Il Passato che ritorna
Era parecchio tempo che non tornavo a Luzzi, il mio paese
natale.
Non vedevo mia madre da molto a causa della malattia
pandemica e non solo.
Durante i pochi giorni trascorsi in paese, oltre a mia
madre e ai familiari, ho avuto modo di ritrovare i vecchi amici.
Questa volta, più che gli amici, mi ha fatto piacere
rivedere il mio figlioccio, Francesco, il figlio di Gianfranco e Ilaria.
Ci siamo incontrati per caso.
Stavo parlando con Gianfranco e Tonino quando è apparso
con un cucciolo al guinzaglio e una signorina che non passa inosservata.
Oltre al suo affascinante sorriso, Francesco è diventato
un giovane uomo. La sua sempre presente timidezza lo rende ancora più
intrigante. La timidezza è un valore aggiunto, una virtù che ti fa comprendere
a fondo le situazioni e la psicologia umana. Senza giri di parole, il mio figlioccio
è davvero un bel ragazzo e ne sono molto orgoglioso.
Il nostro incontro è stato breve, come sempre, fatto di
sguardi e poche parole: ci siamo salutati rapidamente. Purtroppo, il cucciolo è
rimasto con noi, ma non la signorina. La serata è proseguita in pizzeria con
Tonino e il coprifuoco ha fatto il resto.
Tornando a casa, per i vicoli dell'infanzia, ho ripensato
alla mia adolescenza e all'amicizia con Gianfranco.
Ci siamo conosciuti quando avevamo l'età di Francesco;
entrambi frequentavamo l'Istituto d'Arte.
Per varie vicissitudini, che non sto qui a raccontare, ci
siamo ritrovati nella stessa classe, la terza B.
Presto siamo diventati compagni di banco e lo siamo
rimasti fino al diploma di maturità. Fin dall'inizio ho capito di aver
incontrato una persona speciale. In pochissimo tempo si è integrato
perfettamente nel gruppo di amici che conoscevo fin da bambino.
Non è mai stato solo l'amico di Franco. Sì, mi chiamo
Franco, ma sono conosciuto come Farfallone o Farfalla, come Gianfranco è noto
come Corvo.
Lui, Gianfranco, è stato sin da subito l'anima del
gruppo. Ormai sono passati più di quarant'anni da quando ci conosciamo e non
c'è stata una settimana in cui non ci siamo sentiti. Dico "sentiti"
perché da molti anni vivo altrove.
Mentre camminavo lungo il percorso verso casa, cercavo di
rievocare gli anni più intensi trascorsi insieme, ma ho avuto difficoltà a
stilare una graduatoria. Allora ho pensato che con Gianfranco non c’è un prima
e un dopo. Paradossalmente, se fossi una strada, lui sarebbe la segnaletica.
Il silenzio dei vicoli e il rumore dei miei passi mi
riportano indietro nel tempo, quando il quartiere era vivo e di notte si
sentiva l'odore del pane. In quel silenzio, quasi fastidioso, cerco episodi
particolari vissuti durante quegli anni da adolescente. Appena ne penso uno,
sembra insignificante rispetto al prossimo che mi viene in mente.
Così si apre un ventaglio di ricordi che va dalla scuola
al campeggio, al calcio...
In particolare, mi viene in mente un episodio a cui sono
molto legato.
Era estate, Leonardo ed io eravamo nel piccolo spiazzo di
via San Francesco. Leo aveva parcheggiato il motorino tra le aiuole che
separavano il piccolo parcheggio dalla strada. Piuttosto che seduti, eravamo
sdraiati sul muretto, spalla a spalla, aspettando Tonino.
Oggi quello spiazzo è cambiato e il muretto non c'è più.
In modo totalmente inaspettato, siamo stati sorpresi da
una busta piena d'acqua.
Gli autori di quel memorabile scherzo erano Gianfranco e
Totonno.
Da quel momento è iniziata una battaglia rocambolesca,
nel senso che dopo aver lanciato tanta acqua, gli unici bagnati eravamo io e
Leonardo.
La battaglia si è conclusa quando una busta piena
d'acqua, che è finita addosso a Gianfranco, non solo non si è aperta, ma
cadendo a terra ci ha bagnati.
A quel punto abbiamo detto "basta!".
Questo ricordo, che per molti potrebbe sembrare banale, è
fondamentale per me perché è legato a Leonardo, che ci ha lasciato qualche anno
fa.
Pensare a Leo da ragazzo mi rende felice.
Con lui non ci siamo conosciuti a scuola, né siamo stati
compagni di classe, ma abbiamo vissuto nello stesso quartiere. Per vederci
bastava affacciarci al balcone. Leonardo, il matematico. Le equazioni non
avevano segreti per lui, con una Marlboro tra le labbra sembrava poter
risolvere qualsiasi problema.
Leonardo, di cui ogni angolo di questo quartiere mi
parla.
Leonardo, che non ho mai battuto allo “strummolo”.
Leonardo, che anche questa sera mi ha accompagnato a casa
lungo questi vicoli silenziosi.
Leonardo, che non ho mai chiuso la porta di casa senza
alzare lo sguardo verso il suo balcone.
Appena entrato in casa, mi sono assicurato che mia madre
stesse bene. Dormiva come una bambina, con quel solito sorriso che il tempo non
è riuscito a cancellare.
Prima di andare a letto, ho osservato con affetto gli
oggetti, i quadri e tutto il resto, che non solo sono rimasti sempre gli
stessi, ma conservano fedelmente la stessa posizione.
Prima di addormentarmi, ho notato le mie iniziali sulla
federa del cuscino, come se fossero state ricamate il giorno prima.
Mi ha fatto riflettere: sto invecchiando, osservando
sempre le stesse cose. In particolare, davanti a un mio omaggio a Giorgio
Morandi, dipinto durante gli anni scolastici, ho compreso l'amore e la stima
che nutro per il Maestro.
Mia madre, che ignora completamente la pittura di
Morandi, condivide con il Maestro l’idea che gli oggetti comuni abbiano una
vita segreta.
Questa visione unica e universale delle cose ha creato un
linguaggio artistico che è diventato parte integrante della pittura. È
difficile per me immaginare la pittura senza pensare alle nature morte di
Morandi.
L'associazione tra mia madre e il grande Maestro mi mette
di buon umore. Così, con gli occhi sorridenti, ripenso alla scena del gavettone
e della busta che non si è aperta, ma soprattutto alla spensieratezza di quei
giorni e di quella giovane età.
Ho spento la luce e, con la testa appoggiata sul cuscino
personalizzato, ho continuato a sognare.
Franco
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