Il teatro della politica: applausi cercasi

 




Cinque punti percentuali di fiducia persi in un anno, dice l’Ixé. Nessuna sorpresa: quando la politica diventa teatro, il pubblico prima sbadiglia, poi abbandona la sala.

Sul palco, ministri scelti più per fedeltà che per competenza. Da Sangiuliano, unico ad aver pagato le conseguenze, a Santanchè; dal protagonismo di Salvini alla comparsata di Giuli, fino a Nordio che difende Delmastro, già condannato: una compagnia che ignora la realtà. Nuovo atto: il caso Almasri, con Nordio, Piantedosi e Mantovano per i quali è stata chiesta l’autorizzazione a procedere. La trama? Sempre la stessa: “Colpa della magistratura”. Applausi registrati.

Dietro le quinte, i numeri non recitano: crescita ferma, PNRR impantanato, giovani in fuga. Ma sul palco si trova sempre un capro espiatorio: i migranti, accusati di tutto e al tempo stesso indispensabili per alimentare l’odio, mentre il Paese si svuota di energie. In Europa, ci si accoda a Orbán e il teatrino continua.

E le opposizioni? Spettatori distratti che litigano sul posto a sedere invece di cambiare la sceneggiatura. Intanto in platea, i cittadini: stanchi, disillusi, sempre meno disposti a pagare il biglietto.

Il vero costo di questo spettacolo non è l’incasso mancato, ma la democrazia logorata. La politica non è un palcoscenico: quando la realtà entra in sala, le luci di scena non bastano più a nascondere il vuoto.

Franco Acri

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