IL ROVESCIO DEL FOGLIO
Scrivere, per me, non è mai stato un esercizio solitario della mente, ma un gesto fisico. È il prolungamento di quel tornio della memoria che modella l'argilla, o del pennello che cerca di catturare un grumo di luce su una tela capovolta. In queste pagine ho raccolto i frammenti di un dialogo che dura da anni: quello tra la materia che resiste (la pietra, il legno, la carne) e l'immaterialità del tempo che stiamo vivendo.Nota dell'Autore
Inizialmente, la mia poesia nasceva dal bisogno di fermare un istante — lo gnomone di un'attesa, il ricordo di una Dyane 6 che corre verso la Sila, il calore di una casa dove ci si offende per amarsi di più. Ma col tempo, il mio sguardo si è scontrato con una nuova realtà: quella del "silicio", delle notifiche che vibrano in tasca mentre il mondo brucia, della perdita del dettaglio a favore di una visione collettiva e mediata.
Questi testi sono nati spesso in modo contraddittorio: pensati nel silenzio dei musei davanti al rigore di Mantegna o alla metafisica di De Chirico, ma trascritti talvolta sulla luce fredda di uno smartphone. È in questo scarto, in questa "posa imperfetta", che cerco di restare umano.
Non troverete qui la perfezione del marmo, ma il battito di uno spartito che continua a suonare, anche se il ritmo si è fatto più lento. C'è la malinconia delle tarme tra i pensieri e la speranza di una "misura" che non sia solo codice, ma pane che si spezza.
Dedico questi versi a chi, come me, continua a capovolgere i propri quaderni, convinto che il rovescio del foglio nasconda sempre una luce nuova.Franco Acri
I. L'Io e il Tempo
Gnomone
Oggi sono uno gnomone
senza sole.
Misura nuda,
senza ombra che segni il passo.
Centro fermo
di un giorno che manca,
resto nel punto esatto
dell'attesa.
Trittico
I. L'urto
Basta un nome, detto piano,
che cade — preciso —
nel punto dove non guarisco.
Il tempo si piega, non va avanti:
ritorna.
Ciò che credevo dimenticato
aspettava me,
più lento, più fragile, più vero.
La gelosia non ha volto,
è un'eco tardiva,
una ferita che impara a parlare
quando ormai non posso rispondere.
E resto lì, inerme,
a comprendere troppo tardi
che l'amore non finisce:
si nasconde nel tempo
per tornare a chiamarci.
II. La stanza del passato
Non è il ricordo che torna:
sono io che entro
in ciò che credevo finito.
Un suono, una luce inclinata,
un nome sfiorato —
e tutto si riapre.
Le stanze sono le stesse,
ma io no.
È questo che ferisce:
non il passato,
ma la sua fedeltà,
lo scarto invisibile
tra ciò che so adesso
e ciò che ho vissuto senza capire.
E resto sospeso,
in bilico tra due tempi,
a riconoscere, tardi,
che certe verità non accadono:
ritornano.
III. Il filo disteso
Non tutto ritorna per ferire.
Alcune cose imparano il silenzio,
si fanno lievi.
Ritornano — ma senza urto,
senza domanda.
Come luce su una stanza conosciuta
che non chiede più spiegazioni.
Ciò che era nodo
ora è filo disteso,
ciò che era mancanza
non reclama più.
Non è pace, non del tutto.
È un modo nuovo
di stare accanto a ciò che è stato
senza volerlo cambiare.
Il passato non chiede di essere vinto,
ma solo
di essere lasciato andare.
Lo specchio degli anni
Se leggessi i tuoi anni al contrario,
direbbero lo stesso volto.
Saresti ancora quel ragazzo,
il sorriso acceso,
con un quaderno che tiene insieme il mondo
e la penna aggrappata al girocollo del maglione,
come un segno che non ha fretta di cadere.
Arrivi così, ogni volta,
con un'ironia che non ha cambiato strada,
capace di spettinare le certezze
e rovesciare la logica
con un gesto leggero.
A pensarci, sento ancora il banco tremare
sotto il passo dei tuoi pensieri:
fortezze dove raramente sono entrato,
ma che ho imparato a guardare da fuori,
come si guarda una luce dietro una finestra.
Il tempo si specchia, si volta, si ripete.
Tu resti.
Il rovescio del foglio
Il Correggio capovolse la tela
per far nascere un dipinto:
un grumo di luce
capace di dare vita
a ciò che è delicato e inafferrabile.
Dipingere con la luce.
Il mio girare il foglio
non ha generato la poesia immaginata,
ma un chiaroscuro che somiglia a una linea.
Non sono il Correggio,
ma continuo a capovolgere i miei quaderni,
cercando sul retro del mondo
un bagliore che non sia ancora svanito.
II. L'Argilla e il Sangue
L'argilla e la forma
Un foglio.
Pochi tratti,
geometrie in cerca di un centro,
lettere che esitano nel vuoto.
Poi il tornio della memoria riprende a girare:
sento l'argilla che cede,
materia che si arrende alle dita.
Si apre, si dilata, si chiude —
un ritmo cieco,
un respiro senza nome.
Le mani scivolano sui fianchi dell'idea,
eccitano la forma, le danno peso e calore,
finché smette di essere solo materia.
Diventa lei:
la schiena contro la luce,
le braccia perse nei capelli,
la gonna appoggiata al davanzale.
Un corpo fatto di terra e di vento,
con due tasche accoglienti
dove nascondere il mondo.
Il nostro amore non è un porto
Non cerco la tua pace nel mio palmo,
né il riparo d'una carezza stanca.
Il nostro amore non è il sonno,
non è il tempo che si imbianca.
Non ti voglio nel vetro del silenzio
dove il mondo è un rumore trattenuto,
ma nell'urto, nel fiele e nell'assenzio,
perché il cammino sia compiuto.
Ti do la fede che non chiede pegno,
quella fiducia nuda, senza sponde,
che non corregge il tratto del tuo disegno
ma ne accetta le linee e le onde.
Manca il tempo, è vero, fugge via,
tra l'impegno e la fretta del domani;
ma l'ascolto non è una cortesia:
è il peso del tuo mondo nelle mie mani.
Viviamo pure nell'onda e nel tormento,
non nella tana che ci toglie il fiato;
ché l'amare non è fermare il vento,
ma darsi ali, e averci già trovato.
Dialogo senza voce
La sera, tornando dal lavoro,
ti parlo.
Seduta accanto a me
nell'auto che conosce le mie stanchezze,
ascolti silenziosa
ogni pensiero che non ho detto a nessuno.
Eppure non ci sei.
Sei a casa,
tra il vapore che appanna i vetri
e la tavola apparecchiata con cura,
nell'odore caldo del forno
che sa di attesa.
Mi guardi appena entro,
scruti le pieghe della fronte,
misuri il peso dei miei passi.
E per nascondere l'amore
mi accogli con un rimprovero,
un graffio lieve che dice:
"Sei mio, e ti vedo."
Io conosco ogni tua sfumatura,
ogni emozione che fingi di celare.
Resto nella lite,
nell'indulto silenzioso dopo le parole troppo forti,
in quell'arte nostra
di offenderci per restare vicini.
Finché ci diciamo male
vuol dire che tutto va bene.
Che il cuore batte ancora
nello stesso ritmo ostinato.
E la notte,
sotto il soffitto di legno sopra il letto,
quando il mondo smette di giudicare,
ci ritroviamo senza difese,
inermi e veri,
a dirci con il corpo
ciò che il giorno traveste.
Amore che non si palesa,
ma vibra —
nel piatto caldo,
nella porta che si apre,
nel tuo finto cattivo umore
che è solo un altro modo
di abbracciarmi.
Intatto
Ci siamo visti nello schermo.
Lei, il cappellino,
e il suo viso —
uguale.
Gli zigomi pieni,
il sorriso
di sempre.
La malattia
non è arrivata fin lì.
Abbiamo parlato d'altro.
Fuori campo
tutto il resto.
Per un attimo
casa:
la mamma, la merenda,
i libri che si chiudono —
la sua matematica,
la mia pittura.
Poi di nuovo qui,
tra allora e adesso.
Ma intatto
il bene.
Intatto
l'amore.
Abbiamo chiuso
che era già sera.
E dentro,
una luce.
Per Virginia
Il tempo non si è fermato:
si è solo fatto pietra sul tuo petto.
Hai atteso una voce, un segno
che rimettesse ordine al buio.
Ma la verità è venuta scalza.
Lui ha scelto il piombo. Tu resti oro.
E l'oro non perde valore
se qualcuno ha gli occhi malati.
Virginia, soffia via il passato.
Non c'è crepa nello specchio,
c'è solo polvere.
I tuoi figli ti guardano come il porto
quando il mare si fa largo.
Tu sei terra ferma.
Non sei errore. Non sei scarto.
Apri le finestre, lascia al sole
ciò che è fango.
C'è un'aria viva che aspetta
di toccarti le mani.
E la tua stagione, adesso,
comincia a fiorire.
III. Materia e Maestri
Mantegna: Due stanze per un segreto
A Mantova, nella Camera degli Sposi,
ho imparato che la pietra non è mai ferma.
Gli angeli si affacciano dall'alto,
come se aspettassero qualcuno
che tarda ad arrivare.
Forse me.
Poi c'è il silenzio di Brera.
Lì il Cristo giace
con le piaghe esatte,
visto dai piedi, in un urto di marmo.
Ma io guardo sempre le sue mani:
hanno la durezza del legno,
eppure non si sono ancora arrese.
Ombra crepuscolare
La mia ombra
puzza di legno.
Sagoma di Ceroli
che non sa di esserlo.
Dentro,
lo scuro dei nodi
ha smesso di raccontare.
Le tarme hanno vinto.
Graceland
Lo ricordo bene, quell'anno,
quando nella Citroën Dyane 6
cantavamo a squarciagola Graceland di Paul Simon.
Capivamo poco delle parole,
ma sentivamo che quel disco
raccontava un viaggio —
o forse un sogno travestito da strada —
un luogo di speranza,
una fuga luminosa.
Era la musica a guidarci,
a entrare nel cuore dell'altopiano silano,
tra faggeti e pini che sapevano di resina e futuro.
Nelle nostre menti
la partenza, l'università, il domani
si mescolavano ai boschi,
alle curve della montagna,
al respiro lento della giovinezza.
L'auto ci cullava
e ci mostrava un futuro come un puzzle
da riordinare, da comporre,
con mani impazienti e sorrisi aperti.
In auto con mia figlia, oggi,
ascolto ancora Graceland.
La mente smonta quel puzzle:
i pezzi non coincidono più,
sono più amari, più veri.
Ma l'amicizia è intatta,
viva come allora,
come quei due ragazzi
che giocavano a tennis
portandosi la rete
nella Dyane 6 sbiadita,
più arancio che rossa.
Sulla strada del ricordo
Una striscia d'asfalto
taglia colline e montagne,
gallerie scavate come pensieri
tra viadotti sospesi.
I colori d'autunno ci avvolgono
come vecchie coperte.
Totonno guida, sguardo attento,
eco di sogni e memorie
che s'intrecciano al presente,
mentre la natura abbraccia l'architettura
che il tempo modella come argilla.
Tessitore di storie non ancora finite,
nebbia leggera che si arrampica sui monti.
Il cane al finestrino
segue con occhi pazienti
paesaggi lenti — un quadro in movimento.
Dietro, Sara è persa nel suo schermo,
mentre noi ci ritroviamo
nella confidenza dei chilometri,
tra la statale che gioca a nascondino
con rotaie dimenticate.
Ogni sasso sussurra avventure.
Il tempo passa, ma non per noi
che cerchiamo il futuro
negli occhi di chi non vuole invecchiare.
Il segno
Con una linea, Miró
parlava all'anima.
Io con mille parole
cerco ancora la prima.
I suoi segni erano semplici:
un punto, un tratto, un vuoto.
I miei riempiono pagine
che il vento disperde.
Forse l'arte è imparare a tacere,
lasciare che sia il segno
a parlare da solo.
Dentro lo stesso spartito
Il fuoco nel caminetto
parla per scarti di luce,
fiamma senza memoria.
Sopra, il Natale
è un presepio fermo,
mentre nello stereo
De Gregori riapre Bologna,
un concerto lontano
che continua a respirare.
È un De Gregori a voce alta,
che non ti aspettavi,
che improvvisa un duetto,
cuce i silenzi:
una musica che illumina gli angoli,
tra le pieghe del tempo.
Gli anni tornano all'improvviso
con la giovinezza addosso,
come una giacca ritrovata
in fondo a un armadio.
L'emozione mi stringe la gola,
la voce resta indietro:
non canto.
Resto solo,
davanti alla facciata incompiuta
di San Petronio,
un volto che l'Italia
non ha mai finito di capire.
È quell'Italia che chiude il concerto,
oggi più stanca,
forse più fragile.
O forse sono io
che cammino più piano
dentro lo stesso spartito.
IV. Il Silicio e la Strada
Notifiche
Ha ucciso
e poi ha messo un like.
Il sangue era rosso
come l'icona che vibra.
Nessun tremito nelle dita,
solo la batteria al dodici per cento.
Il mondo brucia fuori campo,
mentre il pollice scorre
nel silenzio di una tasca.
Il gesto
C'è solo la luce delle stelle,
mentre scrivo
sullo schermo acceso del telefono.
Ma senza penna
manca il contatto con il foglio,
il suono del tratto che corre,
si ferma,
riparte.
La penna accelera, si arresta,
assume le pose della riflessione;
tra le dita esprime entusiasmo,
oppure rabbia.
Cancella con forza,
riprende fiato,
si getta di nuovo sul bianco.
Il dito, invece, è lento:
non segue la mente,
non scivola il pensiero.
Tutto sullo schermo è preciso,
ordinato,
ma non mi appartiene.
E quando ho finito,
già dimentico le parole.
La mente, intanto, vaga:
si perde tra pitture metafisiche,
piazze deserte,
prospettive immobili,
il fumo lontano di una locomotiva.
Le idee si confondono nel fumo.
Tossisco.
Statue classiche mi osservano,
quasi invidiano
le mie pose imperfette,
umane.
Poi tutto si spegne:
solo il buio
e la luce fredda dello schermo.
Visioni riflesse
Sotto un cielo grigio
osservo il mio quartiere.
Guardo l'insieme:
con l'età ho perso i dettagli,
o forse è la vista che cerca l'essenziale.
Penso alle foto di Robert Doisneau,
a quel bacio che era un grido di vita,
parole che escono dall'otturatore
in una battaglia che sappiamo persa.
Oggi non guardiamo più:
riflettiamo.
E finiamo per vedere il mondo
solo attraverso gli occhi degli altri.
L'Orologio Senza Volto
Siamo schegge di un ingranaggio lucido,
vittime di un sole che non tramonta mai,
perché il buio non produce, non genera,
e il silenzio ci fa troppa paura.
Scivoliamo su vetri di luce liquida,
dove il "vero" è solo ciò che scorre veloce,
una verità sommersa dal rumore di fondo,
dal battito di un tempo calcolato.
Ma l'amore — quello che non serve a niente —
è la sbavatura che sporca il disegno,
la sosta che rompe il teorema.
È l'altro che bussa e non è previsto,
è il corpo che trema, non ancora visto,
un naufragio dolce nel mare del fare,
dove finalmente accettiamo di affogare.
Smetti di correre, resta un istante:
solo nel vuoto di un'ora sprecata,
la vita si scopre, davvero, cercata.
Il peso della misura
Non sta nell'oro,
non nel codice.
Scorre dove il passo
si fa nudo.
Nella piazza,
quando il pane
si spezza
e nessuno conta le briciole.
Colore politico
È morta per un'idea.
Non per il corpo: era giusto.
Accettabile.
Non per un reato: pensava.
Lo ha detto il potere, con voce legittima.
Le idee erano sbagliate.
Per il resto andava bene.
È stata uccisa perché conforme
in tutto, tranne il pensiero.
La sua colpa?
Aver guardato oltre la trama,
proprio lì,
sul rovescio del foglio.
Progressisti nelle idiozie
Abbiamo perso il contatto con le cose,
con la terra umida tra le dita,
con l'argilla che cede al gesto
e prende forma, prende vita.
Abbiamo perso lo stupore,
quella meraviglia del veder nascere
da un nulla informe
qualcosa che resta, che parla di noi.
Mi manca la scuola, le mani sporche,
il tornio che gira e trasforma,
l'argilla che oppone resistenza,
poi cede, poi segue, poi diventa.
Perdiamo il contatto anche con l'amata,
con la voce che vibra nell'aria,
con la pelle che trattiene il calore,
con l'odore che ci portiamo dietro.
Questo è progresso, dicono.
Bisogna essere progressisti
anche nelle idiozie.
Non c'è più mano che insegna la mano,
sguardo che guida, errore che plasma.
Ora si modella su uno schermo,
si stampa l'opera, ma non si conosce.
E l'artigiano, che sapeva la materia,
che parlava col legno, col ferro, col fuoco,
ora è un fantasma senza eredi,
un sapere disperso nel vuoto.
Verrà un tempo in cui l'amore sarà un'ombra,
un riflesso piatto su uno schermo,
e si godrà non più accarezzando,
ma cliccando sul vuoto.
Dove manca una voce
Sabato sera.
La casa tiene il silenzio
come un bicchiere mezzo pieno.
Il libro resta aperto,
ma non trattiene nulla.
Altrove, lo so,
la sera ha un altro suono:
calici di gaglioppo,
risate che si appoggiano alle spalle,
nomi chiamati senza peso.
Per un attimo
mi ci infilo anch'io —
in quella luce semplice,
in quel brindisi che non aspetta.
Poi mi fermo.
Perché manca una voce.
La tua.
Ti chiamo da giorni,
ma risponde solo
una distanza che non conosco.
Con gli altri il mondo si misura,
si racconta, si divide.
Con te restava leggero,
anche quando non lo era.
Ora no.
Ora ogni pensiero
cresce senza argini,
si fa più grande
solo perché è solo.
Allora immagino:
ti parlo,
verso un altro bicchiere,
faccio spazio alla tua risposta.
Ma l'immaginazione
non alleggerisce davvero.
Resta questo brindisi a metà,
questa sera che non si chiude.
Più tardi richiamo.
O forse
aspetto che sia il silenzio
a finire.
Matita
Sottile stelo di grafite e legno,
custode di segreti.
Tra le dita danzi con segno leggero
sulle pagine bianche,
come ali di farfalle inquiete.
Non sei come la penna, impetuosa e definitiva;
la tua è carezza,
un sussurro che accarezza la carta,
una promessa di parole
che fluiscono dolci.
Ogni tratto esplora,
prova, osa.
La gomma bianca, complice,
disarma i dubbi con un tocco
che non lascia ferite.
Nella tua natura transitoria
la forza: mutare, adattarsi,
ricominciare.
Insegni l'imperfezione serena,
il bianco e il nero che danzano,
il presente che sfuma nel niente.
Strumento di poeti e di sognatori,
la tua voce silenziosa incita l'anima
a lasciare un segno —
forse non indelebile,
ma vero —
sui fogli della vita.
Quarta di Copertina
«Il Correggio capovolse la tela / per far nascere un dipinto... / Il mio girare il foglio / non ha generato la poesia immaginata, / ma un chiaroscuro che somiglia a una linea.»Cosa resta dell'umano nell'epoca del silicio e delle notifiche che vibrano nel buio? Franco AcriCon uno sguardo che sa essere tenero e tagliente, Acri ci invita a capovolgere i nostri quaderni, a cercare la verità nelle «pose imperfette» e in quei pensieri che non si conformano al potere. Una silloge intensa, che ci ricorda che anche in un mondo che corre veloce, la vita si scopre davvero solo nel vuoto di un'ora sprecata, nel silenzio di un caminetto o nel calore di un abbraccio che il tempo non ha saputo scalfire.risponde con la forza della materia. In questa raccolta, la poesia si fa corpo: ha il peso dell'argilla modellata dalle dita, la solennità della pietra di Mantegna e il profumo del legno appena tagliato che evoca le sagome di Ceroli.
"Il rovescio del foglio" è un viaggio attraverso le geografie dell'anima, dai boschi della Sila percorsi su una vecchia Citroën Dyane 6 alle piazze metafisiche dove il tempo sembra fermarsi. È un diario di resistenza civile e sentimentale, dove l'amore non è un porto sicuro ma un «naufragio dolce nel mare del fare», e dove la memoria non è un peso, ma una giacca ritrovata in fondo a un armadio.
Indice
I. L'Io e il Tempo
· Gnomone
· Trittico (I. L'urto, II. La stanza del passato, III. Il filo disteso)
· Lo specchio degli anni
· Il rovescio del foglio
II. L'Argilla e il Sangue
· L'argilla e la forma
· Il nostro amore non è un porto
· Dialogo senza voce
· Intatto
· Per Virginia
III. Materia e Maestri
· Mantegna: Due stanze per un segreto
· Ombra crepuscolare
· Graceland
· Sulla strada del ricordo
· Il segno
· Dentro lo stesso spartito
IV. Il Silicio e la Strada
· Notifiche
· Il gesto
· Visioni riflesse
· L'Orologio Senza Volto
· Il peso della misura
· Colore politico
· Progressisti nelle idiozie
· Dove manca una voce
· Matita
Commenti
Posta un commento