Sotto l’acacia
A pochi passi da casa, il Bar Roma sembra più un porto per nostalgici che un locale. Roberto, il proprietario, è quasi mio coetaneo: nei suoi occhi, dietro le rughe sottili e il sorriso di chi ne ha viste tante, si riflettono gli anni Ottanta, una gioventù fatta di Vespe rombanti, poster di top model e cinema italiano che sapeva ridere di sé stesso. Nomi come Troisi, Benigni, Verdone, Nuti sono ancora sulle sue labbra, come vecchi amici che tornano a trovarlo ogni tanto. Fuori, due ombrelloni sbilenchi e sferzati dal vento si contendono lo spazio con un vecchio albero di acacia, la cui ombra è l’unica vera salvezza nelle giornate torride. Prima dell’ingresso, una tettoia di legno e plastica, in parte trasparente, opprime più che accogliere: il tempo l’ha resa pesante e malinconica, come se avesse assorbito tutti i discorsi e i sospiri dei clienti di passaggio. Dentro, il buio è quasi un’abitudine. Il bancone corre in lunghezza come una pista di atterraggio per tazzine di caffè, mentre una piccola saletta, dominata da una TV sempre accesa, sembra più una tana che un salotto. L’odore stagnante del legno cerato e del fumo vecchio impregna ogni cosa. Il perlinato, che riveste soffitto e pareti fino a una certa altezza, contribuisce a creare un’atmosfera chiusa, quasi claustrofobica. Eppure, c’è sempre qualcuno. Il vero bar è fuori, tra chiacchiere veloci e sguardi pigri ai passanti, almeno nei mesi caldi dell’anno. Lì si vive, lì si respira.
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Li riconosci subito, i cacciatori del Bar Roma. Non serve vedere i fucili, che restano a casa; bastano i loro cappellini mimetici e i giubbotti con tasche troppo grandi. Si siedono sempre allo stesso modo, sulle due panchine di legno scolorito che arredano il piccolo slargo davanti al locale. Non c’è confine tra le sedie del bar e quelle panchine: il marciapiede stesso sembra un prolungamento naturale del locale. Ci si siede dove capita: clienti abituali, passanti curiosi, anziani che non ordinano nulla ma restano a guardare il mondo. È uno spazio senza regole, dove le conversazioni attraversano i tavolini e si posano sulle ginocchia di chiunque ascolti. Può capitare che uno dei cacciatori racconti una storia a chi sta sulla panchina, o che un vecchio amico si avvicini al bancone solo per salutare, per poi tornare a sedersi fuori. All’ombra storta dell’acacia e sotto gli ombrelloni tremanti, tutto diventa comunità: nessuno chiede permesso, nessuno è estraneo. Seduto lì, con il caffè che si raffredda troppo in fretta, osservo questo piccolo teatro di vite intrecciate. Il Bar Roma è un bar solo di nome: in realtà è una piazza, un ricordo, un punto fermo. I loro discorsi ondeggiano tra verità e fantasia, tra una beccaccia che non si trova più e un tordo che nessuno ricorda di aver visto davvero. Il porto d’armi è diventato una tassa salata per coltivare una passione che sembra appartenere a un’altra epoca, ma loro non se ne lamentano troppo; preferiscono raccontare di quell’alba in cui il bosco odorava di terra bagnata, o di quando il cane aveva fiutato qualcosa che non c’era, giurando di aver sentito il frullo invisibile di un volatile pregiato. Per anni, li ho ascoltati in silenzio. Non per paura, non per disinteresse, ma per rispetto. La loro voce era musica che parlava di radici, di un mondo che avevo conosciuto solo da bambino, nel mio paese natio. Restavo lì, sorseggiando il mio caffè, lasciando che le loro storie si intrecciassero con le mie, che scivolassero dentro di me come la luce fioca che attraversava gli ombrelloni sfilacciati.
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Col tempo ho imparato a conoscerli. So i loro nomi, il mestiere che fanno o che hanno fatto, persino il loro modo di pensare, di affrontare i problemi quotidiani. Li ho visti passare dal vecchio telefonino allo smartphone e, in questo lento cambiamento, ho trovato anch’io il mio spazio nei loro discorsi, nelle loro preoccupazioni. All’inizio credevo che fermarmi al Bar Roma fosse solo un segno di pigrizia. Mi sbagliavo, come quasi sempre. Quelle persone — artigiani, muratori, operai, migranti — sono finestre aperte sulla vita. Nei loro racconti vedo scorrere sacrifici silenziosi, giornate di fatica, famiglie tirate avanti con dignità. Vedo amicizie lunghe una vita, empatia naturale, amore per la semplicità. Così, da un bel po’, ho smesso di ascoltare le loro storie come fosse un passatempo. Oggi quelle storie le vivo: ne faccio parte. Spesso, al ritorno dallo studio, provo una grande nostalgia nel vederli seduti lì, e immagino i loro discorsi. Così parcheggio l’auto e vado a sedermi anch’io tra loro. Basta poco per scordarmi dell’architettura, dei cantieri, dei problemi che oggi affliggono un architetto. Prima ancora che io prenda posto, qualcuno ha già ordinato per me una birra ghiacciata. Nel sorseggiare quel boccale, tra quelle chiacchiere, tutto sembra scorrere più lentamente, in modo più umano. A San Clemente ci sono tanti bar moderni: luminosi, con musica in sottofondo e ragazze che ti servono al tavolo. A volte mi capita di trovarmi lì con degli amici, di consumare un aperitivo o un buon calice di vino dei produttori locali. Eppure non è la stessa cosa. I tavoli sono occupati, ma è come se fossero vuoti: i discorsi sembrano preconfezionati, pieni di attenzione e di una furbizia che stanca. Le persone mi appaiono finte, come se quel sedersi al tavolo fosse un modo per dimostrare qualcosa a sé stessi o agli altri: esserci, apparire presenti. Così è per la colazione come per l’aperitivo. In quei momenti non vedo l’ora di tornare sotto l’acacia, di uscire dal brusio e ritrovare le storie vere, gli errori, la vita.
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Alla fine, il Bar Roma non è un luogo: è un tempo sospeso. Lì i discorsi non hanno fretta, i sorrisi non hanno secondi fini. Le rughe dei clienti raccontano storie più sincere di qualsiasi notizia al telegiornale. Io resto seduto sotto l’acacia, con il boccale mezzo vuoto e il vento leggero che fa tremare gli ombrelloni stanchi. Roberto, dietro il bancone, saluta un cliente chiamandolo per nome; i cacciatori discutono se la stagione sarà buona; il barbiere ride di una battuta che ormai conosciamo tutti a memoria. Ed è proprio in questa semplicità che sento la vita pulsare: non nelle luci brillanti dei locali alla moda, né nei brindisi studiati a memoria, ma qui, in questo piccolo slargo senza confini, dove le storie diventano una sola e anch'io mi scopro parte di esse. Sotto l’acacia, il tempo sembra smettere di correre. E forse, per un attimo, il mondo intero respira più piano.
Franco
Il mio piccolo paese oggi ricordato , per me da una splendida persona l’architetto Acri Franco, persona squisita integrata ed intelligente, affabile e buono.
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