case in tufo che delimita la via. È un movimento lento, una carezza dorata che risveglia gli intonaci caldi e riscalda il gazebo in ferro, proiettando ombre lunghe e geometriche sulla pavimentazione chiara della piazza. In questo scenario, tra gli alberi che regalano sprazzi di fresco e le panchine schierate come spettatori muti, i proprietari del bar appaiono come una curiosa antologia di caratteri: pur appartenendo allo stesso sangue, mostrano volti e indoli opposte, quasi che il destino si fosse divertito a rimescolare le carte sotto lo stesso tetto. Ma la vera fortuna del pomeriggio è una signorina simpatica, l'unica estranea alla dinastia, che gestisce il bancone con una grazia chirurgica e un sorriso capace di alleggerire anche i discorsi più densi del paese.

I Falsi Tedeschi

In questo borgo nato dal mosto vulcanico, dove l’Aglianico è sangue e l'uva è preghiera, assisto ogni giorno a un piccolo, metodico tradimento. Al tavolo centrale, protetti dal gazebo, siedono i "falsi tedeschi". Sono gli uomini della terra, quelli che dovrebbero avere le dita macchiate dal rosso fermo e il palato abituato ai bianchi profumati del vulcano, e invece stringono tra le mani calici biondi. Ordinano birra, rigorosamente tedesca. La schiuma leggera, che nulla ha a che fare con la persistenza di un rosso che macchia il vetro, diventa il carburante di un cenacolo di amici che sembra uscito dalle pagine più surreali di Stefano Benni.

Nando, il Visionario Enciclopedico A sentirlo parlare, non sai mai dove finisca la cronaca e dove inizi l'allucinazione. Nando è un'enciclopedia vivente che non cita mai le fonti perché, probabilmente, le inventa sul momento. Non chiama nessuno con il proprio nome di battesimo: per lui siamo tutti maschere di un teatro invisibile. È convinto che la birra vada guardata e interrogata prima di essere bevuta; la scruta con la gravità di un iniziato, spiegando con foga come il luppolo influenzi la rotazione terrestre o la stabilità dei governi mondiali.

Rocco, l'Ipocondriaco Pungente Accanto a lui siede Rocco. Ha la stessa età degli altri, ma nell’anima sembra un reduce di un’epoca medica remota. Il suo vocabolario è un compendio di clinica: trigliceridi, globuli, valori pressori e ricoveri eccellenti. Rocco gode di una salute di ferro, ma vive per i controlli preventivi, abitando le sale d'aspetto con il pensiero. Parla di ipertensione e analisi del sangue con il calice in mano, con una naturalezza che lascia interdetto chiunque. Dice poco, ma quando interviene è un bisturi: le sue freddure sarcastiche sono più affilate di un referto ospedaliero.

Alfredo, l'Ultimo Artigiano Poi c’è Alfredo, soprannominato "l’accalappiacani", anche se le sue mani raccontano una storia di estrema nobiltà. Il suo atelier è subito dopo il bar: lì produce cravatte a più pieghe con una precisione millimetrica, un'eleganza artigiana ormai desueta ed estinta. Alfredo è il custode del decoro, un uomo che cuce la seta con la pazienza di un amanuense e poi siede al tavolo a osservare il mondo con la stessa cura con cui rifinisce un nodo perfetto.

Azelio, detto Popof Al coro si unisce spesso Azelio, per tutti "Popof". È il DJ del gruppo, l'uomo del ritmo. Con gli altri ha condiviso i banchi di scuola e le polverose estati dell'infanzia; la sua voce si innesta nelle battute con la confidenza di chi conosce ogni segreto dei presenti. Con il suo arrivo, il numero delle bottiglie sul tavolo sale in maniera esponenziale. La ragazza del bar, allora, interviene con tempismo perfetto: senza dire una parola, sparisce i vuoti e porta il nuovo giro, mantenendo l'ordine in quel caos creativo.

Il Teatro dell'Umanità

Intanto, il Bar Paradiso si popola di assidui nostalgici. La discussione vira sulla politica, sulla filosofia spicciola, sullo sport. Ognuno ha la sua teoria definitiva su come stare al mondo, trattati sociologici che meriterebbero di essere trascritti per la loro paradossale genialità.

È proprio qui che inizia il mio divertimento. Seduto al mio posto, di ritorno dallo studio, mi rilasso immerso in questa varietà di contrasti che mi aprono la mente. Mi interrogo sulla complessità dell’uomo e, allo stesso tempo, sulla sua semplicità così disarmante. Tra quella schiuma bionda e l’ombra della chiesa centenaria, San Clemente mette in scena la vita: un mix di tradizioni tradite, diagnosi immaginarie e cravatte perfette, tutto tenuto insieme dal sapore di una birra ghiacciata e dal piacere purissimo di non essere mai soli.

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