L'Acciaio Fatto a Pezzi: A Taranto si Spegne il Futuro, a Genova Arrivano i Lacrimogeni
L'Acciaio Fatto a Pezzi: a Taranto si Spegne il Futuro, a Genova Arrivano i Lacrimogeni
Di Franco Acri
C’era un tempo, nella mia giovinezza a Napoli, in cui l’acciaieria era sinonimo di futuro. Bagnoli era la fabbrica, e l’Italsider rappresentava il vanto di un’industrializzazione italiana che garantiva lavoro, progresso e dignità. Quell’immagine di potenza è oggi un ricordo sbiadito, frantumato dalla storia e dalla politica, lasciando dietro di sé soltanto la memoria di una grande promessa — e della sua chiusura, nel 1990.
Oggi la parabola discendente della nostra siderurgia ha assunto un carattere grottesco. Il Governo, impegnato a praticare la tattica della “testa sotto la sabbia”, osserva immobilizzato il soffocamento dei polmoni industriali del Paese, da Taranto a Genova.
Il Governo Flash e il Rilancio Miracoloso
L’Esecutivo, in perenne modalità di autocelebrazione — tra “traguardi raggiunti” e “performance ultraterrene” dei ministri — sembra non avere tempo per lo stato reale dell’acciaio italiano. Distratto da numeri immaginifici sulla crescita, da promesse di debellare il precariato (a parole) e da campagne di propaganda sugli sbarchi, il Governo mostra una disarmante incompetenza industriale.
La situazione dell’ex Ilva di Taranto continua a precipitare nell’immobilismo: impianti che rischiano di spegnersi, lavoratori senza prospettiva, un territorio che si sente tradito ancora una volta. Viene da chiedersi se l’Esecutivo stia aspettando un intervento divino o, più semplicemente, stia preparando un elegante pacchetto regalo per qualche fondo estero.
Eppure la siderurgia italiana è universalmente considerata tra le più efficienti e sostenibili d’Europa: difenderla sarebbe difficile, ma non impossibile. Evidentemente, è più comodo svenderla.
A Genova, Lavoratori Criminalizzati con Gas Lacrimogeni
Se l’incapacità politica non fosse sufficiente, arriva la forza pubblica a completare il quadro. La risposta del Governo alle proteste degli operai dell’acciaio a Genova è stata un manifesto di inadeguatezza: niente tavolo di crisi — creatura ormai mitologica a Palazzo Chigi — ma lacrimogeni e zone rosse.
L’ironia amara: gli operai chiedono risposte sul lavoro, la Premier Meloni e il Ministro Urso rispondono con gas irritanti.
L’opposizione: “Un fallimento conclamato”
Per i partiti progressisti, l’episodio è “la prova provata dell’incompetenza” del Ministro delle Imprese. L’uso della forza, giudicato sproporzionato, ha finito per criminalizzare chi difende un diritto elementare: quello al lavoro.
«Invece di risposte, gli operai hanno trovato lacrimogeni… Non è accettabile che chi lotta per il proprio lavoro rischi una denuncia penale», denunciano i vertici del PD. Il M5S ha già presentato interrogazioni parlamentari, chiedendo la nazionalizzazione dell’ex Ilva e un percorso serio di rilancio.
La Fabbrica delle Promesse Vuote
Nel frattempo il Ministro Urso, come un prestigiatore in tournée, incontra le istituzioni di Piemonte e Liguria distribuendo rassicurazioni.
«Non vi è alcun piano di chiusura», afferma, smentendo ciò che i territori percepiscono da mesi. La sua promessa di “rilancio e ripresa produttiva” basata sul decreto-legge di dicembre risulta però generica, priva della concretezza di un vero piano industriale.
Dopo tre anni di sostanziale inerzia, invocare l’ennesimo miracolo non è più credibile.
La vicenda dell’acciaio è chiaramente sfuggita di mano al Governo.
Come ha sottolineato Nicola Fratoianni, se l’unica politica industriale che la destra sa proporre consiste in «manganellate e lacrimogeni contro i lavoratori», allora forse occorre riconoscere che qualcosa è andato terribilmente storto. Raffaella Paita (Iv) si spinge oltre, chiedendo apertamente le dimissioni del Ministro Urso per manifesta incapacità.
La vera domanda è semplice, e urgente: cosa aspetta il Governo a compiere quelle scelte di politica industriale che finora ha evitato?
E, aggiungiamo, quanto tempo deve ancora passare prima che chi ha dimostrato di non saper guidare una crisi così complessa ne tragga le dovute conseguenze?
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