POCHE COSE
POCHE COSE
Frammenti di vita ascoltata
di Franco Acri
NOTA DELL’AUTORE
Questa raccolta di poesie non è solo un esercizio di
osservazione, ma il tentativo di abitare la giusta dimensione delle cose: una
misura che si conquista solo con la maturità. Nasce dal desiderio di fermare
ciò che passa — i gesti minimi, le pause tra un respiro e l’altro, le geometrie
dell’attesa — ma anche di dare voce allo spazio interiore dove il tempo non
scorre in linea retta, ma si accumula come polvere al sole.
Come architetto ho imparato a misurare lo spazio
esterno; qui ho scoperto che la vera misura dell’esistere non è nel possesso né
nel confine, ma nella capacità di abitare il largo: uno spazio interiore che
accoglie il mutamento, la luce, le stagioni. Tra queste pagine si muovono paesaggi interiori e architetture affettive: ci sono amori che vegliano,
amicizie che attraversano il tempo, ritorni che non coincidono mai con
l’andare.
Sono nato in Calabria, nella valle del Crati, eppure
per gran parte della vita sono passato accanto alle rovine di Sibari senza
riconoscerne il giusto peso. È un paradosso comune: guardiamo senza vedere,
finché non siamo pronti a sostenerne l’eredità. Questo libro nasce da quel
ritardo: dal capire che non tutto ciò che arriva tardi è fuori tempo.
Camminando tra quelle pietre antiche ho compreso che ogni progetto presente è
figlio di una storia che scorre nelle vene, tra il Crati e il Coscile.
C’è il rammarico per il tempo che abbiamo lasciato
scivolare via — in amore, nei silenzi non ascoltati, nelle geometrie che
credevamo vuote e che invece erano piene di vita. Ma c’è anche la
consapevolezza che questo rammarico non è nostalgia sterile, è la bellezza
stessa del vivere. È la capacità di accorgersi, finalmente, della luce e della
fortuna di chi sa restare.
Nelle amicizie ritrovate, come quelle nate
all’università, il tempo si ferma e si piega. Davanti a un Campari ci si
riscopre nudi nella verità degli anni, a ridere con chi non c’è più e a
rimpiangere, come dice l’amico Peppe, di non aver sbagliato di più, di non aver
esagerato quando il mondo sembrava ancora un progetto tutto da scrivere.
Alla fine, mi porto dietro una borsa leggera. Poche
cose, ma essenziali: il coraggio di guardare oltre il pino che cade per
scoprire un orizzonte nuovo e la pazienza di aspettare che il mare cambi voce,
un passo dietro la riga degli altri.
Non cerco risposte definitive, ma il suono delle
domande giuste. Qui, tra la polvere del sole e il battito del silenzio, abita
ciò che davvero conta.
Alcuni testi presenti in questa raccolta sono stati
limati e adattati nel tempo, nel tentativo di avvicinarsi a quella essenzialità
che la poesia — come l’architettura — richiede quando diventa spazio da
abitare.
Il ritorno al progetto
Vacanze di Natale.
Mi annoiano
come una prospettiva sbagliata.
Ogni anno
finisco per lavorare.
Hanno questa forza ingannevole:
ti fanno credere
che i vecchi problemi
abbiano soluzioni nuove.
Ma i problemi
non sono panettoni.
Non hanno scadenza.
Restano,
occupano spazio.
Così i buoni propositi
— sovraesposti —
perdono quota.
Ho tentato ogni fuga:
romanzi mai nati,
equazioni per accorciare
la curva degli errori.
Ho acceso il fuoco
per sentirmi altrove.
Domani torno allo studio.
Per fortuna.
Torno
per dare forma
a questo vuoto abitato,
perché l’architettura
impari il silenzio
dell’ascolto.
Dalla finestra
Dalla finestra osservo
gli alberi danzare.
Le cime sopra i tetti
ondeggiano
in un respiro lieve.
In quel moto trovo quiete,
mentre sul tavolo
la carta del mattino
resta spiegazzata.
Voci alte,
parole consumate,
un rumore che non ascolta.
Così me ne vado,
ondeggiando anch’io,
tra ciò che vive
e ciò che parla troppo.
Nel riquadro
Come ogni anno
resto sul balcone
a guardare il mare,
nascosto dagli eucalipti.
Dal riquadro in ferro
della ringhiera
spuntano ombrelloni,
un frammento d’azzurro
che trema.
Il cuore si riposa.
La mente
resta
in quel riquadro.
Polvere, sole e geometrie
Il mare è un’idea,
lontano, alle spalle.
Il sole non è luce,
ma un rossore immobile
tra le chiome degli eucalipti.
Lì, parallelepipedi come caserme:
forme ferme in un’attesa,
a disegnare geometrie vuote.
La polvere della sabbia
è tempo sospeso,
una nebbia d’aria
che sfuma il mondo.
Tutto è un quadro metafisico,
un enigma che non chiede risposte.
Quando esco dal quadro
è il brusio dei bagnanti
a riportarmi sulla sdraio.
Il pino
Se l’è portato via il vento
il grande pino.
È caduto
con tutte le sue chiome,
in un silenzio
senza respiro.
Che tristezza
vederlo steso a terra,
orizzontale,
come un ricordo
che non si rialza.
Poi il sole —
puntuale
come un perdono —
ha illuminato il vuoto.
Dal balcone
un orizzonte nuovo,
più vasto,
tra le ciglia dell’aria.
Le montagne,
mai viste prima,
disegnano un profilo bluastro
sul margine del giorno.
La vita
è la morte.
Un amore che finisce,
un altro spazio
che si apre.
E io,
senza accorgermene,
già respiro.
Sotto il rosone
Senza volerlo,
l’appuntamento era lì,
sotto il rosone che scruta il tempo
nella pietra chiara di Bari.
Solstizio d’estate.
Il sole, come da secoli,
trapassa i diciotto spicchi
e li posa — uno a uno —
sul suo riflesso in terra,
nel pavimento della navata.
Una danza di luce e pietra,
precisa e sacra,
mentre noi —
mia moglie, mia figlia ed io —
con gli occhi in su,
ci lasciamo incantare
dai grifi, dai volti enigmatici,
leoni eterni che custodiscono il vuoto.
Siamo lì,
piccoli sotto un disegno eterno,
tra ombra e materia,
stupore e silenzio.
Così è iniziata
la nostra gita
nel cuore del romanico pugliese.
Con la testa colma di luce.
Svegliarsi davanti al mare
Dal terrazzo,
sguardo
al mare aperto.
Respiro
a pieni polmoni
l’aria di sale.
Sotto,
i bambini
corrono lungo i vialetti,
nell’innocenza dei giorni.
Nei miei occhi
un varco nuovo.
Emozioni come onde,
si infrangono
senza ferire.
L’azzurro del cielo,
il suono del mare:
un quadro nuovo
da abitare.
Silenzio che sa
Da quando per te il suono è divenuto un peso,
mi vergogno persino del vento,
del mare che geme,
della pioggia che scrive notti lente.
Tu, nel tuo ascolto sommesso,
sai cose che il mondo ignora.
Perché non è il rumore a svelare,
ma il silenzio che raccoglie,
che custodisce,
che fa dell’anima la sua eco più vera.
Semicerchi tra le gocce
I pensieri s’affollano, ad intermittenza,
come tergicristalli in una notte di pioggia.
Scandiscono un tempo
che non mi appartiene.
Ad ogni passaggio, un frammento di futuro:
sfocato, lucente, ingannevole.
Un semicerchio tra le gocce,
un istante che si apre
e si richiude con un suono tagliente.
E intanto mi chiedo:
il sereno arriverà?
C’è un cielo azzurro oltre
questo vetro appannato di dubbi?
Il sincronismo
trattiene il gesto.
Ma ogni strappo sul vetro
apre un varco,
un sentiero breve
tra le gocce:
fragile,
vivo.
Calura estiva
Con questo caldo,
la parola si scioglie,
evapora
nel frinire delle cicale.
Il tempo,
un’onda immobile,
densa d’attesa.
Ma la sera,
sul balcone,
accarezzati
dalla brezza di mare,
la mente viaggia.
Oltre le miserie dei giornali,
oltre la corsa.
È un limbo:
figure e discorsi
diventano veri.
Qui,
problemi e domande
sono già soluzioni,
leggere come la notte.
Nel buio profondo
capisci l’immensità.
Ascolti il respiro:
vita,
creazione,
mistero.
Ricordo
Sole,
noi tra le onde.
Il tuo sorriso,
un lampo di giovinezza.
Io già camminavo
in un’altra storia,
le basole mute.
Resta l’amaro
e l’intensità perduta
di giorni accelerati:
corpo e pensiero
insieme.
Per chi sa restare
C’è un amore che non fa rumore,
che cammina leggero,
sa quando aprire una finestra,
e porta legna per il fuoco con braccia forti.
Tu sei stata cura prima ancora della medicina,
mano sulla fronte nel buio della notte.
Ora l’aria sa di pulito,
le lenzuola sanno di casa,
e tra le note di Fossati
ogni ascolto è un grazie che ti devo.
Dicono che ci siano mille modi di amare,
ma io conosco solo il tuo:
quello che resta, che veglia, che nutre.
L’unico modo che rende dolce il ritorno a questa vita,
così necessario, così vero.
Proporzioni
Pensandoti,
l’architettura
si fa musica.
Costruzioni,
semplici armonie geometriche,
un cosmo
di solidi platonici.
Sul tavolo,
i quattro tomi
del Palladio.
L’ombra del tempio
In certi momenti
mi scopro fragile,
un sistema trilitico
davanti alla tempesta.
Metope e triglifi
si susseguono spezzati,
tremano sotto archi orgogliosi,
sotto volte
che il tempo ha plasmato.
Il nostro amore
è un tempio greco:
ornamenti consumati,
proporzioni incerte.
Eppure l’ombra che proietta
è poesia intatta,
un gioco di luce e silenzio
che sulla terra racconta
ciò che il cielo conserva.
Un mattino al mare senza di te
Cammino
a piedi nudi,
bagnati appena
da un mare pigro.
Nel silenzio
riconosco la tua voce.
Il sole sull’acqua,
come se Monet
avesse appena
posato il pennello.
Sulla spiaggia,
rizomi di liquirizia
qua e là.
I bagnanti
che arrivano al lido
parlano di te
senza saperlo.
Amore al tramonto
Dal finestrino di una fredda carrozza,
mescolato al monotono paesaggio,
guardo scorrere via il nostro amore
che l’imbrunire lentamente inghiotte.
Davanti a un Campari
Davanti a un Campari
ci siamo aperti
come non accadeva da tempo.
Da Napoli a San Donato
tutto era cambiato:
luoghi, storie, assenze…
ma non lo Spirito —
che al secondo giro
brillava più forte di allora.
Ecco noi,
nudi nella verità degli anni.
Il tempo si piega,
diventa curvo,
si lascia attraversare.
Poi ci ritroviamo
a piazzetta Nilo,
con gli occhi di chi
non c’è più.
Parliamo con loro,
ridiamo con loro.
Ci salutiamo
con la promessa di rivederci.
Perché quando ci vediamo
spazio e tempo
non contano più.
Un’amicizia senza tempo
Che grande emozione oggi!
Gli anni volati come sogni leggeri,
e i ricordi, lì, davanti a me
a chiedermi solo di essere ascoltati.
C’è un’amicizia che ha dentro una magia,
che non ha bisogno di quotidianità,
che si nutre da sé,
e resta viva dove il bene è vero.
Oggi i nostri volti erano altri,
segnati dal tempo, dagli addii,
ma gli sguardi erano gli stessi.
Quando ci siamo salutati,
anche mia figlia era commossa,
di fronte a un legame che attraversa le stagioni.
Azzardo
Quella sera
ho lasciato ai dadi
un pezzo di me:
la parte che non sapeva più scegliere.
Quando qualcosa si incrina
credi di avanzare,
ma il passo si fa crepa.
Poi il telefono vibra:
un amico di sempre
mi scrive che tra pochi giorni
coronerà la sua laurea.
E aggiunge, lieve e enorme:
«Ti voglio bene».
È un lampo breve,
quasi un respiro,
ma sposta l’aria attorno.
La vita torna così:
senza rumore,
con una frase che ti rimette in piedi
nel punto esatto in cui tremi.
L’essenziale
Se con poche parole
potessi dire l’essenziale,
sarei come le bottiglie di Morandi:
pochi colori,
un silenzio infinito.
Tra le rovine di Sibari
Dopo tanti anni, eccomi qui,
tra le rovine sepolte, dove il tempo
ha intrecciato storie e sogni di gloria,
in un’antica città che ancora respira,
sotto il peso dell’alluvione del Crati e del Coscile.
Il canto delle cicale accompagna i miei passi,
in questa calura d’agosto, tra le vestigia
che furono, prima greche, poi romane.
Mi perdo tra le vie dove la democrazia
ha forse seminato la sua fatica,
tra questi fiumi che portano via il passato,
ma non il ricordo.
Calabrese, nato nella valle del Crati,
sento dentro un orgoglio sottile,
come se queste rovine parlassero di me,
di un’eredità che scorre nelle vene,
di una civiltà evoluta, che vive ancora
in ogni sasso, in ogni passo.
L’ultima sdraia
In fondo alla spiaggia,
dove le file finiscono,
torno ogni anno
nello stesso punto.
Ombrelloni chiusi,
sdraie piegate,
un ordine silenzioso
che sa di attesa.
Non so perché
il mio posto
sia sempre qui,
un passo dietro.
Da questa distanza
il mare cambia voce:
è più largo,
meno addomesticato.
Resto.
E guardando l’orizzonte
capisco
che non tutto ciò che arriva tardi
è fuori tempo.
Mare Ionio
Neanche
questo sole impressionista,
riflesso
su uno svogliato mare,
riesce
ad allontanarmi
da te.
Poche cose mi porto dietro
Poche cose mi porto dietro,
una borsa leggera di vita vissuta.
La più preziosa è l’amicizia,
quella che non pesa,
ma riempie il cuore.
Non costa nulla,
eppure chiede tutto:
empatia, pazienza,
un pezzo di sé da donare.
Cosa sarei senza di loro,
difficile immaginarlo.
Non riesco a pensare
un altro modo di esistere.
INDICE
NOTA DELL’AUTORE
I. GEOGRAFIE
INTERIORI
- Il ritorno al progetto
- Dalla finestra
- Nel riquadro
- Polvere, sole e geometrie
- Il pino
II. ASCOLTO
DEL SILENZIO
- Silenzio che sa
- Semicerchi tra le gocce
- Calura estiva
III.
ARCHITETTURE AFFETTIVE
- Per chi sa restare
- L’ombra del tempio
- Amore al tramonto
IV. TEMPO
SOSPESO
- Davanti a un Campari
- Un’amicizia senza tempo
- Azzardo
- Ricordo
- Sotto il rosone
V. COSE CHE
RESTANO
- Tra le rovine di Sibari
- L’ultima sdraia
- Poche cose mi porto dietro
Quarta
di copertina
Poche cose è una raccolta di poesie che nasce dall’ascolto: dei luoghi abitati,
dei silenzi che li attraversano, dei gesti minimi che tengono insieme il tempo.
Con uno sguardo attento allo spazio e alla luce, Franco Acri
costruisce una geografia interiore fatta di finestre, balconi, rovine, spiagge
vuote, architetture affettive che resistono all’usura dei giorni.
Sono versi che non cercano l’enfasi, ma la precisione.
Ogni poesia è una soglia: tra dentro e fuori, tra memoria e
presente, tra ciò che finisce e ciò che resta. L’amore è cura silenziosa, il
tempo una materia sospesa, il paesaggio una forma di pensiero.
In queste pagine si incontrano la misura dell’architetto e
l’ascolto del poeta.
Ne nasce una scrittura essenziale, etica, profondamente
umana, che invita il lettore a rallentare e a riconoscere ciò che conta davvero.
Alla fine, restano poche cose.
Ma sono quelle giuste.
Poche cose è un viaggio attraverso le geografie interiori di un architetto che ascolta il mondo invece di progettarlo. Tra finestre, balconi, rovine antiche e silenzi abitati, Franco Acri costruisce un lessico poetico fatto di spazio, attesa e cura.
Qui l’amore non è un sentimento, ma un gesto che resta; l’amicizia un ponte gettato sul tempo; il mare una misura del largo interiore.
Una raccolta matura, sobria, necessaria – perché a volte, per ritrovarsi, basta fermare ciò che passa.
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