FRANCO ACRI TRA LUZZI E L’ACACIA
Memorie e racconti di radici ritrovate
di Franco Acri
Nota
dell’Autore
Tra Luzzi e l’acacia è un viaggio che nasce da un’urgenza: quella di riallacciare i fili tra
ciò che ero e ciò che sono diventato. È un memoir narrativo che racconta il
ritorno alle radici e la scoperta di nuove appartenenze, un dialogo tra il
paese calabrese dove sono nato e lo slargo, sotto l’ombra di un’acacia, dove
oggi vivo e ascolto storie.
Attraverso questi racconti, ho cercato di
compiere un doppio viaggio. Da un lato c’è Luzzi, con il calore della sartoria
di mio padre — crocevia di vita, politica e solidarietà — e il silenzio dei
suoi vicoli oggi deserti; dall’altro c’è la comunità del Bar Roma, dove le vite
si intrecciano ancora con la stessa lentezza e autenticità di un tempo.
In queste pagine si incontrano figure che sono
diventate specchi: il "cugino" marocchino incontrato durante una
corsa folle tra due mari, la signora Concetta che porta la sua Sicilia sulla
riva di una spiaggia, e gli amici di sempre con cui ho condiviso estati che
oggi sembrano leggenda. Ho scritto questo libro perché credo che
"casa" non sia solo il luogo dove si nasce, ma quello dove si sceglie
di appartenere e dove si è capaci di ritrovare se stessi. È una riflessione
sulla memoria che resiste e sulla forza dei legami umani in un’epoca di
individualismi. Spero che queste storie parlino a chi ha lasciato un paese e a
chi ci è rimasto, a chi cerca le proprie radici o, semplicemente, a chi ha
voglia di sedersi un momento su una panchina di legno, lasciare che il mondo
respiri più piano e tornare, almeno con il pensiero, proprio dove tutto è
cominciato.
Fine luglio,
in auto verso Luzzi
Era da parecchio tempo che non tornavo a Luzzi.
Il benvenuto me lo diede il termometro dell’auto: quaranta gradi. Un pugno di
calore che mi riportò subito alla realtà della Valle del Crati, un luogo che
non dimentica mai di essere una fossa tettonica, chiusa tra la Catena Costiera
e l’altopiano della Sila. Un posto poco toccato dalle brezze marine, dove il
microclima si decide tra una piega e l’altra della terra. E io ci ero
cresciuto.
Ed eccolo, il paese. Adagiato su quella prima
piega come un uomo addormentato. La strada scorreva per un tratto tra il fiume
Crati e l’autostrada, prima di lasciare il posto alla ferrovia; a ogni
chilometro il paese mostrava una prospettiva nuova. Da questa strada, chiamata
“della bonifica”, si abbraccia con lo sguardo tutto il territorio: dalla valle
alle montagne e, nel mezzo, il centro storico, stretto tra i due torrenti Ilice
e San Francesco.
Sulla sponda destra del San Francesco sorge la
nuova espansione del paese: un miscuglio che va dalle case popolari alle
scuole, fino all’urbanizzazione selvaggia. La parte più bassa, che si estende
dal fiume Crati alle nude colline argillose — un tempo caratterizzate dai
rizomi di liquirizia — è quella che ha subito le maggiori trasformazioni negli
anni. Oggi queste colline appaiono deturpate da costruzioni a basso costo dagli
intonaci colorati, sparse senza alcuna logica urbanistica, come le parole di una
poesia dadaista. Un’architettura che rimanda direttamente al dopoguerra o,
peggio, all’abusivismo.
Non avrei mai pensato che su quelle colline
instabili, dove i torrenti confluiscono prima di unirsi al fiume Crati, si
potesse creare un grande quartiere dormitorio. Davvero, non c’è limite al
peggio. Al contrario, la parte montana, vista da qui, sembra non aver subito
grandi trasformazioni nel corso degli anni. Questo è senza dubbio dovuto allo
spopolamento e alla migrazione interna.
Mentre rifletto su tutto ciò e sulle profonde
trasformazioni dei paesi collinari e montani calabresi — centri che, a
differenza dei borghi costieri, non possono contare sul turismo estivo — mi
ritrovo sul ponte del torrente Annea. Inavvertitamente mi giro a guardare di
nuovo il paese. Oltre all’abitato, da questa prospettiva è ben visibile il
cimitero: l’unica cosa in continua espansione. Naturalmente senza alcun
criterio, come vuole la tradizione, mentre il resto svanisce giorno dopo
giorno.
A questo punto è doveroso aprire una parentesi
sulla parte “storica” del paese, che versa in uno stato di totale abbandono.
Quella tra i due torrenti, quella delle chiese, quella dove sono nato. Sì, sono
nato e cresciuto in uno dei primi insediamenti medievali del borgo. Un dedalo
di strette viuzze concentriche, modellate e talvolta scavate nella roccia
cristallina, incastonate tra le case che si arrampicano sopra i tetti verso la
zona più alta, dove un tempo sorgeva il castello con le sue porte (di cui oggi
resta traccia solo nella toponomastica).
Ci sono tanti ricordi in quei vicoli che si intersecano
e si perdono in slarghi, delimitati da case con ballatoi sagomati. Chi, come
me, ha vissuto nel centro storico sa bene che Luzzi non è stata costruita, ma
modellata in quei conglomerati pliocenici di colore bruno-rossastro. Nelle case
in cui affiora la roccia, spesso mancano le mura portanti; le grotte e le
cavità, che un tempo fungevano da cantine, sono ovunque. Le case isolate sono
rare: tutte presentano almeno un lato seminterrato. Abitazioni e vie sono un
tutt’uno e offrono scorci segreti, con supportici che si aprono su improvvisi
squarci di cielo. Frammenti di una vita passata che rimandano a un tempo
lontano.
Ho sempre pensato che, paradossalmente, il vero
declino sia iniziato con i lavori di riqualificazione del centro storico. In
quegli anni si commise l’errore di “riqualificare le pietre”, ovvero sostituire
l’acciottolato con il porfido e modernizzare i servizi, senza considerare la
vita sociale. Un’operazione che non ha aiutato a contrastare lo spopolamento. I
centri storici hanno bisogno di essere abitati per sopravvivere, non solo
visitati o vissuti episodicamente durante eventi culturali o folkloristici.
Oggi il mio quartiere ha raggiunto quasi la
desertificazione, culminata con la chiusura della mia casa natìa. Mia madre,
che ha quasi novant’anni, è stata costretta a lasciare i vicoli dove è nata a
causa di un’ischemia e del conseguente disservizio sanitario calabrese. Eppure,
le ragioni di questo abbandono sono state banali: il traffico automobilistico,
i problemi di accessibilità e lo spostamento dell’asse commerciale verso la
periferia, che sembrava rispondere meglio alle nuove esigenze economiche e sociali.
Se confronto la mia infanzia con quella delle generazioni future, mi ritengo fortunato. Oggi è difficile spiegare cosa significasse vivere in quel contesto, in mezzo a una folla di persone dove si respirava vicinanza. Ogni quartiere era una comunità; si condivideva tutto. Quello che sono diventato lo devo probabilmente a quelle persone. Spiegare a mia figlia che la nonna custodiva le chiavi di tutte le case del quartiere e che ne aveva dato copia alle zie Mafalda ed Erminia mi è costato una serata intera, e non so se abbia capito davvero il perché.
Che tristezza quando una di quelle porte restava
chiusa oltre una certa ora: bisognava intervenire con le chiavi di scorta per
controllare che l’anziano all’interno stesse bene. Era naturale vestire i
defunti e disporli sul letto. Tutti conoscevano il rituale, sapevano dove
fossero gli abiti e gli oggetti da mettere nella bara. Lo slargo davanti casa
era il luogo dei giochi, ma anche il salotto di tutti. Si trascorreva poco
tempo all’interno, perché le stanze erano poche, piccole e i bambini tanti.
All’epoca mi ritenevo sfortunato perché avevo solo una sorella, mentre i miei
amici avevano famiglie numerosissime.
La cosa più preziosa che porto nel cuore è che
ognuno di noi si sentiva figlio non solo dei propri genitori, ma di tutto il
quartiere. Questo ha aiutato molto chi aveva perso la madre in giovane età:
tutti ti facevano sentire a casa, l’affetto era palpabile. Capisco che spiegare
ogni sfumatura sia impossibile; devi averle vissute per coglierne l’essenza. È
difficile spiegare che leggere Il vecchio e il mare all’ombra di uno
scomodo ballatoio, affacciato su una fontana, possa aggiungere valore alla
narrazione. I personaggi del libro si mescolavano alle persone reali: il tuo
Santiago era lì di fronte a te e la fontana diventava l’oceano.
I romanzi che ho letto in quel contesto sono
quelli che ricordo meglio. Ancora oggi, nelle profondità della mente, rivivono
la mia “Fortezza Bastiani” e il mio “Metello”. Questa stessa magia si risveglia
quando incontro gli amici d’infanzia che, come me, non vivono più in quei
vicoli. Credo che in noi ci sia un’empatia atavica, una complicità che fa sì
che pochi gesti o sguardi dicano tutto. Gli occhi diventano umidi e io torno a
essere, semplicemente, "Franco di Lina".
Forse è la nostalgia la vera ragione che mi
spinge a tornare regolarmente nel mio paese natìo, dove ormai le uniche
certezze sono le chiusure delle ultime attività commerciali (quelle artigianali
sono svanite da tempo). Persino un bar è diventato un privilegio, per non
parlare dell’edicola. È un circolo vizioso: i servizi diminuiscono, le scuole
chiudono, i trasporti spariscono. Il resto è facile da immaginare.
Non ho ancora attraversato il ponte sul Crati,
che segna l’ingresso nel territorio luzzese, e ho già un’idea chiara della
situazione che mi aspetta. Mancava solo un semaforo prima del ponte a
completare l’opera. I lavori sul ponte, nel corso degli anni, sono stati
infiniti come la “Fabbrica di San Pietro”. Ne approfitto per telefonare a
Tonino e avvisarlo del mio arrivo. Sentire la sua voce, con il sottofondo dei
discorsi di Gianfranco e Domenico, mi solleva il morale. Il semaforo diventa
verde proprio al termine della telefonata. Nella ripartenza ho trovato la
risposta al perché io torni volentieri a Luzzi, anche sotto il solleone. Questa
volta, a suggerirmelo, è stato il contagiri del motore.
L’ago, il filo
e l’anima di un quartiere
Negli anni Ottanta, quando la grande moda parlava
il linguaggio delle passerelle e delle firme prestigiose, c’era un piccolo
universo nascosto in una strada del centro storico, vicino alla chiesa, che
viveva di un’altra magia. Era la sartoria di mio padre, Mastro Peppino. Un uomo
elegante, dalla battuta pronta, capace di trasformare ago e filo in abiti che
sembravano raccontare storie. Non era solo un artigiano, ma un maestro di vita,
uno di quei personaggi che il tempo sembra aver messo da parte.
La sartoria, con la sua vetrina che lasciava
intravedere manichini vestiti di tessuti pregiati e l’odore inconfondibile
della stoffa, era più di una bottega: era un luogo di incontro, una piazza
coperta dove la gente trovava il pretesto per fermarsi e parlare. Ai miei
occhi, la sartoria era un teatro senza sipario e ogni giorno andava in scena
una rappresentazione diversa.
C’era il medico, che si fermava per una rapida
chiacchierata tra un appuntamento e l’altro; il bancario, che si sedeva accanto
all’ambulante marocchino per scambiare due battute; il pensionato, che narrava
vecchie storie di guerra e migrazione, mentre il maestro di musica accordava il
mandolino in un angolo. Nei giorni di pioggia Aziz, il venditore marocchino,
esponeva discretamente la sua merce, creando un mercato improvvisato tra le
pezze di stoffa. Non mancavano i giovani che discutevano di diritto e di esami
universitari. Immancabile il prete: a volte lo si trovava tra i giocatori di
carte e le bestemmie che non si risparmiavano, nonostante sui muri i calendari
esposti non fossero certo sacri. Ma Don Umile era un prete di mondo, capace di
tollerare e comprendere l’umanità nelle sue mille sfaccettature.
Un ruolo fondamentale lo avevano anche le donne
del quartiere, sempre generose e premurose. Erano pronte a far assaggiare le
primizie di stagione e, durante le festività, a portare dolci e piatti tipici.
Spesso, con la complicità dei mariti — amici di mio padre e frequentatori della
bottega — preparavano taglieri di salumi e formaggi accompagnati da un buon
bicchiere di vino rosso. Nei mesi invernali non facevano mai mancare la brace
per riscaldare l’ambiente, dimostrando un affetto sincero che scaldava il cuore
almeno quanto il fuoco acceso.
Tutto ciò prendeva vita in un’unica sala,
illuminata dalla grande vetrina in legno che si affacciava sulla strada. Le
pareti, cieche e silenziose, condividevano lo spazio con il palazzo accanto e
la sacrestia della chiesa. Eppure, dentro quelle mura semplici, si animava un
microcosmo di storie e personaggi, un’umanità varia che oggi sembra lontana,
perduta. In quella stanza si discuteva di politica, si stringevano amicizie, si
rideva e si litigava. La sartoria era un mondo a parte, un luogo dove l’umanità
era al centro, senza distinzioni. Non si trattava solo di abiti: lì dentro
passava la vita.
Il quartiere era un luogo vivo, pulsante,
circondato da altri mestieri: il panettiere, il falegname, il meccanico, il
calzolaio, l’orologiaio. Ogni bottega aveva una storia e la sartoria di mio
padre era la loro casa comune, il punto verso cui ogni strada sembrava
condurre. Tutto sembrava ruotare attorno a quel piccolo angolo di mondo dove
l’uomo era al centro e la modernità faticava a trovare spazio.
Eppure, in mezzo a tanti ricordi, ne porto dentro
uno che ha segnato profondamente il mio modo di stare al mondo. Questo ricordo
è legato a una persona che, solo a vederla, ispirava un’innata bontà: Vincenzo.
Vincenzo era un uomo magro e alto; lo ricordo sempre con un giornale in mano e
il cappello in testa. Era capace di attendere per ore davanti alla porta,
aspettando che mio padre aprisse.
Scapolo per scelta, non si era mai sposato. Mio
padre mi raccontò che era stato fidanzato per un breve periodo, poi aveva
lasciato perdere. Era anche lui un sarto, ma senza una sua bottega. Dopo la
fine del fidanzamento era emigrato in Brasile, probabilmente alla fine degli
anni Cinquanta, insieme a tanti altri compaesani. Tornò in patria quando quel
Paese fu devastato da una grave crisi economica. Viveva esercitando il suo
mestiere e spesso chiedeva a mio padre di poter usare la sartoria per dei
lavoretti propri.
Mio padre gli rispondeva che era di casa e non
doveva più chiedere; cercò persino di dargli una copia delle chiavi, ma
Vincenzo rifiutò sempre, forse per quel pudore silenzioso che lo
contraddistingueva. Mio padre aveva però il dono di farlo aprire. Spesso lo
sentivo raccontare storie della città di San Paolo, di come si viveva e dei
tanti italiani che incontrava. Nei suoi racconti il portoghese riaffiorava come
una lingua che si mescolava al dialetto. Mio padre assentiva, conoscendo alcune
parole, soprattutto quelle più osé. Così, tra una sigaretta e un’asola ben
contornata con il filo di seta, il Brasile e il paese sembravano vicini, come
se l’oceano non li separasse più.
Vincenzo, tra il dire e il non dire, risultava
simpatico e, quando la timidezza lasciava spazio alla confidenza, emergeva un
critico acuto. Era un pozzo di filosofia e letteratura: grazie ai suoi racconti
ho conosciuto Jorge Amado e la narrativa brasiliana contemporanea. Quando poi
parlava di sport, era insuperabile. Per molti anni, il mio Brasile è stato
quello dei racconti di San Paolo di Vincenzo. Oggi penso spesso alle sue parole
sulla condivisione, sull’ascolto e sul valore delle persone: le ritengo profondamente
toccanti e attuali, un messaggio che risuona con forza in un’epoca
caratterizzata dalla fretta e dall’individualismo.
Chi invece accettò volentieri la copia delle
chiavi fu zio Pietro, ricordato da tutti per la sua camminata veloce,
nonostante una gamba fosse rimasta tesa per un infortunio al ginocchio subito
da giovane. Sicuro di sé e senza alcuna esitazione, Pietro si sentiva parte
integrante della sartoria.
Un giorno entrai mentre Vincenzo era lì. Mio
padre gli disse: «Non ti devi preoccupare di niente. Se la pensione dovesse
tardare per il ricalcolo dei contributi, vorrà dire che la somma di denaro che
ho in casa e non mi serve, la presterò a te. Me la ridarai quando arriveranno
gli arretrati. Adesso fumiamoci una sigaretta: queste sono fesserie, pensa alla
salute». Vincenzo, inizialmente restio, si sentì rinato. Più tardi, quando
affrontammo un problema simile in famiglia, chiesi a mio padre come avesse potuto
fargli quella promessa. Lui mi spiegò che Vincenzo non avrebbe mai accettato
quei soldi, ma sapere che qualcuno era disposto ad aiutarlo gli aveva dato
forza e speranza. Da allora ho imparato che la vera generosità non consiste
soltanto nell'offrire un aiuto materiale, ma nel far sentire all’altro che non
è solo. È questo che fa la differenza, perché sapere che esiste qualcuno pronto
a tenderti la mano può dare il coraggio necessario per affrontare le sfide
della vita.
Il passato che
ritorna
Era da un bel po’ che non tornavo a Luzzi, il mio
paese natale. Non vedevo mia madre da molto, a causa della pandemia e non solo.
Durante i pochi giorni trascorsi lì, oltre a riabbracciare lei e i familiari,
ebbi modo di incontrare i vecchi amici. Ma più di tutti, questa volta, mi fece
piacere ritrovare il mio figlioccio, Francesco, il figlio di Gianfranco e
Ilaria.
Ci imbattemmo l’uno nell'altro per caso. Stavo
parlando con Gianfranco e Tonino quando lui apparve, con un cucciolo al guinzaglio
e una signorina che non passava inosservata. Francesco era diventato un giovane
uomo, ma quel suo sorriso affascinante non era cambiato. La timidezza, sempre
presente, lo rendeva ancora più intrigante: una virtù silenziosa che gli
permetteva di leggere le situazioni con una profondità rara. Senza giri di
parole: era un bel ragazzo e ne ero orgoglioso.
Il nostro incontro fu breve, come sempre, fatto
di sguardi e poche parole; ci salutammo in fretta. Il cucciolo rimase con noi,
ma la signorina no. La serata proseguì in pizzeria con Tonino e il coprifuoco
fece il resto. Tornando a casa attraverso i vicoli dell’infanzia, ripensai alla
mia adolescenza e all’amicizia con Gianfranco. Ci eravamo conosciuti quando
avevamo l’età di Francesco; entrambi frequentavamo l’Istituto d’Arte. Per varie
vicissitudini ci ritrovammo nella stessa classe, la Terza B. In breve
diventammo compagni di banco e lo rimanemmo fino al diploma.
Fin dall’inizio capii di aver incontrato una
persona speciale. In pochissimo tempo si integrò perfettamente nel gruppo di
amici che frequentavo fin da bambino. Non fu mai solo “l’amico di Franco”. Sì,
mi chiamo Franco, ma sono conosciuto come Farfallone o Farfalla, così come
Gianfranco è noto come Corvo. Lui, sin da subito, fu l’anima del gruppo. Ormai
sono passati più di quarant’anni da quando ci conosciamo e non c'è stata una
settimana in cui non ci siamo sentiti. Dico “sentiti” perché da molti anni vivo
altrove.
Mentre camminavo verso casa, cercavo di rievocare
gli anni più intensi trascorsi insieme, ma faticavo a stilare una graduatoria.
Pensai che con Gianfranco non esiste un “prima” e un “dopo”. Paradossalmente,
se io fossi una strada, lui ne sarebbe la segnaletica.
Il silenzio dei vicoli e il rumore dei miei passi
mi riportarono indietro nel tempo, a quando il quartiere era vivo e di notte si
sentiva il profumo del pane. In quel silenzio quasi fastidioso cercai episodi
particolari vissuti in quegli anni. Non appena ne mettevo a fuoco uno, appariva
insignificante rispetto al successivo. Si aprì così un ventaglio di ricordi che
spaziava dalla scuola al campeggio, fino al calcio.
In particolare, mi venne in mente un episodio a
cui sono molto legato. Era estate; Leonardo ed io eravamo nel piccolo spiazzo
di via San Francesco. Leo aveva parcheggiato il motorino tra le aiuole che
separavano lo slargo dalla strada. Piuttosto che sederci, stavamo sdraiati sul
muretto, spalla a spalla, aspettando Tonino. Oggi quel posto è cambiato e il
muretto non c’è più.
In modo del tutto inaspettato, fummo investiti da
una busta piena d’acqua. Gli autori di quel memorabile scherzo erano Gianfranco
e Totonno. Ne scaturì una battaglia rocambolesca in cui, nonostante avessimo
lanciato litri d’acqua, gli unici a restare bagnati fradici fummo io e
Leonardo. La sfida si concluse quando una busta, lanciata contro Gianfranco,
non solo non si aprì, ma cadendo a terra ci schizzò di nuovo. A quel punto
gridammo: «Basta!».
Questo ricordo, che per molti potrebbe sembrare
banale, è fondamentale per me perché è legato a Leonardo, che ci ha lasciati
qualche anno fa. Pensare a Leo da ragazzo mi rende felice. Non ci eravamo
conosciuti a scuola, ma vivevamo nello stesso quartiere. Per vederci bastava
affacciarsi al balcone. Leonardo, il matematico: le equazioni non avevano
segreti per lui e, con una Marlboro tra le labbra, sembrava poter risolvere
qualsiasi problema. Leonardo, di cui ogni angolo di questo quartiere mi parla.
Leonardo, che non ho mai battuto allo “strummolo”. Leonardo, che anche questa
sera mi ha accompagnato a casa lungo questi vicoli silenziosi. Leonardo, per il
quale non ho mai chiuso la porta di casa senza prima alzare lo sguardo verso il
suo balcone.
Appena entrai, mi assicurai che mia madre stesse
bene. Dormiva come una bambina, con quel solito sorriso che il tempo non è
riuscito a cancellare. Prima di andare a letto osservai con affetto gli
oggetti, i quadri e tutto il resto: non solo erano rimasti gli stessi, ma
conservavano fedelmente la loro posizione. Prima di addormentarmi, notai le mie
iniziali sulla federa del cuscino, come se fossero state ricamate il giorno
prima.
Riflettei sul fatto che sto invecchiando
osservando sempre le stesse cose. In particolare, davanti a un mio omaggio a
Giorgio Morandi dipinto negli anni della scuola, compresi l’amore e la stima
che nutro per il Maestro. Mia madre, che ignora completamente l’opera di
Morandi, condivide con lui l’idea che gli oggetti comuni abbiano una vita
segreta. Questa visione unica e universale ha creato un linguaggio che è parte
integrante della pittura: mi è difficile immaginarla senza pensare alle sue
nature morte. L’associazione tra mia madre e il grande Maestro mi mise di buon
umore. Così, con gli occhi sorridenti, ripensai alla scena del gavettone e alla
busta rimasta intatta, ma soprattutto alla spensieratezza di quei giorni.
Spensi la luce e, con la testa appoggiata su quel cuscino personalizzato,
continuai a sognare.
L’estate che
non meritavamo
Una di quelle estati che pensi di non poter
meritare, a un’età in cui i pensieri dovrebbero essere altri: il lavoro, la
famiglia, tutte quelle preoccupazioni che senti per strada o seduto al bar.
Noi, invece, eravamo un gruppo di amici con poche cose. Niente soldi, niente
ambizioni da telegiornale. Solo una fame enorme di vivere, di stringere forte
le poche conquiste: la confusione di un’utilitaria stracarica, le strade di
provincia che profumavano di ginestra e asfalto bollente, la fiducia muta che
ci legava.
Quell’estate fu un susseguirsi di fughe: feste di
paese, sagre, concerti nelle piazze dove il palco era sempre un po’ storto.
Quella sera eravamo a Rogliano, in provincia di Cosenza, seduti a un tavolino
di plastica a bere una birra tiepida prima che iniziasse Eugenio Finardi.
L’aria era calda e dolce, carica di voci sovrapposte.
Poi entrò lui, l’impresario: un tipo con la
giacca chiara e la camicia a fiori. Ci vide e ci fece un cenno. Eravamo
compaesani, lo conoscevamo da sempre. Si avvicinò, ordinò un altro giro per
tutti e, mentre posava i bicchieri, lasciò cadere la notizia come se fosse
niente: «Ci sarà Lolli. Claudio Lolli. A Mottafollone, domenica», e indicò una
data.
Per un attimo, il brusio della piazza sembrò
scomparire. Ci guardammo. Lolli non era solo un cantante: era un compagno di
viaggio segreto, la voce che avevamo ascoltato in stanze strette, che parlava
di disagi, di vite in fuga e desideri ostinati. Una specie di fratello maggiore
scomodo che sapeva tutto di noi. «Domenica. Non si discute. Si va», disse
qualcuno già quella sera, in macchina. «E facciamo una giornata intera. Dal
mare alla montagna».
La domenica arrivò con un sole che sembrava di
latta. Ci ritrovammo quasi all’alba, ma questa volta eravamo di più. La voce su
Lolli si era sparsa e si erano aggiunti altri: amici di amici, volti conosciuti
in altre estati, curiosi. «Claudio chi?», chiedevano alcuni. «Vieni e lo
sentirai», era la risposta.
Le macchine si riempirono di teli e costumi, ma
non mancavano le ceste con pane, pomodori, soppressata e le immancabili
bottiglie di vino nascoste sul fondo. Lo Ionio ci accolse con un abbraccio
umido e splendente. La giornata fu un caleidoscopio perfetto: risa che
squarciavano il rumore delle onde, tuffi goffi, nuotate fino alla boa.
Pranzammo all’ombra di una tenda traballante, condividendo tutto come sempre.
Il pomeriggio scivolò via tra l’ombra della pineta, sorsate d’acqua salmastra e
costumi appesi al vento caldo. Eravamo una tribù rumorosa e felice, armati solo
di voglia di luce.
Verso sera, dopo un cambio d’abiti rocambolesco
sul lido — tra asciugamani alzati come bandiere improbabili — e un aperitivo
frettoloso guardando il sole tuffarsi dietro le montagne, l’entusiasmo divenne
un’onda inarrestabile. «Via! Dal mare alla montagna!», gridò qualcuno.
Partimmo, lasciando il rumore della risacca per le curve silenziose che
salivano verso il Pollino. Lassù, dove le case in pietra sembrano trattenere il
respiro della storia e l’aria profuma di legna, il paesaggio si faceva più
aspro e autentico, rivelando l’anima nuda di una Calabria che non ha bisogno di
artifici.
In macchina era un coro stonato di canzoni di
Lolli: Aspettando Godot e Borghesia si mescolavano alle risate
per le smorfie di chi non le conosceva. Più salivamo, più l’oscurità si faceva
fitta e i paesi che attraversavamo sembravano addormentati in un altro secolo.
L’eccitazione, però, cominciò a sfumare in un
dubbio sordo quando finalmente arrivammo a Mottafollone. Il paese giaceva
davanti a noi, arroccato e buio. Nessuna luce di palco, nessun flusso di gente,
nessun ronzio di amplificatori. Solo il chiaro di luna sulle pietre e il
riverbero giallognolo di pochi lampioni. «Forse è in una piazza nascosta»,
mormorò qualcuno, ma la voce mancava di convinzione. Girammo per stradine
deserte fino alla piazza principale. Niente. Un silenzio totale, irreale, rotto
solo dal nostro scalpiccio. Il concerto intimo che ci aspettavamo, quel “bel
fiasco di rosso e tanto ascolto con passione”, lì non aveva lasciato alcuna
traccia.
L’unico segno di vita era una luce che filtrava
da una vetrina: un bar. O almeno così sembrava. Spingemmo la porta e il tempo
si strappò. Un odore ci investì, denso e familiare: un misto dolciastro di
caffè tostato, zucchero, tabacco da pipa e polvere, tutto impregnato nel
perlinato scuro che rivestiva le pareti. Non era un bar, era una drogheria
degli anni Settanta rimasta pietrificata. Bancone e mensole di legno massiccio,
cariche di bottiglie dalle etichette dimenticate — il Rosso Antico su tutte — scatole
di biscotti di latta, pacchi di pasta. Un televisore spento in un angolo
completava l’incanto malinconico. Sembrava la casa dei nostri nonni.
Il barista, un uomo dai capelli grigi e il
grembiule pulito, ci guardò placido mentre ci accalcavamo nel locale minuscolo;
noi, il gruppo venuto dal mare, ancora con la salsedine tra i capelli e la
sabbia nei sandali. «Scusate, dov’è il concerto? Quello di Claudio Lolli?»,
chiese il nostro portavoce, con la voce un po’ tremula per il presagio. L’uomo
si asciugò le mani su un panno, senza fretta. «Concerto? Di quale concerto
parlate?» «Di Claudio Lolli. Stasera, qui». Un leggero, definitivo cenno del
capo: «Ah. Quello c’è stato. Domenica scorsa».
Un silenzio di tomba scese su di noi. Un colpo al
petto, secco. Ci eravamo sbagliati di una settimana intera. Avevamo costruito
uno dei giorni più belli dell’estate, forse della vita, su un malinteso. Il
traguardo era già evaporato nel passato. Poi, mentre il disappunto cominciava a
bruciare, i nostri occhi scivolarono di nuovo su quelle bottiglie dietro il
bancone. Quelle forme, quei colori sbiaditi: erano i fantasmi della nostra
infanzia. Erano i pomeriggi nelle case di campagna, le merende, le feste di un
tempo.
In quel vuoto di delusione spuntò una curiosità
surreale. Eravamo finiti in un luogo fuori dal tempo per un errore. Forse
l’errore era proprio il punto. «Ma… si può ordinare un bicchiere di Rosso
Antico?», chiese qualcuno, con la voce rotta da una risata amara e liberatoria.
Il barista annuì, con un sorriso appena accennato: «Certo che si può». E così,
una dopo l’altra, quelle bottiglie antiche scesero dalla mensola. I bicchieri
furono riempiti. Il primo sorso fu un viaggio: dolce, speziato, terribilmente nostalgico.
Non era liquore, era memoria liquida.
Il concerto di Lolli non ci sarebbe stato. Lo
avevamo perso. Ma seduti in quel bar-drogheria, con la salsedine che ancora
bruciava sulla pelle, capimmo qualcosa. Forse Lolli, in qualche modo, era lì.
Era nella nostra fuga, nelle risate sotto il sole, nella ricerca ostinata di
un’estate che sentivamo di non meritare, ma che ci prendevamo lo stesso. Era
nell’errore che ci aveva portati in quel luogo fermo nel tempo, a condividere
il sapore vero di un’Italia minore che resisteva, come noi, senza un motivo apparente
se non la voglia di esserci.
Ripartimmo a notte fonda. Le macchine erano
silenziose. Non cantavamo più. Guardavamo il buio oltre i finestrini, ognuno
con dentro il mare della mattina e il sapore del Rosso Antico, con la
consapevolezza che a volte la meta sbagliata è esattamente il posto giusto dove
trovare ciò che non sapevi di cercare. L’estate, comunque, era salva. Anzi, era
appena diventata leggenda.
La giornata
dei due mari
È una di quelle giornate che ti restano dentro,
come un tatuaggio inciso sulla memoria. Ero in auto, con Gianfranco al volante,
e in testa avevamo un piano ambizioso, quasi folle: un doppio appuntamento lo
stesso giorno ai due estremi della Calabria. Sul Tirreno al mattino e sullo
Ionio all’imbrunire. Fu una corsa contro il tempo e, letteralmente, contro il
giro del sole. Ci perdemmo l’alba e il tramonto, sacrificati sull’altare di
quell’ardita promessa.
Di quel giorno, a parte il tragitto in macchina,
ogni cosa si è fatta tenue, quasi svanita. Ricordo bene il viaggio della
mattina: il respiro trattenuto uscendo dalle gallerie, come un otturatore che
scatta e cattura un frammento di mondo. E poi l’immensità improvvisa quando ci
ritrovavamo sospesi su un viadotto: il mare sotto di noi e una bellezza che
mozzava il fiato. Paesaggi da cartolina, brividi che ancora oggi non so
descrivere. Eppure, in fondo, eravamo solo due calabresi convinti di conoscere
a memoria quelle strade e quei panorami.
Fu il passaggio dal Tirreno — un rapido abbraccio
salato — allo Ionio — un orizzonte già scuro — a regalarci la lezione più
grande. Il sole ormai piegava verso il mare alle nostre spalle e l’attenzione
era tutta sulla strada in salita e su chi ci precedeva. Davanti a noi procedeva
un ambulante marocchino, con la sua tipica Mercedes fumante. Quel “cugino”,
quelle strade, le tracciava a memoria, umiliando la nostra vana familiarità di
calabresi di nascita. Lo osservammo a lungo, fino al valico, dove finalmente
riuscimmo a superarlo. Vidi solo il suo profilo contro il finestrino: le mani
salde sul volante e un cappello palmito calcato in testa. Un uomo che sembrava
fatto della stessa strada che percorreva.
Intanto la mente correva alla sua vita, a quelle
cianfrusaglie accatastate nell’auto, a come si fosse adattato al nostro mondo;
a quel miscuglio di culture che si sfiorano, si incontrano e si rispettano.
Pensavamo di averlo lasciato indietro, perso nella folle discesa dalla Piana
dell’Esaro fino al Coscile. Invece lo ritrovammo lì, fermo al passaggio a
livello, con la sua vecchia Mercedes che tossiva fumo ma non si arrendeva. Lui,
con il braccio fuori dal finestrino, fumava tranquillo in attesa del treno. Aveva
un sorriso appena accennato, quasi ironico: il sorriso di chi conosce il tempo,
lo domina e sa aspettare.
Mentre lo osservavamo, ci accorgemmo che
quell’uomo era più reale di qualsiasi sirena del Mediterraneo, più
indimenticabile di qualsiasi ragazza incontrata quel giorno. A dire il vero,
delle ragazze ricordiamo poco; ma di quel viaggio, di quel sorriso e di quella
Mercedes, non abbiamo dimenticato nulla. In noi restò una riflessione dura e
onesta: siamo un po’ tutti migranti, in fondo. Forse è questo il senso di certe
corse contro il tempo: capire che non sempre è chi arriva primo a vincere.
Dove avevamo
lasciato tutto
Estate, fine anni Novanta. Ero uno studente —
ormai fuori corso — di Architettura alla Federico II di Napoli. Mi trovavo
nella mia casa in via San Gregorio Armeno quando squillò il telefono.
«Pronto?» «Ciao, sono Leonardo», disse una voce
che non sentivo da anni. «Ciao! Che sorpresa! Da quanto tempo!» «Ho chiesto il
tuo numero a zio Peppe. Anche lui era sorpreso e contento. Tuo padre, poi, è
sempre lo stesso: quando gli ho chiesto di te, mi ha risposto con uno dei suoi
soliti aforismi». Sorrisi. «Sai, Leo, ho davvero voglia di rivederti».
«Anch’io. Ho bisogno di raccontarti alcune cose… pesanti. Mi sento perso. E in
certi momenti si ha bisogno di parlare con chi conosce le proprie radici». «Alle
13:10 parte un treno per Cosenza. Se mi vieni a prendere, ci vediamo in
stazione prima delle 18». «Perfetto. Ti aspetto».
Preparai una borsa con lo stretto necessario. In
treno aprii Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani. L’avevo
già letto, ma stavolta cercavo di capire meglio la voce narrante: se
appartenesse davvero all’autore o a qualcuno che di lui portava solo l’eco. Il
narratore raccontava di un mondo finito, travolto da leggi e destini imposti;
di vite spezzate dalla ferocia del fascismo e della deportazione. Un mondo
perduto che nessuno era riuscito a salvare. Mi chiesi se anche io fossi in
viaggio per tentare lo stesso, ma in un modo diverso: non per riscattare una
storia collettiva, ma per ritrovare un’amicizia, un frammento di noi che il
tempo aveva disperso. Mi domandai se fosse ancora possibile cambiare il finale.
Quando arrivai, il sole era ancora alto. Giugno
ha questo potere: le sue giornate sembrano eterne. Leonardo mi abbracciò forte,
ma i suoi occhi erano pesanti. «Cosa è successo?», chiesi. «È finita con mia
moglie. Penso in modo definitivo». «È solo questo? Di salute tutto bene?». «Sì.
Ma è nostra figlia che mi distrugge. È piccola, ha bisogno di entrambi. Non so
come reagirà».
In macchina mi raccontò della casa che avevano
costruito insieme, ora diventata una gabbia. «Ogni mattina è un peso. La cucina
ha il suo profumo, il salotto è pieno dei suoi silenzi. Vivo in un museo della
mia vita passata». Leo era sempre stato testardo. Ogni idea, un confronto. Ma
ora la sua fragilità mi spingeva a non restare in silenzio. «I tuoi ti
aspettano?», chiese. «No, sanno che sono con te. Non ho fretta». «Aperitivo?».
«Ottima idea».
Ci fermammo in un locale che ci riportò indietro
nel tempo. Poi salimmo in montagna, al nostro ristorante di sempre. Durante la
cena mi chiese degli studi. «Dopo anni sprecati tra amori e sogni, sono quasi
arrivato. A breve mi laureo». «Fantastico! Hai già pensato a come
festeggiare?». «No. Non voglio farne un evento. Forse ho paura. Finché studio
sono ancora in gioco. Dopo, dovrei essere “l’architetto”. E non so se voglio
esserlo davvero».
Gli raccontai dei nuovi amici, più giovani. «Una
seconda giovinezza. Ci hanno riportati in strada, ci fanno sentire invincibili.
È grazie a loro se le moto non sono finite nei garage». Parlammo anche del suo
lavoro alla Citroën. Poi, fumando una sigaretta nel silenzio della notte,
dissi: «Sai, Leo, forse il problema non è quello che è successo, ma come lo
guardi. L’amore non è un contratto; è qualcosa che respira. Le persone cambiano
e a volte si perdono. Ma questo non è un fallimento. È solo vita».
Lui guidava in silenzio, assorbendo le mie
parole. Poco dopo ci ritrovammo nello slargo dove avevamo passato l’infanzia.
Ci sedemmo su una panchina nuova, in un luogo che pareva immutato. I buchi nel
muro dove da ragazzini nascondevamo le sigarette erano ancora lì. «Mi chiedi
come ricominciare? Forse non devi fuggire o reinventarti. Guarda: ci siamo noi,
c’è questo posto. Non siamo cambiati. Siamo tornati a quello che eravamo».
Ci salutammo con un semplice: «A domani». «Ci
vediamo da Domenico, l’ottico», dissi sorridendo. Leonardo mi guardò. E nei
suoi occhi, per la prima volta, c’era una luce diversa, non più spenta dal
dolore. Sapevamo entrambi che l’indomani non sarebbe stato una semplice replica
dei giorni passati. Ci eravamo ritrovati ed era bastato poco per sentirci più
forti. Forse aspettavamo solo questo: tornare a discutere per niente, a mettere
le mani nei vecchi motori. Una complicità muta ci univa, come allora.
Provai un leggero imbarazzo per quell’entusiasmo,
ma dentro sentivo una nuova lucidità. Forse ero pronto. Anche a diventare
l’architetto. Rimasi sulla panchina ancora qualche minuto, osservando il largo
addormentato sotto il cielo stellato. Una brezza leggera muoveva appena le
foglie dei limoni alle mie spalle, portando nell’aria quel profumo secco e
dolce che sa di estate e di ritorni. Dalla borsa tirai fuori Il giardino dei
Finzi-Contini. Lo aprii a caso e sfogliai qualche pagina, lasciando che le
parole mi scorressero addosso. Il narratore raccontava di un mondo perduto, di
destini che nessuno era riuscito a salvare. Ma quella era una tragedia della
Storia. La nostra, pensai, era solo una pausa della vita. E forse, proprio per
questo, non era troppo tardi. Si potevano ancora riallacciare i fili delle
amicizie, ricominciare. La vita, a volte, regala una seconda occasione. Una
seconda giovinezza. Proprio dove tutto era cominciato.
Claudio
L’ho rivisto in paese, Claudio, quest’estate. I
capelli se ne sono andati e una barba lunga gli ha cambiato il volto, come se
il tempo avesse voluto ritrarlo con un altro stile. Gli occhi, però, erano
rimasti gli stessi: svegli, espressivi, capaci di parlare prima ancora della
bocca.
Vederlo è stato come scoperchiare una scatola del
tempo. In un attimo sono tornato al quartiere, alle giornate passate seduti su
un muretto a sognare un mondo che ci sembrava ancora in bianco e nero. Avevamo
molte cose in comune, lentiggini a parte: la fame di lettura, i quotidiani, la Settimana
Enigmistica e, sopra ogni cosa, la Formula 1. Restavamo piantati su
quell’acciottolato di pietre tra i vicoli, ma con la testa correvamo lontano,
insieme ai bolidi: Ferrari, McLaren, Lotus. I piloti erano i nostri veri eroi.
La casa di Claudio si poteva raggiungere da due
strade. Io sceglievo sempre la più breve, perché custodiva un segreto: un
giardino che profumava di limoni tutto l’anno. Per sbirciarvi dentro bisognava
affacciarsi a una piccola finestra, la stessa dove Norberto teneva il suo
scrittoio. Non riesco a pensare a Claudio senza pensare a Norberto: era il
terzo vertice del nostro triangolo, legato a lui da una fede incrollabile per
il Milan. Io ero interista, ma solo perché lo era mio padre — un’appartenenza
ereditata che mi faceva sentire un po’ straniero nei loro discorsi da
spogliatoio.
Norberto era il nostro avamposto culturale. Da
lui trovavamo quello che a casa nostra mancava: il quotidiano fresco, la
chitarra e quei libri in cui scoprii il socialismo. Lo chiamavamo
“l’enciclopedico”, la nostra Sibilla personale. Era dottore nell’animo molto
prima che i titoli lo confermassero; ricordo ancora quando mi curò una brutta
ferita a un dito, causata dal filo del mio aquilone rimasto impigliato nel
bagagliaio di un’auto in corsa.
È tra quelle pietre che è nata la mia urgenza di
scrivere, e Claudio ne è stato il complice costante. Abbiamo condiviso canzoni,
bozze di racconti, poesie in rima: un sodalizio che ha resistito
all’adolescenza e ai chilometri venuti dopo. Oggi, a distanza di mezzo secolo,
quando scrivo penso spesso a lui. Gli mando le poesie che parlano del nostro
quartiere, della nostra infanzia. Continua a essere la mia bussola segreta. Le
nuove tecnologie ci hanno rimesso in comunicazione. Parliamo ancora di quei bolidi
che sono cambiati, esattamente come siamo cambiati noi. Eppure c’è una ferita
che per entrambi non si è mai rimarginata: non abbiamo mai superato il lutto
per il nostro Gilles Villeneuve.
Quest’anno andrò a trovarlo. Voglio tornare nei
nostri vicoli a vedere un Gran Premio insieme: lui con la barba, io con la
pancia, trasformati nel fisico ma non nel calore che ci accomuna. Forse ci
siederemo ancora su un muretto, anche solo per un momento. E mentre i motori
riempiranno l’aria, so già che, da qualche parte dentro di noi, il tempo farà
di nuovo marcia indietro.
Concetta,
sulla riva
Stasera, sulla spiaggia, si è aperto un lungo
dialogo con una signora anziana di nome Concetta. C’era qualcosa di familiare
nei suoi modi garbati, nelle movenze gentili, nella sua voce. Vive a Brescia da
oltre sessant’anni, eppure, mentre parlava, si avvertiva un “altrove”,
un’origine rimasta vibrante dentro di lei.
Con discrezione le ho chiesto delle sue vere
radici. Così è emerso il piccolo arcano: Concetta è nata e cresciuta in un
paesino della provincia di Messina. Prima del matrimonio viveva tra le pietre
calde di quella Sicilia contadina, dove le ragazze sedevano lungo i vicoli a
chiacchierare, intrecciando parole come si fa con l’uncinetto o i ferri. Mi ha
parlato delle vendemmie, della pastorizia, di un mondo che oggi appare lontano,
eppure così nitido nei suoi ricordi.
Dopo le nozze seguì il marito — siciliano anche
lui — nel bresciano. Lì ha messo radici, senza però smarrire nulla della sua
giovinezza. Ha portato con sé il dialetto, i gesti, i sapori e quella memoria
viva che non è semplice nostalgia, ma un vissuto integro e tenace. Quando
parlava del suo paese, lo faceva col cuore e con gli occhi lucidi. Non era un
lamento per il passato, ma la lucida consapevolezza di un tempo che non
ritorna, di una purezza che oggi, dice, non si trova più.
Accanto a lei c’era anche suo figlio. Mi ha
raccontato che solo dopo la nascita di sua figlia è riuscito a fare davvero
pace con questa spiaggia. Da adolescente, appena poteva, prendeva il primo
treno per il Nord, in fuga: forse da se stesso, forse da quel Sud che brucia
dentro e a volte ferisce. Eppure oggi era lì, in silenzio, come se anche per
lui questa riva avesse finalmente ritrovato un senso.
Concetta mi ha colpito anche per un altro motivo:
porta il nome di mia sorella, e suo marito si chiamava Franco, come me. Ma, più
di tutto, mi ha riportato alla mente mia madre: per la sua pacatezza, per i
modi aggraziati e per quell’altruismo semplice che appariva naturale in quelle
generazioni. Quanto sapevano donare, senza mai chiedere nulla in cambio.
Con parole semplici ha spiegato a mia moglie che
oggi tutto è cambiato. Sulla spiaggia non si parla più, non ci si conosce, non
si condivide. Ognuno è rintanato dietro uno schermo. Parlare, incontrarsi
davvero, è diventato difficile. Eppure stasera, sulla riva, grazie a Concetta e
a quel tempo che portava dentro, tutto è sembrato, per un attimo, di nuovo
possibile.
Sotto l’acacia
A pochi passi da casa, il Bar Roma sembra più un
porto per nostalgici che un locale. Roberto, il proprietario, è quasi mio
coetaneo: nei suoi occhi, dietro le rughe sottili e il sorriso di chi ne ha
viste tante, si riflettono gli anni Ottanta, una gioventù fatta di Vespe
rombanti, poster di top model e un cinema italiano che sapeva ridere di se
stesso. Nomi come Troisi, Benigni, Verdone e Nuti sono ancora sulle sue labbra,
come vecchi amici che tornano a trovarlo ogni tanto.
Fuori, due ombrelloni sbilenchi e sferzati dal
vento si contendono lo spazio con un vecchio albero di acacia, la cui ombra è
l’unica vera salvezza nelle giornate torride. Prima dell’ingresso, una tettoia
di legno e plastica, in parte trasparente, opprime più che accogliere: il tempo
l’ha resa pesante e malinconica, come se avesse assorbito tutti i discorsi e i
sospiri dei clienti di passaggio.
Dentro, il buio era un’abitudine. Il bancone è
lungo come una pista per tazzine di caffè; nella saletta, una TV sempre accesa
fa da lumino a storie mute. Più che un salotto, è una tana. L’odore stagnante
del legno cerato e del fumo vecchio sembra impregnare ogni cosa. Il perlinato,
che riveste soffitto e pareti fino a una certa altezza, contribuisce a creare
un’atmosfera chiusa, quasi claustrofobica. Eppure, c’era sempre qualcuno. Il
vero bar, però, era fuori, tra chiacchiere veloci e sguardi pigri ai passanti,
almeno nei mesi caldi dell’anno. Lì si viveva, lì si respirava.
Li riconoscevi subito, i cacciatori del Bar Roma.
Non serviva vedere i fucili, che restavano a casa; bastavano i loro cappellini
mimetici e i giubbotti dalle tasche troppo grandi. Si sedevano sempre allo
stesso modo sulle due panchine di legno scolorito che arredavano il piccolo
slargo davanti al locale. Non c’era confine tra le sedie del bar e quelle
panchine: il marciapiede stesso sembrava un prolungamento naturale del locale.
Ci si sedeva dove capitava: clienti abituali, passanti curiosi, anziani che non
ordinavano nulla ma restavano a guardare il mondo.
Era uno spazio senza regole, dove le
conversazioni attraversavano i tavolini e si posavano sulle ginocchia di
chiunque ascoltasse. Poteva capitare che uno dei cacciatori raccontasse una
storia a chi sedeva sulla panchina, o che un vecchio amico si avvicinasse al
bancone solo per un saluto, per poi tornare fuori. All’ombra storta dell’acacia
e sotto gli ombrelloni tremanti, tutto diventava comunità: nessuno chiedeva
permesso, nessuno era estraneo.
Seduto lì, con il caffè che si raffreddava troppo
in fretta, osservavo questo piccolo teatro di vite intrecciate. Il Bar Roma era
un bar solo di nome: in realtà era una piazza, un ricordo, un punto fermo. I
discorsi ondeggiavano tra verità e fantasia, tra una beccaccia che non si
trovava più e un tordo che nessuno ricordava di aver visto davvero. Il porto
d’armi era diventato una tassa salata per coltivare una passione che sembrava
appartenere a un’altra epoca, ma loro non se ne lamentavano troppo; preferivano
raccontare di quell’alba in cui il bosco odorava di terra bagnata, o di quando
il cane aveva fiutato qualcosa che non c’era, giurando di aver sentito il
frullo invisibile di un volatile pregiato.
Per anni li avevo ascoltati in silenzio. Non per
paura o disinteresse, ma per rispetto. La loro voce era musica che parlava di
radici, di un mondo che avevo conosciuto solo da bambino nel mio paese natìo.
Restavo lì, sorseggiando il mio caffè, lasciando che le loro storie si
intrecciassero con le mie, che scivolassero dentro di me come la luce fioca che
attraversava gli ombrelloni sfilacciati. Col tempo avevo imparato a conoscerli.
Sapevo i loro nomi, i loro mestieri passati o presenti, persino il loro modo di
pensare e di affrontare i problemi quotidiani. Li avevo visti passare dal
vecchio telefonino allo smartphone e, in questo lento cambiamento, avevo
trovato anch’io il mio spazio nei loro discorsi e nelle loro preoccupazioni.
All’inizio credevo che fermarmi al Bar Roma fosse
solo un segno di pigrizia. Mi sbagliavo, come quasi sempre. Quelle persone —
artigiani, muratori, operai, migranti — erano finestre aperte sulla vita. Nei
loro racconti vedevo scorrere sacrifici silenziosi, giornate di fatica,
famiglie tirate avanti con dignità. Vedevo amicizie lunghe una vita, un’empatia
naturale e l’amore per la semplicità. Così, da un bel po’, avevo smesso di
ascoltare le loro storie come se fossero un passatempo. Oggi quelle storie le
vivevo: ne ero parte.
Spesso, al ritorno dallo studio, provavo una
grande nostalgia nel vederli seduti lì e immaginavo i loro discorsi. Così
parcheggiavo l’auto e andavo a sedermi anch’io tra loro. Basta poco per
scordarsi dell’architettura, dei cantieri e dei problemi che oggi affliggono un
architetto. Prima ancora che io prendessi posto, qualcuno aveva già ordinato
per me una birra ghiacciata. Nel sorseggiare quel boccale, tra quelle
chiacchiere, tutto sembrava scorrere più lentamente, in modo più umano.
A San Clemente ci sono tanti bar moderni:
luminosi, con musica in sottofondo e ragazze che ti servono al tavolo. A volte
mi capita di trovarmi lì con degli amici per un aperitivo o un buon calice di
vino locale. Eppure non è la stessa cosa. I tavoli sono occupati, ma è come se
fossero vuoti: i discorsi sembrano preconfezionati, pieni di una furbizia che
stanca. Le persone mi appaiono finte, come se sedersi a quel tavolo fosse un
modo per dimostrare qualcosa a se stessi o agli altri: esserci, apparire, essere
presenti.
In quei momenti non vedo l’ora di tornare sotto
l’acacia, di uscire dal brusio e ritrovare le storie vere, gli errori, la vita.
Alla fine, il Bar Roma non è un luogo: è un tempo sospeso. Lì i discorsi non
hanno fretta, i sorrisi non hanno secondi fini. Le rughe dei clienti raccontano
storie più sincere di qualsiasi notizia al telegiornale.
Io resto seduto sotto l’acacia, con il boccale
mezzo vuoto e il vento leggero che fa tremare gli ombrelloni stanchi. Roberto,
dietro il bancone, saluta un cliente chiamandolo per nome; i cacciatori
discutono se la stagione sarà buona; il barbiere ride di una battuta che ormai
conosciamo tutti a memoria. Ed è proprio in questa semplicità che sento la vita
pulsare: non nelle luci brillanti dei locali alla moda, né nei brindisi
studiati, ma qui, in questo piccolo slargo senza confini, dove le storie diventano
una sola e anch’io mi scopro parte di esse. Sotto l’acacia, il tempo sembra
smettere di correre. E forse, per un attimo, il mondo intero respira più piano.
*****
Indice
- Nota dell’Autore
- Fine luglio, in auto verso Luzzi
- L’ago, il filo e l’anima di un quartiere
- Il passato che ritorna
- L’estate che non meritavamo
- La giornata dei due mari
- Dove avevamo lasciato tutto
- Claudio
- Concetta, sulla riva
- Sotto l’acacia
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