IL NODO DEL DISONORE

 

 

Copertina Mariangela Acri


 

 

 

 

 

 

 

Il nodo del disonore

Poesie civili

Franco Acri

 


 

INDICE

I. GEOGRAFIE INTERIORI

  1. Nel buio che non promette arrivi
  2. Orizzonte oltre il chiasmo
  3. Una favola reale
  4. Il mio mare

 

II. RADICI E TRASFORMAZIONE

  1. Piazza San Domenico Maggiore
  2. Cupole maiolicate
  3. Ponte dell’Epifania
  4. La chiesa che si fa palazzo
  5. Perdersi e ritrovarsi

 

III. CANTI CIVILI

  1. Senza istruzioni
  2. Generali di Baj risorgono
  3. Tintinnio nel silenzio
  4. La penna non trema
  5. Naufraghi
  6. Mediterraneo dimenticato
  7. In fila, alla cassa
  8. Demolizioni
  9. Colonialismo digitale
  10. Corso d’inverno
  11. Il nodo del disonore

 

 

IV. CONGEDO

21.La Porta del Mare


 

Nota dell’autore

Scrivere poesia, per me, non è mai stato un esercizio di stile, ma un modo di abitare il tempo interrogandolo.

Questi testi nascono da un attraversamento: luoghi, relazioni, città, fratture civili, domande che non cercano consolazione ma responsabilità.

Ho provato a tenere insieme lo sguardo intimo e quello collettivo, la memoria personale e il dovere di cittadino, convinto che ogni esperienza individuale sia, in qualche forma, un fatto condiviso — e dunque politico.

Viviamo anni in cui il rumore sovrasta il pensiero e l'urgenza soffoca il senso. La poesia, se ha ancora un compito, è forse quello di rallentare, di nominare ciò che viene eroso in silenzio, di non voltarsi dall'altra parte.

Questo libro nasce da un disagio e da una presa di posizione: riconoscere i nodi del disonore che segnano il nostro presente — l'indifferenza, l'abuso di potere, la perdita di empatia — e scegliere di non scioglierli con parole facili, ma di mostrarne la trama complessa.

Se questi versi riusciranno a generare una pausa, una domanda, una responsabilità condivisa, allora avranno assolto il loro compito.

Franco Acri

 


 

I. GEOGRAFIE INTERIORI

1. Nel buio che non promette arrivi

A volte penso
che le mie poesie
abbiano la vista corta,
come i miei occhi
nella notte.

Senza un segnale,
una linea riflettente,
un cono di luce
che dica
«sei qui»,
mi smarrisco.

È lì
che nascono i versi:
nel buio
che non promette arrivi.

Qualcuno trova una strada,
molti si fermano prima,
inermi,
con il peso lento
del mondo addosso.

In quel luogo
non esistono colpe
né assoluzioni,
non c’è bene
né male.

Tutto è intatto,
tutto chiede
di essere tentato.

Un territorio
di idee e di sogni,
un’architettura
senza norme,

bellissima
e quasi impossibile
da costruire.

Franco


 

2. Orizzonte oltre il chiasmo

Dimori
là dove i miei pensieri
ti cercano.

Sei un Guido Reni
a Capodimonte:
un vuoto che respira
al centro,

il buio che custodisce,
l’eleganza dei corpi
sotto i riflessi
della luce.

Non la scultura classica,
non il rigore antico
del canone.

Ma una prospettiva nuova
che apre
orizzonti inattesi.

La mia vita
oltre il chiasmo,
dove la regola cade
e resta soltanto
il passo
che avanza.

Franco


 

3. Una favola reale

Non mi sarei mai aspettato
una favola
così reale.

Un dialogo che si apre
tra le pagine di un libro,
tra i sedili di un viaggio,
tra il tempo che passa
e quello che ritorna.

I tuoi occhi svegli,
scuri,
specchi di un pensiero
in movimento,

domande che bruciano,
mondi che si aprono
come finestre
sul futuro.

Parliamo di libertà,
di democrazia,
di politica.

Tu con l’entusiasmo
di chi scopre il mondo,
io con la meraviglia
di chi lo riscopre.

I Rosselli e Picasso,
la rivoluzione e il colore,
il mio socialismo
che si arricchisce
delle tue letture,

la mia architettura
che incontra
i tuoi pensieri,
fino a diventare
un ponte
tra passato e futuro.

Nel tuo amore
per l’espressionismo
vedo la ribellione dei sogni,
nella tua Vienna freudiana
il bisogno di capire.

E mentre tu cerchi
il senso
di un secolo complesso,
io trovo in te
la mia più semplice
verità.

Franco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4. Il mio mare

Quando penso al mare,
torno lì,
sulla Vespa,
con Tonino dietro,
il Crati accanto
e un vento caldo
che sussurra.

Tra specchi d’acqua
e macchia mediterranea,
rapaci sospesi,
immobili,
senza un battito d’ali.

Negli aranceti,
la terra racconta
civiltà antiche,
mentre agli incroci
le nuove schiave
sfuggono alla storia.

E poi la foce,
la pineta,
il mare che si spalanca,
selvaggio e libero,
una spiaggia immensa,
senza confini.

Lì respiriamo il mare,
l’Oceano Mediterraneo,
il mio Ionio.

Un luogo senza orari,
senza progetti,
solo il silenzio
e il respiro dell’acqua,
l’eco di teatri lontani
e di battaglie
per la democrazia.

Oggi il mare
non è più quello:
barriere, lidi, ombrelloni,
bellezza domata,
ridisegnata da altri.

Ma io sogno ancora
quel mare selvaggio,
che viveva
di vento,
di sale,
di libertà.

Franco


 

II. RADICI E TRASFORMAZIONE

 

5. Piazza San Domenico Maggiore

Resto seduto
su questa scomoda fioriera
che delimita la piazza,
con il sole
che proietta a terra la guglia.

Ripercorro
gli anni della giovinezza,
mentre osservo
l’ombra del santo
sui miei jeans,

testimone silenzioso
di un tempo che sfugge,
dialogo muto
tra la pietra
e l’immortalità della fede.

Franco


 

6. Cupole maiolicate

Chi lo sa
se qualcuno di voi
se ne ricorda?

Io l’ho ripercorso,
con tanta nostalgia,
l’itinerario
di quelle cupole maiolicate,
per quell’esame
mai sostenuto.

Ho seguito
l’esplosione del colore
di quelle squame
in lungo e in largo
per la città:
quella fuori le mura,
quella angioina e aragonese,
quella greco-romana.

Stanco del cammino,
nei cromatismi
di quelle formelle scintillanti,
riflessi dalla luce,
ho rivisto
gli zaini colorati
e i nostri volti sorridenti.

Franco


 

7. Ponte dell’Epifania

Più che Susanna e i vecchioni
della pittrice,
ciò che resta
della nostra vacanza
è l’allegria della piazza,

e tu
che balli sotto la guglia.

Alle mie spalle,
il palazzo del Mormando.

Franco


 

8. La chiesa che si fa palazzo

Aspettiamo,
in uno slargo fermo nel tempo,
mentre lo smog
graffia le grate
di finestre dimenticate,
nella curva stretta
di un respiro.

Arrivano i committenti,
ci addentriamo
nel ventre del tufo:
una cripta scura,
scavata d’anima.

Poi lo scalone,
due braccia di pietra
che stringono il vuoto.

Nella navata ora vivono stanze,
solai di putrelle e tavelloni
provano a soffocare
l’eco delle preghiere,
ma l’arco resiste,
le unghie della volta
ancora graffiano il cielo.

Ai lati,
simmetriche presenze:
blocchi nuovi,
senza radici né storia.

Una scala a sbalzo
si arrampica
sull'orrore della fretta,
sul disordine dell’uomo.

Poi, all'angolo,
il miracolo:
si apre il Golfo,
azzurro sconvolgente.

Bellezza che schianta,
che annulla il brutto,
che ci fa tacere.

Napoli è anche questo:
rovina e splendore,
ferita e incanto,
un bacio dato al caos.

Franco


 

9. Perdersi e ritrovarsi

Cammino per la città,
confondendo
l’ordine con il disordine.

Questo disordine barocco
che il Fanzago
ha intrecciato
nei vicoli,
nelle piazze,
nelle chiese,
nelle fontane,

dove ogni angolo
racconta una storia segreta
e ogni pietra
nasconde un sogno.

Armonia contrastata
di marmi bianchi e piperno,
di palazzi che respirano
tra Rinascimento e Barocco,
con portali maestosi
che invitano
il tempo a fermarsi.

Il mio camminare
è un continuo divenire,
un incessante
perdersi e ritrovarsi,
dove ogni cosa
diventa il suo contrario.

Tra la folla disordinata,
tra i suoni e i silenzi
di questa Napoli
che non smette
di sorprendere.

Ogni passo
è un atto di fede
in un ordine nascosto,
in una bellezza
che sfugge
al primo sguardo.

Napoli è un cuore
che batte
tra le crepe del disordine,
e io continuo a camminare,
cercando l’ordine nel caos,
in questo perpetuo
perdersi
e ritrovarsi.

Franco


 

III. CANTI CIVILI

10. Senza istruzioni

Ci dicono che si possa tornare.
Ma da dove si torna,
se il viaggio è senza scelta?

Nessuno ha deciso la partenza.

La società è senza volto,
eppure impone il passo,
misura il fiato.

Corriamo,
schiavi di ciò che produciamo,
e lo celebriamo come progresso.

Solo la scienza cura,
solo la ricerca apre.
Il resto è cronaca,
rumore che ci ammala.

Ci sono molti modi di vivere.
Il peggiore
non è fallire,
ma obbedire
al cambiamento
che non ha memoria.

Franco


 

11. Generali di Baj risorgono

Tra vetri rotti
e memorie di carta,
i generali di Baj
tornano in vita.

Non più su stoffe dipinte a olio,
ma in carne ed ossa,
riportati in auge
da un nuovo condottiero.

Salvini —
nome che risuona
come un’eco —
sventola la bandiera
di un passato
che non vuole morire.

I suoi cannoni
sparano parole d’odio,
frammentando l’Europa
con ideologie di un tempo.

Baj, maestro del collage
e della satira,
osserva impotente
questo teatrino grottesco.

I suoi generali,
un tempo marionette ironiche,
ora sono marionette di potere,
mosse da un burattinaio cinico.

Pinelli,
l’anarchico idealista,
vola via
tra i frammenti di vetro,
cercando rifugio
in un museo illusorio.

L’arte
non ferma l’onda nera
che avanza,
non sveglia
le coscienze assopite.

Resta
il silenzio assordante
della storia,
che osserva
il ripetersi
degli stessi errori.

Baj ci ammonisce:
la memoria è fragile,
la libertà va difesa.

Perché quando i generali
escono dai quadri,
è l’umanità intera
a essere in pericolo.

Franco


 

12. Tintinnio nel silenzio

Quello che accade a Gaza
dovrebbe toglierci il sonno,
sbriciolare le certezze
a ogni colpo d’artiglieria.

E invece dormiamo.
Ci siamo abituati.

I bambini muoiono di fame
e non ci scuote più.
Come i corpi nel Mediterraneo,
come le promesse
mai mantenute.

Le grandi testate tacciono,
più fragorosamente
dei missili che cadono.

Nessuna prima pagina
per il pane che manca,
per le culle vuote,
per le lacrime asciutte.

Solo un tintinnio —
di campane, la sera —
timido risveglio
di poche coscienze
ancora disposte
a sentire.

Dov'è finita
l’umanità
che dicevamo nostra?

Le marce,
le mani intrecciate,
le parole
«mai più».

Ora restano
schermi e numeri,
indifferenza calibrata,
governi che balbettano.

Dove stiamo andando
se la morte
non ci muove più?

Se la giustizia
è una scelta
e non un dovere?

Ci sarà chiesto il conto.
Non potremo dire:
«Non sapevamo».

Perché sapevamo.
E abbiamo scelto
di voltare lo sguardo.

Franco


 

13. La penna non trema

Scrivere è scegliere,
non un gioco d’inchiostro,
ma un urlo
che incide la pietra.

Non c’è spazio
per chi tace,
per chi si volta,
per chi vende la verità
al prezzo del silenzio.

Il potere
chiude le porte,
parla da solo,
si specchia
nei propri applausi,

mentre i poeti scrivono
con il fuoco
tra le dita.

Non basta
cantare il vento,
il mare,
la luna che trema.

La poesia è ferro,
fango sotto le unghie,
voce che sfida
il monologo,

che fruga
tra le menzogne
e le espone
alla luce.

La libertà
non si mendica:
si prende,
si tiene stretta,
si difende
con la penna,
con la mente,
con l’anima.

Franco


 

14. Naufraghi

Mani tese
nel Mediterraneo
che non sempre trovano
chi le stringe.

Piccole mani
a Cutro.

La risacca
restituisce i corpi,
mentre le istituzioni
restano incapaci.

Mi vergogno
di me stesso.

Franco


 

15. Mediterraneo dimenticato

Tra flutti scuri
e cieli d’azzurro,
il Mediterraneo trattiene
il respiro.

È un mare di passaggi interrotti,
di nomi che non arrivano a riva,
di sogni spezzati
senza testimoni.

I naufragi non fanno rumore:
scendono a fondo
come domande scomode
in un mondo
che guarda altrove.

Le politiche evaporano,
inermi al mattino,
mentre i più fragili
lottano soli
contro l’acqua
e contro il tempo.

Nessuna luce guida,
nessuna mano tesa:
solo il buio
che diventa abitudine.

Eppure questo mare
ha conosciuto l’incontro,
ha accolto stranieri
come promesse,
ha spezzato confini
prima che fossero muri.

Oggi lo attraversano corpi,
non eserciti.
Vite,
non minacce.

Dimenticarle
è una scelta.

Ricordarle
è un atto di civiltà.

Franco


 

16. In fila, alla cassa

In fila,
alla cassa del supermercato,
davanti a me
una signora anziana
e il suo carrello.

Non solo pieno,
ma ordinato
come una preghiera.

Pane,
verdure,
sapone:
ogni cosa
al posto giusto,
come se il mondo
dovesse reggersi lì,
su quell’equilibrio silenzioso.

La guardo muoversi
con gesti lenti e precisi,
offrire ogni prodotto
alla cassiera
come un dono,
non come merce.

Un insegnamento muto:
la cura
non è solo un fare,
ma un modo
d’essere.

E mi chiedo:
quando abbiamo smarrito
l’armonia?

Altrove,
una madre
protegge un figlio
sotto le bombe.

Altrove,
un vecchio
fa la fila
per l’acqua,
non per il latte.

Ma non è lontano
quel dolore.
Ci attraversa
ogni giorno
senza che lo vediamo.

Basterebbe poco:
un gesto,
uno sguardo,
la cura
per le piccole cose.

Perché la pace
comincia
in un carrello ordinato,
nella mano
che non trema
mentre porge
un pacco di biscotti,
nell'attenzione quotidiana
che restituisce valore
a ciò che abbiamo
e rispetto
a chi ci cammina accanto.

Franco

 


 

17. Demolizioni

Nella tela della propaganda
si dipinge un quadro instabile:
tutto vacilla, tutto crolla,
come la casa di Mario Mafai,
architettura del sogno
ridotta in macerie.

Riaffiorano sogni squadristi,
ombre di un fascismo mai sepolto,
spettri che attraversano il presente
e trascinano il paese
verso un buio già conosciuto.

La Carta viene sventrata,
offerta sull’altare del potere,
mentre riaffiorano i fasti
di un imperialismo di cartone
e la democrazia
si consuma a colpi lenti.

Tornano giorni feroci,
l’eco di una dittatura
che credevamo storia,
un’ombra lunga sulla libertà,
un popolo fermo,
inermi spettatori del proprio destino.

I telegiornali allestiscono la scena:
un mondo di sorrisi finti,
di parole addomesticate,
un sipario tirato
davanti alla verità.

Ma come Mafai
resto a guardare:
la demolizione silenziosa
della casa comune,
le crepe che attraversano i muri,
le fondamenta della giustizia
che cedono.

Eppure resistiamo,
foglie nel vento
di un tempo che si sgretola,
con la speranza ostinata
che una luce si accenda
oltre le macerie
di ciò che abbiamo costruito.

Franco


 

 

18. Colonialismo digitale

Siamo ombre connesse,
tracce di luce
che non scaldano più.

Un impero invisibile
ci attraversa:
pochi muovono i fili,
noi danziamo,
inermi,
nel teatro del vuoto.

Un soffio remoto
decide il ritmo:
una mano senza volto
ci accende,
ci spegne,
fuori dal tempo.

Corriamo
senza luogo né respiro,
tra velocità e smarrimento,
mentre il pensiero
si fa eco
e il futuro
uno schermo spento.

Le mani non toccano,
gli occhi non cercano,
il cuore
non reagisce.

Ci mescoliamo,
inermi,
senza chimica,
senza fuoco.

Ma sotto la cenere
una scintilla resiste:
l’individuo,
ancora capace
di dire
io.

Franco


 

 

19. Corso d’inverno

Cammino per il corso,
tra bagliori elettrici
e un’allegria programmata.

Eppure non c’è traccia
della commozione di un tempo.

Tutto sa di farsa:
una festa di guscio,
dove la fratellanza
è un’eco
e l’empatia
un riflesso spento.

È un’amarezza lucida
che urta le vetrine
e scolora
i colori della strada.

Franco


 

21.        Il nodo del disonore

Nelle celle del silenzio,
dove il grido si spegne contro il ferro,
il buio non ha volto
ma mani pronte a colpire.

Urina versata come disprezzo,
un rito che avvelena l’umano.

Non è la rabbia che resta,
ma un disgusto che brucia,
un’eco sorda che dice:
non sono mele marce,
è l’albero intero
a marcire.

Chi colpisce i più fragili
non conosce la forza.
Chi calpesta chi è già a terra
scrive una sentenza
contro se stesso.

Machismo da galera,
violenza in uniforme,
un’educazione al disumano
che strappa l’anima
alle leggi.

I folli, gli smarriti,
quelli che non sanno “fare la galera”,
diventano bersaglio
di una crudeltà in divisa,
mentre fuori si tace,
si accetta,
si dimentica.

E allora dov’è la rivolta?
Non quella delle sbarre,
ma quella delle coscienze.

Dov’è il grido che cambia il vento,
che spazza via la prigione
dell’ignoranza,
dell’impunità?

Forse serve una rivoluzione
non di sangue,
ma di cuore e di mente:
che insegni a guardare l’altro
senza il peso del potere,
che recida il nodo del disonore
dall’albero
delle nostre leggi.

Franco


IV. CONGEDO

21. La Porta del Mare

Chiavi cadute nel blu,
piccola prigione di ferro
per un mondo
senza confini.

Il mare
non ha serrature,
non ha muri,
non ha padroni.

Abbiamo imparato
a chiudere,
a possedere,
a confinare.

Ma l’acqua
non conosce barriere:
scioglie
la nostra miseria,
il nostro dominio.

Ora le mani vuote
sanno
che il tesoro
non era nella tasca,

ma in questa
vasta promessa
dove la vita
si mescola —

colori, specie, lotte,
speranza —

in un equilibrio
che attende
senza chiavi,
senza porte.

La vita
è un largo che accoglie,
non una casa
da chiudere.

Franco




















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