La Flotilla, le fregate e la prudenza made in Italy





La Flotilla, le fregate e la prudenza made in Italy

Non c’è bisogno di essere ammiragli di lungo corso per capirlo: il governo italiano ha una fifa blu della Global Sumud Flotilla. Queste barche, stracolme di attivisti, pescatori di diritti e un discreto numero di italiani a bordo, stanno lentamente avvicinandosi a Gaza. E da Roma, tra una dichiarazione alla Camera e un’altra al Senato, arriva il messaggio che più chiaro non si può: “Sì, vi proteggiamo… ma fino a un certo punto, non scherziamo!”.

Il Ministro della Difesa Crosetto, col suo consueto cipiglio da burbero realista, ha infatti condannato gli attacchi israeliani alle imbarcazioni, ma poi ha tirato fuori la frase che è già un classico della diplomazia creativa: «La Marina militare si fermerà davanti alle acque israeliane». Che tradotto suona così: ragazzi, state sereni finché remate in mare aperto, ma appena si intravede la costa di Gaza… arrangiatevi.

E qui scatta la prima risata amara. Perché quelle acque, a rigore di diritto internazionale, non sono “israeliane” ma palestinesi. È la Convenzione Onu sul diritto del mare a dirlo, mica un opuscolo dei centri sociali. Ma tant’è: l’Italia non ha mai riconosciuto lo Stato di Palestina, quindi è molto più comodo fingere che quelle acque appartengano a qualcun altro.

Del resto, il blocco navale imposto da Israele dura dal 2009, una sorta di muro liquido che soffoca Gaza. Prima ancora, dal 1995, si restringeva già la possibilità di navigare, con il risultato che oggi i palestinesi non possono nemmeno pescare un’alice senza rischiare la vita. È un embargo travestito da misura di sicurezza, che ha prodotto carestia, morti, e la lenta agonia di un popolo. Tutti – giuristi, Ong, governi non ciechi – lo definiscono illegale. Ma per l’Italia, evidentemente, è solo “una questione delicata”.

Ecco allora che la Flotilla diventa un test imbarazzante. Da una parte c’è la Costituzione, i diritti umani, le regole del mare, la fame di un popolo. Dall’altra, c’è l’alleato di ferro, Israele, col quale abbiamo pure firmato un bel Memorandum di cooperazione militare. E allora via con la diplomazia del cerino: inviamo le fregate, ma solo per metà missione; condanniamo gli attacchi, ma con voce bassa; invochiamo la prudenza, che in politica estera è spesso un sinonimo elegante di servilismo.

Greenpeace, con la sua solita schiettezza, ha detto ciò che tanti pensano: «Proteggete i nostri connazionali, sì, ma smettete di fingere che Gaza non esista. Fermate il genocidio, rompete con Tel Aviv, basta armi, basta inchini». Ma a Palazzo Chigi devono avere le orecchie tappate: sentono solo i rumori di fondo, e intanto, a forza di “prudenza”, la politica estera italiana si sta trasformando in un continuo esercizio di yoga diplomatico.

Alla fine resta l’immagine grottesca: una Flotilla che avanza, fragile ma testarda; due fregate italiane che la scortano, con il freno a mano tirato; e un ministro che avverte: “Non spingete troppo, che lì davanti è Israele, almeno per noi”. La domanda è semplice: quando la dignità di un Paese diventa negoziabile, chi è che sta affondando davvero?

Franco

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