FRANCO ACRI TRA LUZZI E L’ACACIA

 




 TRA LUZZI E L’ACACIA

Memorie e racconti di radici ritrovate

di Franco Acri

Nota dell’Autore

Tra Luzzi e l’acacia è un viaggio che nasce da un’urgenza: quella di riallacciare i fili tra ciò che ero e ciò che sono diventato. È un memoir narrativo che racconta il ritorno alle radici e la scoperta di nuove appartenenze, un dialogo tra il paese calabrese dove sono nato e lo slargo, sotto l’ombra di un’acacia, dove oggi vivo e ascolto storie.

Attraverso questi racconti, ho cercato di compiere un doppio viaggio. Da un lato c’è Luzzi, con il calore della sartoria di mio padre — crocevia di vita, politica e solidarietà — e il silenzio dei suoi vicoli oggi deserti; dall’altro c’è la comunità del Bar Roma, dove le vite si intrecciano ancora con la stessa lentezza e autenticità di un tempo.

In queste pagine si incontrano figure che sono diventate specchi: il "cugino" marocchino incontrato durante una corsa folle tra due mari, la signora Concetta che porta la sua Sicilia sulla riva di una spiaggia, e gli amici di sempre con cui ho condiviso estati che oggi sembrano leggenda. Ho scritto questo libro perché credo che "casa" non sia solo il luogo dove si nasce, ma quello dove si sceglie di appartenere e dove si è capaci di ritrovare se stessi. È una riflessione sulla memoria che resiste e sulla forza dei legami umani in un’epoca di individualismi. Spero che queste storie parlino a chi ha lasciato un paese e a chi ci è rimasto, a chi cerca le proprie radici o, semplicemente, a chi ha voglia di sedersi un momento su una panchina di legno, lasciare che il mondo respiri più piano e tornare, almeno con il pensiero, proprio dove tutto è cominciato.

 

 

Fine luglio, in auto verso Luzzi

Era da parecchio tempo che non tornavo a Luzzi. Il benvenuto me lo diede il termometro dell’auto: quaranta gradi. Un pugno di calore che mi riportò subito alla realtà della Valle del Crati, un luogo che non dimentica mai di essere una fossa tettonica, chiusa tra la Catena Costiera e l’altopiano della Sila. Un posto poco toccato dalle brezze marine, dove il microclima si decide tra una piega e l’altra della terra. E io ci ero cresciuto.

Ed eccolo, il paese. Adagiato su quella prima piega come un uomo addormentato. La strada scorreva per un tratto tra il fiume Crati e l’autostrada, prima di lasciare il posto alla ferrovia; a ogni chilometro il paese mostrava una prospettiva nuova. Da questa strada, chiamata “della bonifica”, si abbraccia con lo sguardo tutto il territorio: dalla valle alle montagne e, nel mezzo, il centro storico, stretto tra i due torrenti Ilice e San Francesco.

Sulla sponda destra del San Francesco sorge la nuova espansione del paese: un miscuglio che va dalle case popolari alle scuole, fino all’urbanizzazione selvaggia. La parte più bassa, che si estende dal fiume Crati alle nude colline argillose — un tempo caratterizzate dai rizomi di liquirizia — è quella che ha subito le maggiori trasformazioni negli anni. Oggi queste colline appaiono deturpate da costruzioni a basso costo dagli intonaci colorati, sparse senza alcuna logica urbanistica, come le parole di una poesia dadaista. Un’architettura che rimanda direttamente al dopoguerra o, peggio, all’abusivismo.

Non avrei mai pensato che su quelle colline instabili, dove i torrenti confluiscono prima di unirsi al fiume Crati, si potesse creare un grande quartiere dormitorio. Davvero, non c’è limite al peggio. Al contrario, la parte montana, vista da qui, sembra non aver subito grandi trasformazioni nel corso degli anni. Questo è senza dubbio dovuto allo spopolamento e alla migrazione interna.

Mentre rifletto su tutto ciò e sulle profonde trasformazioni dei paesi collinari e montani calabresi — centri che, a differenza dei borghi costieri, non possono contare sul turismo estivo — mi ritrovo sul ponte del torrente Annea. Inavvertitamente mi giro a guardare di nuovo il paese. Oltre all’abitato, da questa prospettiva è ben visibile il cimitero: l’unica cosa in continua espansione. Naturalmente senza alcun criterio, come vuole la tradizione, mentre il resto svanisce giorno dopo giorno.

A questo punto è doveroso aprire una parentesi sulla parte “storica” del paese, che versa in uno stato di totale abbandono. Quella tra i due torrenti, quella delle chiese, quella dove sono nato. Sì, sono nato e cresciuto in uno dei primi insediamenti medievali del borgo. Un dedalo di strette viuzze concentriche, modellate e talvolta scavate nella roccia cristallina, incastonate tra le case che si arrampicano sopra i tetti verso la zona più alta, dove un tempo sorgeva il castello con le sue porte (di cui oggi resta traccia solo nella toponomastica).

Ci sono tanti ricordi in quei vicoli che si intersecano e si perdono in slarghi, delimitati da case con ballatoi sagomati. Chi, come me, ha vissuto nel centro storico sa bene che Luzzi non è stata costruita, ma modellata in quei conglomerati pliocenici di colore bruno-rossastro. Nelle case in cui affiora la roccia, spesso mancano le mura portanti; le grotte e le cavità, che un tempo fungevano da cantine, sono ovunque. Le case isolate sono rare: tutte presentano almeno un lato seminterrato. Abitazioni e vie sono un tutt’uno e offrono scorci segreti, con supportici che si aprono su improvvisi squarci di cielo. Frammenti di una vita passata che rimandano a un tempo lontano.

Ho sempre pensato che, paradossalmente, il vero declino sia iniziato con i lavori di riqualificazione del centro storico. In quegli anni si commise l’errore di “riqualificare le pietre”, ovvero sostituire l’acciottolato con il porfido e modernizzare i servizi, senza considerare la vita sociale. Un’operazione che non ha aiutato a contrastare lo spopolamento. I centri storici hanno bisogno di essere abitati per sopravvivere, non solo visitati o vissuti episodicamente durante eventi culturali o folkloristici.

Oggi il mio quartiere ha raggiunto quasi la desertificazione, culminata con la chiusura della mia casa natìa. Mia madre, che ha quasi novant’anni, è stata costretta a lasciare i vicoli dove è nata a causa di un’ischemia e del conseguente disservizio sanitario calabrese. Eppure, le ragioni di questo abbandono sono state banali: il traffico automobilistico, i problemi di accessibilità e lo spostamento dell’asse commerciale verso la periferia, che sembrava rispondere meglio alle nuove esigenze economiche e sociali.

Se confronto la mia infanzia con quella delle generazioni future, mi ritengo fortunato. Oggi è difficile spiegare cosa significasse vivere in quel contesto, in mezzo a una folla di persone dove si respirava vicinanza. Ogni quartiere era una comunità; si condivideva tutto. Quello che sono diventato lo devo probabilmente a quelle persone. Spiegare a mia figlia che la nonna custodiva le chiavi di tutte le case del quartiere e che ne aveva dato copia alle zie Mafalda ed Erminia mi è costato una serata intera, e non so se abbia capito davvero il perché.

Che tristezza quando una di quelle porte restava chiusa oltre una certa ora: bisognava intervenire con le chiavi di scorta per controllare che l’anziano all’interno stesse bene. Era naturale vestire i defunti e disporli sul letto. Tutti conoscevano il rituale, sapevano dove fossero gli abiti e gli oggetti da mettere nella bara. Lo slargo davanti casa era il luogo dei giochi, ma anche il salotto di tutti. Si trascorreva poco tempo all’interno, perché le stanze erano poche, piccole e i bambini tanti. All’epoca mi ritenevo sfortunato perché avevo solo una sorella, mentre i miei amici avevano famiglie numerosissime.

La cosa più preziosa che porto nel cuore è che ognuno di noi si sentiva figlio non solo dei propri genitori, ma di tutto il quartiere. Questo ha aiutato molto chi aveva perso la madre in giovane età: tutti ti facevano sentire a casa, l’affetto era palpabile. Capisco che spiegare ogni sfumatura sia impossibile; devi averle vissute per coglierne l’essenza. È difficile spiegare che leggere Il vecchio e il mare all’ombra di uno scomodo ballatoio, affacciato su una fontana, possa aggiungere valore alla narrazione. I personaggi del libro si mescolavano alle persone reali: il tuo Santiago era lì di fronte a te e la fontana diventava l’oceano.

I romanzi che ho letto in quel contesto sono quelli che ricordo meglio. Ancora oggi, nelle profondità della mente, rivivono la mia “Fortezza Bastiani” e il mio “Metello”. Questa stessa magia si risveglia quando incontro gli amici d’infanzia che, come me, non vivono più in quei vicoli. Credo che in noi ci sia un’empatia atavica, una complicità che fa sì che pochi gesti o sguardi dicano tutto. Gli occhi diventano umidi e io torno a essere, semplicemente, "Franco di Lina".

Forse è la nostalgia la vera ragione che mi spinge a tornare regolarmente nel mio paese natìo, dove ormai le uniche certezze sono le chiusure delle ultime attività commerciali (quelle artigianali sono svanite da tempo). Persino un bar è diventato un privilegio, per non parlare dell’edicola. È un circolo vizioso: i servizi diminuiscono, le scuole chiudono, i trasporti spariscono. Il resto è facile da immaginare.

Non ho ancora attraversato il ponte sul Crati, che segna l’ingresso nel territorio luzzese, e ho già un’idea chiara della situazione che mi aspetta. Mancava solo un semaforo prima del ponte a completare l’opera. I lavori sul ponte, nel corso degli anni, sono stati infiniti come la “Fabbrica di San Pietro”. Ne approfitto per telefonare a Tonino e avvisarlo del mio arrivo. Sentire la sua voce, con il sottofondo dei discorsi di Gianfranco e Domenico, mi solleva il morale. Il semaforo diventa verde proprio al termine della telefonata. Nella ripartenza ho trovato la risposta al perché io torni volentieri a Luzzi, anche sotto il solleone. Questa volta, a suggerirmelo, è stato il contagiri del motore.

 

L’ago, il filo e l’anima di un quartiere

Negli anni Ottanta, quando la grande moda parlava il linguaggio delle passerelle e delle firme prestigiose, c’era un piccolo universo nascosto in una strada del centro storico, vicino alla chiesa, che viveva di un’altra magia. Era la sartoria di mio padre, Mastro Peppino. Un uomo elegante, dalla battuta pronta, capace di trasformare ago e filo in abiti che sembravano raccontare storie. Non era solo un artigiano, ma un maestro di vita, uno di quei personaggi che il tempo sembra aver messo da parte.

La sartoria, con la sua vetrina che lasciava intravedere manichini vestiti di tessuti pregiati e l’odore inconfondibile della stoffa, era più di una bottega: era un luogo di incontro, una piazza coperta dove la gente trovava il pretesto per fermarsi e parlare. Ai miei occhi, la sartoria era un teatro senza sipario e ogni giorno andava in scena una rappresentazione diversa.

C’era il medico, che si fermava per una rapida chiacchierata tra un appuntamento e l’altro; il bancario, che si sedeva accanto all’ambulante marocchino per scambiare due battute; il pensionato, che narrava vecchie storie di guerra e migrazione, mentre il maestro di musica accordava il mandolino in un angolo. Nei giorni di pioggia Aziz, il venditore marocchino, esponeva discretamente la sua merce, creando un mercato improvvisato tra le pezze di stoffa. Non mancavano i giovani che discutevano di diritto e di esami universitari. Immancabile il prete: a volte lo si trovava tra i giocatori di carte e le bestemmie che non si risparmiavano, nonostante sui muri i calendari esposti non fossero certo sacri. Ma Don Umile era un prete di mondo, capace di tollerare e comprendere l’umanità nelle sue mille sfaccettature.

Un ruolo fondamentale lo avevano anche le donne del quartiere, sempre generose e premurose. Erano pronte a far assaggiare le primizie di stagione e, durante le festività, a portare dolci e piatti tipici. Spesso, con la complicità dei mariti — amici di mio padre e frequentatori della bottega — preparavano taglieri di salumi e formaggi accompagnati da un buon bicchiere di vino rosso. Nei mesi invernali non facevano mai mancare la brace per riscaldare l’ambiente, dimostrando un affetto sincero che scaldava il cuore almeno quanto il fuoco acceso.

Tutto ciò prendeva vita in un’unica sala, illuminata dalla grande vetrina in legno che si affacciava sulla strada. Le pareti, cieche e silenziose, condividevano lo spazio con il palazzo accanto e la sacrestia della chiesa. Eppure, dentro quelle mura semplici, si animava un microcosmo di storie e personaggi, un’umanità varia che oggi sembra lontana, perduta. In quella stanza si discuteva di politica, si stringevano amicizie, si rideva e si litigava. La sartoria era un mondo a parte, un luogo dove l’umanità era al centro, senza distinzioni. Non si trattava solo di abiti: lì dentro passava la vita.

Il quartiere era un luogo vivo, pulsante, circondato da altri mestieri: il panettiere, il falegname, il meccanico, il calzolaio, l’orologiaio. Ogni bottega aveva una storia e la sartoria di mio padre era la loro casa comune, il punto verso cui ogni strada sembrava condurre. Tutto sembrava ruotare attorno a quel piccolo angolo di mondo dove l’uomo era al centro e la modernità faticava a trovare spazio.

Eppure, in mezzo a tanti ricordi, ne porto dentro uno che ha segnato profondamente il mio modo di stare al mondo. Questo ricordo è legato a una persona che, solo a vederla, ispirava un’innata bontà: Vincenzo. Vincenzo era un uomo magro e alto; lo ricordo sempre con un giornale in mano e il cappello in testa. Era capace di attendere per ore davanti alla porta, aspettando che mio padre aprisse.

Scapolo per scelta, non si era mai sposato. Mio padre mi raccontò che era stato fidanzato per un breve periodo, poi aveva lasciato perdere. Era anche lui un sarto, ma senza una sua bottega. Dopo la fine del fidanzamento era emigrato in Brasile, probabilmente alla fine degli anni Cinquanta, insieme a tanti altri compaesani. Tornò in patria quando quel Paese fu devastato da una grave crisi economica. Viveva esercitando il suo mestiere e spesso chiedeva a mio padre di poter usare la sartoria per dei lavoretti propri.

Mio padre gli rispondeva che era di casa e non doveva più chiedere; cercò persino di dargli una copia delle chiavi, ma Vincenzo rifiutò sempre, forse per quel pudore silenzioso che lo contraddistingueva. Mio padre aveva però il dono di farlo aprire. Spesso lo sentivo raccontare storie della città di San Paolo, di come si viveva e dei tanti italiani che incontrava. Nei suoi racconti il portoghese riaffiorava come una lingua che si mescolava al dialetto. Mio padre assentiva, conoscendo alcune parole, soprattutto quelle più osé. Così, tra una sigaretta e un’asola ben contornata con il filo di seta, il Brasile e il paese sembravano vicini, come se l’oceano non li separasse più.

Vincenzo, tra il dire e il non dire, risultava simpatico e, quando la timidezza lasciava spazio alla confidenza, emergeva un critico acuto. Era un pozzo di filosofia e letteratura: grazie ai suoi racconti ho conosciuto Jorge Amado e la narrativa brasiliana contemporanea. Quando poi parlava di sport, era insuperabile. Per molti anni, il mio Brasile è stato quello dei racconti di San Paolo di Vincenzo. Oggi penso spesso alle sue parole sulla condivisione, sull’ascolto e sul valore delle persone: le ritengo profondamente toccanti e attuali, un messaggio che risuona con forza in un’epoca caratterizzata dalla fretta e dall’individualismo.

Chi invece accettò volentieri la copia delle chiavi fu zio Pietro, ricordato da tutti per la sua camminata veloce, nonostante una gamba fosse rimasta tesa per un infortunio al ginocchio subito da giovane. Sicuro di sé e senza alcuna esitazione, Pietro si sentiva parte integrante della sartoria.

Un giorno entrai mentre Vincenzo era lì. Mio padre gli disse: «Non ti devi preoccupare di niente. Se la pensione dovesse tardare per il ricalcolo dei contributi, vorrà dire che la somma di denaro che ho in casa e non mi serve, la presterò a te. Me la ridarai quando arriveranno gli arretrati. Adesso fumiamoci una sigaretta: queste sono fesserie, pensa alla salute». Vincenzo, inizialmente restio, si sentì rinato. Più tardi, quando affrontammo un problema simile in famiglia, chiesi a mio padre come avesse potuto fargli quella promessa. Lui mi spiegò che Vincenzo non avrebbe mai accettato quei soldi, ma sapere che qualcuno era disposto ad aiutarlo gli aveva dato forza e speranza. Da allora ho imparato che la vera generosità non consiste soltanto nell'offrire un aiuto materiale, ma nel far sentire all’altro che non è solo. È questo che fa la differenza, perché sapere che esiste qualcuno pronto a tenderti la mano può dare il coraggio necessario per affrontare le sfide della vita.

 

Il passato che ritorna

Era da un bel po’ che non tornavo a Luzzi, il mio paese natale. Non vedevo mia madre da molto, a causa della pandemia e non solo. Durante i pochi giorni trascorsi lì, oltre a riabbracciare lei e i familiari, ebbi modo di incontrare i vecchi amici. Ma più di tutti, questa volta, mi fece piacere ritrovare il mio figlioccio, Francesco, il figlio di Gianfranco e Ilaria.

Ci imbattemmo l’uno nell'altro per caso. Stavo parlando con Gianfranco e Tonino quando lui apparve, con un cucciolo al guinzaglio e una signorina che non passava inosservata. Francesco era diventato un giovane uomo, ma quel suo sorriso affascinante non era cambiato. La timidezza, sempre presente, lo rendeva ancora più intrigante: una virtù silenziosa che gli permetteva di leggere le situazioni con una profondità rara. Senza giri di parole: era un bel ragazzo e ne ero orgoglioso.

Il nostro incontro fu breve, come sempre, fatto di sguardi e poche parole; ci salutammo in fretta. Il cucciolo rimase con noi, ma la signorina no. La serata proseguì in pizzeria con Tonino e il coprifuoco fece il resto. Tornando a casa attraverso i vicoli dell’infanzia, ripensai alla mia adolescenza e all’amicizia con Gianfranco. Ci eravamo conosciuti quando avevamo l’età di Francesco; entrambi frequentavamo l’Istituto d’Arte. Per varie vicissitudini ci ritrovammo nella stessa classe, la Terza B. In breve diventammo compagni di banco e lo rimanemmo fino al diploma.

Fin dall’inizio capii di aver incontrato una persona speciale. In pochissimo tempo si integrò perfettamente nel gruppo di amici che frequentavo fin da bambino. Non fu mai solo “l’amico di Franco”. Sì, mi chiamo Franco, ma sono conosciuto come Farfallone o Farfalla, così come Gianfranco è noto come Corvo. Lui, sin da subito, fu l’anima del gruppo. Ormai sono passati più di quarant’anni da quando ci conosciamo e non c'è stata una settimana in cui non ci siamo sentiti. Dico “sentiti” perché da molti anni vivo altrove.

Mentre camminavo verso casa, cercavo di rievocare gli anni più intensi trascorsi insieme, ma faticavo a stilare una graduatoria. Pensai che con Gianfranco non esiste un “prima” e un “dopo”. Paradossalmente, se io fossi una strada, lui ne sarebbe la segnaletica.

Il silenzio dei vicoli e il rumore dei miei passi mi riportarono indietro nel tempo, a quando il quartiere era vivo e di notte si sentiva il profumo del pane. In quel silenzio quasi fastidioso cercai episodi particolari vissuti in quegli anni. Non appena ne mettevo a fuoco uno, appariva insignificante rispetto al successivo. Si aprì così un ventaglio di ricordi che spaziava dalla scuola al campeggio, fino al calcio.

In particolare, mi venne in mente un episodio a cui sono molto legato. Era estate; Leonardo ed io eravamo nel piccolo spiazzo di via San Francesco. Leo aveva parcheggiato il motorino tra le aiuole che separavano lo slargo dalla strada. Piuttosto che sederci, stavamo sdraiati sul muretto, spalla a spalla, aspettando Tonino. Oggi quel posto è cambiato e il muretto non c’è più.

In modo del tutto inaspettato, fummo investiti da una busta piena d’acqua. Gli autori di quel memorabile scherzo erano Gianfranco e Totonno. Ne scaturì una battaglia rocambolesca in cui, nonostante avessimo lanciato litri d’acqua, gli unici a restare bagnati fradici fummo io e Leonardo. La sfida si concluse quando una busta, lanciata contro Gianfranco, non solo non si aprì, ma cadendo a terra ci schizzò di nuovo. A quel punto gridammo: «Basta!».

Questo ricordo, che per molti potrebbe sembrare banale, è fondamentale per me perché è legato a Leonardo, che ci ha lasciati qualche anno fa. Pensare a Leo da ragazzo mi rende felice. Non ci eravamo conosciuti a scuola, ma vivevamo nello stesso quartiere. Per vederci bastava affacciarsi al balcone. Leonardo, il matematico: le equazioni non avevano segreti per lui e, con una Marlboro tra le labbra, sembrava poter risolvere qualsiasi problema. Leonardo, di cui ogni angolo di questo quartiere mi parla. Leonardo, che non ho mai battuto allo “strummolo”. Leonardo, che anche questa sera mi ha accompagnato a casa lungo questi vicoli silenziosi. Leonardo, per il quale non ho mai chiuso la porta di casa senza prima alzare lo sguardo verso il suo balcone.

Appena entrai, mi assicurai che mia madre stesse bene. Dormiva come una bambina, con quel solito sorriso che il tempo non è riuscito a cancellare. Prima di andare a letto osservai con affetto gli oggetti, i quadri e tutto il resto: non solo erano rimasti gli stessi, ma conservavano fedelmente la loro posizione. Prima di addormentarmi, notai le mie iniziali sulla federa del cuscino, come se fossero state ricamate il giorno prima.

Riflettei sul fatto che sto invecchiando osservando sempre le stesse cose. In particolare, davanti a un mio omaggio a Giorgio Morandi dipinto negli anni della scuola, compresi l’amore e la stima che nutro per il Maestro. Mia madre, che ignora completamente l’opera di Morandi, condivide con lui l’idea che gli oggetti comuni abbiano una vita segreta. Questa visione unica e universale ha creato un linguaggio che è parte integrante della pittura: mi è difficile immaginarla senza pensare alle sue nature morte. L’associazione tra mia madre e il grande Maestro mi mise di buon umore. Così, con gli occhi sorridenti, ripensai alla scena del gavettone e alla busta rimasta intatta, ma soprattutto alla spensieratezza di quei giorni. Spensi la luce e, con la testa appoggiata su quel cuscino personalizzato, continuai a sognare.

 

L’estate che non meritavamo

Una di quelle estati che pensi di non poter meritare, a un’età in cui i pensieri dovrebbero essere altri: il lavoro, la famiglia, tutte quelle preoccupazioni che senti per strada o seduto al bar. Noi, invece, eravamo un gruppo di amici con poche cose. Niente soldi, niente ambizioni da telegiornale. Solo una fame enorme di vivere, di stringere forte le poche conquiste: la confusione di un’utilitaria stracarica, le strade di provincia che profumavano di ginestra e asfalto bollente, la fiducia muta che ci legava.

Quell’estate fu un susseguirsi di fughe: feste di paese, sagre, concerti nelle piazze dove il palco era sempre un po’ storto. Quella sera eravamo a Rogliano, in provincia di Cosenza, seduti a un tavolino di plastica a bere una birra tiepida prima che iniziasse Eugenio Finardi. L’aria era calda e dolce, carica di voci sovrapposte.

Poi entrò lui, l’impresario: un tipo con la giacca chiara e la camicia a fiori. Ci vide e ci fece un cenno. Eravamo compaesani, lo conoscevamo da sempre. Si avvicinò, ordinò un altro giro per tutti e, mentre posava i bicchieri, lasciò cadere la notizia come se fosse niente: «Ci sarà Lolli. Claudio Lolli. A Mottafollone, domenica», e indicò una data.

Per un attimo, il brusio della piazza sembrò scomparire. Ci guardammo. Lolli non era solo un cantante: era un compagno di viaggio segreto, la voce che avevamo ascoltato in stanze strette, che parlava di disagi, di vite in fuga e desideri ostinati. Una specie di fratello maggiore scomodo che sapeva tutto di noi. «Domenica. Non si discute. Si va», disse qualcuno già quella sera, in macchina. «E facciamo una giornata intera. Dal mare alla montagna».

La domenica arrivò con un sole che sembrava di latta. Ci ritrovammo quasi all’alba, ma questa volta eravamo di più. La voce su Lolli si era sparsa e si erano aggiunti altri: amici di amici, volti conosciuti in altre estati, curiosi. «Claudio chi?», chiedevano alcuni. «Vieni e lo sentirai», era la risposta.

Le macchine si riempirono di teli e costumi, ma non mancavano le ceste con pane, pomodori, soppressata e le immancabili bottiglie di vino nascoste sul fondo. Lo Ionio ci accolse con un abbraccio umido e splendente. La giornata fu un caleidoscopio perfetto: risa che squarciavano il rumore delle onde, tuffi goffi, nuotate fino alla boa. Pranzammo all’ombra di una tenda traballante, condividendo tutto come sempre. Il pomeriggio scivolò via tra l’ombra della pineta, sorsate d’acqua salmastra e costumi appesi al vento caldo. Eravamo una tribù rumorosa e felice, armati solo di voglia di luce.

Verso sera, dopo un cambio d’abiti rocambolesco sul lido — tra asciugamani alzati come bandiere improbabili — e un aperitivo frettoloso guardando il sole tuffarsi dietro le montagne, l’entusiasmo divenne un’onda inarrestabile. «Via! Dal mare alla montagna!», gridò qualcuno. Partimmo, lasciando il rumore della risacca per le curve silenziose che salivano verso il Pollino. Lassù, dove le case in pietra sembrano trattenere il respiro della storia e l’aria profuma di legna, il paesaggio si faceva più aspro e autentico, rivelando l’anima nuda di una Calabria che non ha bisogno di artifici.

In macchina era un coro stonato di canzoni di Lolli: Aspettando Godot e Borghesia si mescolavano alle risate per le smorfie di chi non le conosceva. Più salivamo, più l’oscurità si faceva fitta e i paesi che attraversavamo sembravano addormentati in un altro secolo.

L’eccitazione, però, cominciò a sfumare in un dubbio sordo quando finalmente arrivammo a Mottafollone. Il paese giaceva davanti a noi, arroccato e buio. Nessuna luce di palco, nessun flusso di gente, nessun ronzio di amplificatori. Solo il chiaro di luna sulle pietre e il riverbero giallognolo di pochi lampioni. «Forse è in una piazza nascosta», mormorò qualcuno, ma la voce mancava di convinzione. Girammo per stradine deserte fino alla piazza principale. Niente. Un silenzio totale, irreale, rotto solo dal nostro scalpiccio. Il concerto intimo che ci aspettavamo, quel “bel fiasco di rosso e tanto ascolto con passione”, lì non aveva lasciato alcuna traccia.

L’unico segno di vita era una luce che filtrava da una vetrina: un bar. O almeno così sembrava. Spingemmo la porta e il tempo si strappò. Un odore ci investì, denso e familiare: un misto dolciastro di caffè tostato, zucchero, tabacco da pipa e polvere, tutto impregnato nel perlinato scuro che rivestiva le pareti. Non era un bar, era una drogheria degli anni Settanta rimasta pietrificata. Bancone e mensole di legno massiccio, cariche di bottiglie dalle etichette dimenticate — il Rosso Antico su tutte — scatole di biscotti di latta, pacchi di pasta. Un televisore spento in un angolo completava l’incanto malinconico. Sembrava la casa dei nostri nonni.

Il barista, un uomo dai capelli grigi e il grembiule pulito, ci guardò placido mentre ci accalcavamo nel locale minuscolo; noi, il gruppo venuto dal mare, ancora con la salsedine tra i capelli e la sabbia nei sandali. «Scusate, dov’è il concerto? Quello di Claudio Lolli?», chiese il nostro portavoce, con la voce un po’ tremula per il presagio. L’uomo si asciugò le mani su un panno, senza fretta. «Concerto? Di quale concerto parlate?» «Di Claudio Lolli. Stasera, qui». Un leggero, definitivo cenno del capo: «Ah. Quello c’è stato. Domenica scorsa».

Un silenzio di tomba scese su di noi. Un colpo al petto, secco. Ci eravamo sbagliati di una settimana intera. Avevamo costruito uno dei giorni più belli dell’estate, forse della vita, su un malinteso. Il traguardo era già evaporato nel passato. Poi, mentre il disappunto cominciava a bruciare, i nostri occhi scivolarono di nuovo su quelle bottiglie dietro il bancone. Quelle forme, quei colori sbiaditi: erano i fantasmi della nostra infanzia. Erano i pomeriggi nelle case di campagna, le merende, le feste di un tempo.

In quel vuoto di delusione spuntò una curiosità surreale. Eravamo finiti in un luogo fuori dal tempo per un errore. Forse l’errore era proprio il punto. «Ma… si può ordinare un bicchiere di Rosso Antico?», chiese qualcuno, con la voce rotta da una risata amara e liberatoria. Il barista annuì, con un sorriso appena accennato: «Certo che si può». E così, una dopo l’altra, quelle bottiglie antiche scesero dalla mensola. I bicchieri furono riempiti. Il primo sorso fu un viaggio: dolce, speziato, terribilmente nostalgico. Non era liquore, era memoria liquida.

Il concerto di Lolli non ci sarebbe stato. Lo avevamo perso. Ma seduti in quel bar-drogheria, con la salsedine che ancora bruciava sulla pelle, capimmo qualcosa. Forse Lolli, in qualche modo, era lì. Era nella nostra fuga, nelle risate sotto il sole, nella ricerca ostinata di un’estate che sentivamo di non meritare, ma che ci prendevamo lo stesso. Era nell’errore che ci aveva portati in quel luogo fermo nel tempo, a condividere il sapore vero di un’Italia minore che resisteva, come noi, senza un motivo apparente se non la voglia di esserci.

Ripartimmo a notte fonda. Le macchine erano silenziose. Non cantavamo più. Guardavamo il buio oltre i finestrini, ognuno con dentro il mare della mattina e il sapore del Rosso Antico, con la consapevolezza che a volte la meta sbagliata è esattamente il posto giusto dove trovare ciò che non sapevi di cercare. L’estate, comunque, era salva. Anzi, era appena diventata leggenda.

 

La giornata dei due mari

È una di quelle giornate che ti restano dentro, come un tatuaggio inciso sulla memoria. Ero in auto, con Gianfranco al volante, e in testa avevamo un piano ambizioso, quasi folle: un doppio appuntamento lo stesso giorno ai due estremi della Calabria. Sul Tirreno al mattino e sullo Ionio all’imbrunire. Fu una corsa contro il tempo e, letteralmente, contro il giro del sole. Ci perdemmo l’alba e il tramonto, sacrificati sull’altare di quell’ardita promessa.

Di quel giorno, a parte il tragitto in macchina, ogni cosa si è fatta tenue, quasi svanita. Ricordo bene il viaggio della mattina: il respiro trattenuto uscendo dalle gallerie, come un otturatore che scatta e cattura un frammento di mondo. E poi l’immensità improvvisa quando ci ritrovavamo sospesi su un viadotto: il mare sotto di noi e una bellezza che mozzava il fiato. Paesaggi da cartolina, brividi che ancora oggi non so descrivere. Eppure, in fondo, eravamo solo due calabresi convinti di conoscere a memoria quelle strade e quei panorami.

Fu il passaggio dal Tirreno — un rapido abbraccio salato — allo Ionio — un orizzonte già scuro — a regalarci la lezione più grande. Il sole ormai piegava verso il mare alle nostre spalle e l’attenzione era tutta sulla strada in salita e su chi ci precedeva. Davanti a noi procedeva un ambulante marocchino, con la sua tipica Mercedes fumante. Quel “cugino”, quelle strade, le tracciava a memoria, umiliando la nostra vana familiarità di calabresi di nascita. Lo osservammo a lungo, fino al valico, dove finalmente riuscimmo a superarlo. Vidi solo il suo profilo contro il finestrino: le mani salde sul volante e un cappello palmito calcato in testa. Un uomo che sembrava fatto della stessa strada che percorreva.

Intanto la mente correva alla sua vita, a quelle cianfrusaglie accatastate nell’auto, a come si fosse adattato al nostro mondo; a quel miscuglio di culture che si sfiorano, si incontrano e si rispettano. Pensavamo di averlo lasciato indietro, perso nella folle discesa dalla Piana dell’Esaro fino al Coscile. Invece lo ritrovammo lì, fermo al passaggio a livello, con la sua vecchia Mercedes che tossiva fumo ma non si arrendeva. Lui, con il braccio fuori dal finestrino, fumava tranquillo in attesa del treno. Aveva un sorriso appena accennato, quasi ironico: il sorriso di chi conosce il tempo, lo domina e sa aspettare.

Mentre lo osservavamo, ci accorgemmo che quell’uomo era più reale di qualsiasi sirena del Mediterraneo, più indimenticabile di qualsiasi ragazza incontrata quel giorno. A dire il vero, delle ragazze ricordiamo poco; ma di quel viaggio, di quel sorriso e di quella Mercedes, non abbiamo dimenticato nulla. In noi restò una riflessione dura e onesta: siamo un po’ tutti migranti, in fondo. Forse è questo il senso di certe corse contro il tempo: capire che non sempre è chi arriva primo a vincere.

 

Dove avevamo lasciato tutto

Estate, fine anni Novanta. Ero uno studente — ormai fuori corso — di Architettura alla Federico II di Napoli. Mi trovavo nella mia casa in via San Gregorio Armeno quando squillò il telefono.

«Pronto?» «Ciao, sono Leonardo», disse una voce che non sentivo da anni. «Ciao! Che sorpresa! Da quanto tempo!» «Ho chiesto il tuo numero a zio Peppe. Anche lui era sorpreso e contento. Tuo padre, poi, è sempre lo stesso: quando gli ho chiesto di te, mi ha risposto con uno dei suoi soliti aforismi». Sorrisi. «Sai, Leo, ho davvero voglia di rivederti». «Anch’io. Ho bisogno di raccontarti alcune cose… pesanti. Mi sento perso. E in certi momenti si ha bisogno di parlare con chi conosce le proprie radici». «Alle 13:10 parte un treno per Cosenza. Se mi vieni a prendere, ci vediamo in stazione prima delle 18». «Perfetto. Ti aspetto».

Preparai una borsa con lo stretto necessario. In treno aprii Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani. L’avevo già letto, ma stavolta cercavo di capire meglio la voce narrante: se appartenesse davvero all’autore o a qualcuno che di lui portava solo l’eco. Il narratore raccontava di un mondo finito, travolto da leggi e destini imposti; di vite spezzate dalla ferocia del fascismo e della deportazione. Un mondo perduto che nessuno era riuscito a salvare. Mi chiesi se anche io fossi in viaggio per tentare lo stesso, ma in un modo diverso: non per riscattare una storia collettiva, ma per ritrovare un’amicizia, un frammento di noi che il tempo aveva disperso. Mi domandai se fosse ancora possibile cambiare il finale.

Quando arrivai, il sole era ancora alto. Giugno ha questo potere: le sue giornate sembrano eterne. Leonardo mi abbracciò forte, ma i suoi occhi erano pesanti. «Cosa è successo?», chiesi. «È finita con mia moglie. Penso in modo definitivo». «È solo questo? Di salute tutto bene?». «Sì. Ma è nostra figlia che mi distrugge. È piccola, ha bisogno di entrambi. Non so come reagirà».

In macchina mi raccontò della casa che avevano costruito insieme, ora diventata una gabbia. «Ogni mattina è un peso. La cucina ha il suo profumo, il salotto è pieno dei suoi silenzi. Vivo in un museo della mia vita passata». Leo era sempre stato testardo. Ogni idea, un confronto. Ma ora la sua fragilità mi spingeva a non restare in silenzio. «I tuoi ti aspettano?», chiese. «No, sanno che sono con te. Non ho fretta». «Aperitivo?». «Ottima idea».

Ci fermammo in un locale che ci riportò indietro nel tempo. Poi salimmo in montagna, al nostro ristorante di sempre. Durante la cena mi chiese degli studi. «Dopo anni sprecati tra amori e sogni, sono quasi arrivato. A breve mi laureo». «Fantastico! Hai già pensato a come festeggiare?». «No. Non voglio farne un evento. Forse ho paura. Finché studio sono ancora in gioco. Dopo, dovrei essere “l’architetto”. E non so se voglio esserlo davvero».

Gli raccontai dei nuovi amici, più giovani. «Una seconda giovinezza. Ci hanno riportati in strada, ci fanno sentire invincibili. È grazie a loro se le moto non sono finite nei garage». Parlammo anche del suo lavoro alla Citroën. Poi, fumando una sigaretta nel silenzio della notte, dissi: «Sai, Leo, forse il problema non è quello che è successo, ma come lo guardi. L’amore non è un contratto; è qualcosa che respira. Le persone cambiano e a volte si perdono. Ma questo non è un fallimento. È solo vita».

Lui guidava in silenzio, assorbendo le mie parole. Poco dopo ci ritrovammo nello slargo dove avevamo passato l’infanzia. Ci sedemmo su una panchina nuova, in un luogo che pareva immutato. I buchi nel muro dove da ragazzini nascondevamo le sigarette erano ancora lì. «Mi chiedi come ricominciare? Forse non devi fuggire o reinventarti. Guarda: ci siamo noi, c’è questo posto. Non siamo cambiati. Siamo tornati a quello che eravamo».

Ci salutammo con un semplice: «A domani». «Ci vediamo da Domenico, l’ottico», dissi sorridendo. Leonardo mi guardò. E nei suoi occhi, per la prima volta, c’era una luce diversa, non più spenta dal dolore. Sapevamo entrambi che l’indomani non sarebbe stato una semplice replica dei giorni passati. Ci eravamo ritrovati ed era bastato poco per sentirci più forti. Forse aspettavamo solo questo: tornare a discutere per niente, a mettere le mani nei vecchi motori. Una complicità muta ci univa, come allora.

Provai un leggero imbarazzo per quell’entusiasmo, ma dentro sentivo una nuova lucidità. Forse ero pronto. Anche a diventare l’architetto. Rimasi sulla panchina ancora qualche minuto, osservando il largo addormentato sotto il cielo stellato. Una brezza leggera muoveva appena le foglie dei limoni alle mie spalle, portando nell’aria quel profumo secco e dolce che sa di estate e di ritorni. Dalla borsa tirai fuori Il giardino dei Finzi-Contini. Lo aprii a caso e sfogliai qualche pagina, lasciando che le parole mi scorressero addosso. Il narratore raccontava di un mondo perduto, di destini che nessuno era riuscito a salvare. Ma quella era una tragedia della Storia. La nostra, pensai, era solo una pausa della vita. E forse, proprio per questo, non era troppo tardi. Si potevano ancora riallacciare i fili delle amicizie, ricominciare. La vita, a volte, regala una seconda occasione. Una seconda giovinezza. Proprio dove tutto era cominciato.

 

Claudio

L’ho rivisto in paese, Claudio, quest’estate. I capelli se ne sono andati e una barba lunga gli ha cambiato il volto, come se il tempo avesse voluto ritrarlo con un altro stile. Gli occhi, però, erano rimasti gli stessi: svegli, espressivi, capaci di parlare prima ancora della bocca.

Vederlo è stato come scoperchiare una scatola del tempo. In un attimo sono tornato al quartiere, alle giornate passate seduti su un muretto a sognare un mondo che ci sembrava ancora in bianco e nero. Avevamo molte cose in comune, lentiggini a parte: la fame di lettura, i quotidiani, la Settimana Enigmistica e, sopra ogni cosa, la Formula 1. Restavamo piantati su quell’acciottolato di pietre tra i vicoli, ma con la testa correvamo lontano, insieme ai bolidi: Ferrari, McLaren, Lotus. I piloti erano i nostri veri eroi.

La casa di Claudio si poteva raggiungere da due strade. Io sceglievo sempre la più breve, perché custodiva un segreto: un giardino che profumava di limoni tutto l’anno. Per sbirciarvi dentro bisognava affacciarsi a una piccola finestra, la stessa dove Norberto teneva il suo scrittoio. Non riesco a pensare a Claudio senza pensare a Norberto: era il terzo vertice del nostro triangolo, legato a lui da una fede incrollabile per il Milan. Io ero interista, ma solo perché lo era mio padre — un’appartenenza ereditata che mi faceva sentire un po’ straniero nei loro discorsi da spogliatoio.

Norberto era il nostro avamposto culturale. Da lui trovavamo quello che a casa nostra mancava: il quotidiano fresco, la chitarra e quei libri in cui scoprii il socialismo. Lo chiamavamo “l’enciclopedico”, la nostra Sibilla personale. Era dottore nell’animo molto prima che i titoli lo confermassero; ricordo ancora quando mi curò una brutta ferita a un dito, causata dal filo del mio aquilone rimasto impigliato nel bagagliaio di un’auto in corsa.

È tra quelle pietre che è nata la mia urgenza di scrivere, e Claudio ne è stato il complice costante. Abbiamo condiviso canzoni, bozze di racconti, poesie in rima: un sodalizio che ha resistito all’adolescenza e ai chilometri venuti dopo. Oggi, a distanza di mezzo secolo, quando scrivo penso spesso a lui. Gli mando le poesie che parlano del nostro quartiere, della nostra infanzia. Continua a essere la mia bussola segreta. Le nuove tecnologie ci hanno rimesso in comunicazione. Parliamo ancora di quei bolidi che sono cambiati, esattamente come siamo cambiati noi. Eppure c’è una ferita che per entrambi non si è mai rimarginata: non abbiamo mai superato il lutto per il nostro Gilles Villeneuve.

Quest’anno andrò a trovarlo. Voglio tornare nei nostri vicoli a vedere un Gran Premio insieme: lui con la barba, io con la pancia, trasformati nel fisico ma non nel calore che ci accomuna. Forse ci siederemo ancora su un muretto, anche solo per un momento. E mentre i motori riempiranno l’aria, so già che, da qualche parte dentro di noi, il tempo farà di nuovo marcia indietro.

 

Concetta, sulla riva

Stasera, sulla spiaggia, si è aperto un lungo dialogo con una signora anziana di nome Concetta. C’era qualcosa di familiare nei suoi modi garbati, nelle movenze gentili, nella sua voce. Vive a Brescia da oltre sessant’anni, eppure, mentre parlava, si avvertiva un “altrove”, un’origine rimasta vibrante dentro di lei.

Con discrezione le ho chiesto delle sue vere radici. Così è emerso il piccolo arcano: Concetta è nata e cresciuta in un paesino della provincia di Messina. Prima del matrimonio viveva tra le pietre calde di quella Sicilia contadina, dove le ragazze sedevano lungo i vicoli a chiacchierare, intrecciando parole come si fa con l’uncinetto o i ferri. Mi ha parlato delle vendemmie, della pastorizia, di un mondo che oggi appare lontano, eppure così nitido nei suoi ricordi.

Dopo le nozze seguì il marito — siciliano anche lui — nel bresciano. Lì ha messo radici, senza però smarrire nulla della sua giovinezza. Ha portato con sé il dialetto, i gesti, i sapori e quella memoria viva che non è semplice nostalgia, ma un vissuto integro e tenace. Quando parlava del suo paese, lo faceva col cuore e con gli occhi lucidi. Non era un lamento per il passato, ma la lucida consapevolezza di un tempo che non ritorna, di una purezza che oggi, dice, non si trova più.

Accanto a lei c’era anche suo figlio. Mi ha raccontato che solo dopo la nascita di sua figlia è riuscito a fare davvero pace con questa spiaggia. Da adolescente, appena poteva, prendeva il primo treno per il Nord, in fuga: forse da se stesso, forse da quel Sud che brucia dentro e a volte ferisce. Eppure oggi era lì, in silenzio, come se anche per lui questa riva avesse finalmente ritrovato un senso.

Concetta mi ha colpito anche per un altro motivo: porta il nome di mia sorella, e suo marito si chiamava Franco, come me. Ma, più di tutto, mi ha riportato alla mente mia madre: per la sua pacatezza, per i modi aggraziati e per quell’altruismo semplice che appariva naturale in quelle generazioni. Quanto sapevano donare, senza mai chiedere nulla in cambio.

Con parole semplici ha spiegato a mia moglie che oggi tutto è cambiato. Sulla spiaggia non si parla più, non ci si conosce, non si condivide. Ognuno è rintanato dietro uno schermo. Parlare, incontrarsi davvero, è diventato difficile. Eppure stasera, sulla riva, grazie a Concetta e a quel tempo che portava dentro, tutto è sembrato, per un attimo, di nuovo possibile.

 

Sotto l’acacia

A pochi passi da casa, il Bar Roma sembra più un porto per nostalgici che un locale. Roberto, il proprietario, è quasi mio coetaneo: nei suoi occhi, dietro le rughe sottili e il sorriso di chi ne ha viste tante, si riflettono gli anni Ottanta, una gioventù fatta di Vespe rombanti, poster di top model e un cinema italiano che sapeva ridere di se stesso. Nomi come Troisi, Benigni, Verdone e Nuti sono ancora sulle sue labbra, come vecchi amici che tornano a trovarlo ogni tanto.

Fuori, due ombrelloni sbilenchi e sferzati dal vento si contendono lo spazio con un vecchio albero di acacia, la cui ombra è l’unica vera salvezza nelle giornate torride. Prima dell’ingresso, una tettoia di legno e plastica, in parte trasparente, opprime più che accogliere: il tempo l’ha resa pesante e malinconica, come se avesse assorbito tutti i discorsi e i sospiri dei clienti di passaggio.

Dentro, il buio era un’abitudine. Il bancone è lungo come una pista per tazzine di caffè; nella saletta, una TV sempre accesa fa da lumino a storie mute. Più che un salotto, è una tana. L’odore stagnante del legno cerato e del fumo vecchio sembra impregnare ogni cosa. Il perlinato, che riveste soffitto e pareti fino a una certa altezza, contribuisce a creare un’atmosfera chiusa, quasi claustrofobica. Eppure, c’era sempre qualcuno. Il vero bar, però, era fuori, tra chiacchiere veloci e sguardi pigri ai passanti, almeno nei mesi caldi dell’anno. Lì si viveva, lì si respirava.

Li riconoscevi subito, i cacciatori del Bar Roma. Non serviva vedere i fucili, che restavano a casa; bastavano i loro cappellini mimetici e i giubbotti dalle tasche troppo grandi. Si sedevano sempre allo stesso modo sulle due panchine di legno scolorito che arredavano il piccolo slargo davanti al locale. Non c’era confine tra le sedie del bar e quelle panchine: il marciapiede stesso sembrava un prolungamento naturale del locale. Ci si sedeva dove capitava: clienti abituali, passanti curiosi, anziani che non ordinavano nulla ma restavano a guardare il mondo.

Era uno spazio senza regole, dove le conversazioni attraversavano i tavolini e si posavano sulle ginocchia di chiunque ascoltasse. Poteva capitare che uno dei cacciatori raccontasse una storia a chi sedeva sulla panchina, o che un vecchio amico si avvicinasse al bancone solo per un saluto, per poi tornare fuori. All’ombra storta dell’acacia e sotto gli ombrelloni tremanti, tutto diventava comunità: nessuno chiedeva permesso, nessuno era estraneo.

Seduto lì, con il caffè che si raffreddava troppo in fretta, osservavo questo piccolo teatro di vite intrecciate. Il Bar Roma era un bar solo di nome: in realtà era una piazza, un ricordo, un punto fermo. I discorsi ondeggiavano tra verità e fantasia, tra una beccaccia che non si trovava più e un tordo che nessuno ricordava di aver visto davvero. Il porto d’armi era diventato una tassa salata per coltivare una passione che sembrava appartenere a un’altra epoca, ma loro non se ne lamentavano troppo; preferivano raccontare di quell’alba in cui il bosco odorava di terra bagnata, o di quando il cane aveva fiutato qualcosa che non c’era, giurando di aver sentito il frullo invisibile di un volatile pregiato.

Per anni li avevo ascoltati in silenzio. Non per paura o disinteresse, ma per rispetto. La loro voce era musica che parlava di radici, di un mondo che avevo conosciuto solo da bambino nel mio paese natìo. Restavo lì, sorseggiando il mio caffè, lasciando che le loro storie si intrecciassero con le mie, che scivolassero dentro di me come la luce fioca che attraversava gli ombrelloni sfilacciati. Col tempo avevo imparato a conoscerli. Sapevo i loro nomi, i loro mestieri passati o presenti, persino il loro modo di pensare e di affrontare i problemi quotidiani. Li avevo visti passare dal vecchio telefonino allo smartphone e, in questo lento cambiamento, avevo trovato anch’io il mio spazio nei loro discorsi e nelle loro preoccupazioni.

All’inizio credevo che fermarmi al Bar Roma fosse solo un segno di pigrizia. Mi sbagliavo, come quasi sempre. Quelle persone — artigiani, muratori, operai, migranti — erano finestre aperte sulla vita. Nei loro racconti vedevo scorrere sacrifici silenziosi, giornate di fatica, famiglie tirate avanti con dignità. Vedevo amicizie lunghe una vita, un’empatia naturale e l’amore per la semplicità. Così, da un bel po’, avevo smesso di ascoltare le loro storie come se fossero un passatempo. Oggi quelle storie le vivevo: ne ero parte.

Spesso, al ritorno dallo studio, provavo una grande nostalgia nel vederli seduti lì e immaginavo i loro discorsi. Così parcheggiavo l’auto e andavo a sedermi anch’io tra loro. Basta poco per scordarsi dell’architettura, dei cantieri e dei problemi che oggi affliggono un architetto. Prima ancora che io prendessi posto, qualcuno aveva già ordinato per me una birra ghiacciata. Nel sorseggiare quel boccale, tra quelle chiacchiere, tutto sembrava scorrere più lentamente, in modo più umano.

A San Clemente ci sono tanti bar moderni: luminosi, con musica in sottofondo e ragazze che ti servono al tavolo. A volte mi capita di trovarmi lì con degli amici per un aperitivo o un buon calice di vino locale. Eppure non è la stessa cosa. I tavoli sono occupati, ma è come se fossero vuoti: i discorsi sembrano preconfezionati, pieni di una furbizia che stanca. Le persone mi appaiono finte, come se sedersi a quel tavolo fosse un modo per dimostrare qualcosa a se stessi o agli altri: esserci, apparire, essere presenti.

In quei momenti non vedo l’ora di tornare sotto l’acacia, di uscire dal brusio e ritrovare le storie vere, gli errori, la vita. Alla fine, il Bar Roma non è un luogo: è un tempo sospeso. Lì i discorsi non hanno fretta, i sorrisi non hanno secondi fini. Le rughe dei clienti raccontano storie più sincere di qualsiasi notizia al telegiornale.

Io resto seduto sotto l’acacia, con il boccale mezzo vuoto e il vento leggero che fa tremare gli ombrelloni stanchi. Roberto, dietro il bancone, saluta un cliente chiamandolo per nome; i cacciatori discutono se la stagione sarà buona; il barbiere ride di una battuta che ormai conosciamo tutti a memoria. Ed è proprio in questa semplicità che sento la vita pulsare: non nelle luci brillanti dei locali alla moda, né nei brindisi studiati, ma qui, in questo piccolo slargo senza confini, dove le storie diventano una sola e anch’io mi scopro parte di esse. Sotto l’acacia, il tempo sembra smettere di correre. E forse, per un attimo, il mondo intero respira più piano.

*****

Indice

  • Nota dell’Autore
  • Fine luglio, in auto verso Luzzi
  • L’ago, il filo e l’anima di un quartiere
  • Il passato che ritorna
  • L’estate che non meritavamo
  • La giornata dei due mari
  • Dove avevamo lasciato tutto
  • Claudio
  • Concetta, sulla riva
  • Sotto l’acacia

 

 

 

 

 

 

 


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