Pedalate di ieri e di oggi



Pensavo fosse una semplice scampagnata in bici, così ho accettato l'invito. Ho tirato fuori la mia vecchia mountain bike: un telaio in ferro dai colori improbabili, con i cerchi in alluminio e freni a pattini. Insomma, una di quelle biciclette economiche che si compravano nei grandi magazzini.


Quando sono arrivato al punto di ritrovo, però, mi sono sentito subito fuori posto. Le persone che mi avevano invitato sembravano uscite da una competizione professionistica: caschi aerodinamici, occhiali specchiati, tute tecniche aderenti dai colori sgargianti e impeccabili. E le biciclette... beh, chiamarle biciclette era riduttivo. Erano bolidi di ultima generazione, leggeri come piume, in carbonio e tecnologia avanzata, con cambi elettronici e geometrie studiate per fendere l'aria.


Mi guardavo intorno con un misto di smarrimento e ironia. La mia umile mountain bike, con i suoi anni e l’aspetto vissuto, sembrava un reperto da museo in mezzo a quei gioielli tecnologici. Mi chiedevo quando la semplicità di una pedalata tra amici si fosse trasformata in una sorta di performance atletica.


Mentre loro discutevano di watt, frequenze cardiache e strategie per affrontare le salite, io cercavo di non sentirmi troppo a disagio. Ripensavo a quando, da ragazzo, una gita in bici significava svegliarsi presto, infilare un paio di panini nello zaino e partire, senza preoccuparsi di abbigliamento tecnico, attrezzatura o prestazioni. Bastavano la voglia di pedalare e la compagnia.


Mi tornavano in mente le bici di fortuna dei miei amici di allora: ruote spesso sgonfie, catene che saltavano a ogni sobbalzo, pedali consumati fino al perno centrale. Eppure, non ci importava. Quelle biciclette, rattoppate alla meglio, ci portavano ovunque: lungo sentieri sterrati, tra i campi o su strade di campagna che sembravano infinite.


Non c’era bisogno di carbonio o di cambi sofisticati. Bastavano un pizzico di fantasia, un po’ di equilibrio e tanta voglia di andare. Se la bici si rompeva – e succedeva spesso – ci fermavamo e la riparavamo con quello che trovavamo: una pietra per rimettere la catena in sede, uno spago per fissare una parte allentata. Erano piccole sfide che ci univano ancora di più.


Il percorso era sempre una sorpresa, a seconda della stagione. A volte ci imbattevamo in alberi di ciliegie, rami carichi di frutti scuri e dolci che ci invitavano a una sosta. Ci arrampicavamo senza pensarci, riempiendoci le tasche e, soprattutto, la bocca di quei sapori deliziosi. Altre volte era un filare d'uva ad attrarci con i suoi grappoli succosi, che raccoglievamo in fretta, quasi temendo di essere scoperti. E poi i fichi, morbidi e zuccherini, che mangiavamo seduti su un muretto di pietra, con le mani appiccicose e il sole caldo sulla schiena.


Ogni sosta era un piccolo banchetto improvvisato, un momento di felicità semplice e spontanea. Pedalare non era solo arrivare a destinazione, ma vivere ogni attimo del viaggio, con le sue soste e le sue scoperte. Quella era la nostra scampagnata: un intreccio di risate, frutta rubata, polvere sulle gambe e storie da raccontare.
Adesso mi trovavo in una situazione completamente diversa. Le ciliegie, così rosse e lucide da sembrare già dolci al solo vederle, non venivano nemmeno considerate. Ci passavamo accanto, e io sentivo il richiamo di quei frutti maturi, ma fermarsi era fuori discussione. Quando, con un po’ di ironia, ho chiesto se potevamo assaggiarne qualcuna, uno del gruppo mi ha guardato con una smorfia, quasi disgustato, come se avessi detto un’assurdità. E poi ha aggiunto: "Ma sei matto? Fanno male. Non ti sei portato le barrette energetiche? E cosa hai nella borraccia?".


Non ho nemmeno risposto. Pensavo a quanto tutto questo fosse lontano dalla mia idea di uscita in bici, a quei momenti di libertà solitaria, senza regole, dove ogni curva e ogni albero erano una piccola avventura.


Da vecchio architetto, ho sempre creduto che gli strumenti siano un aiuto prezioso, ma che da soli non facciano il professionista. Non è un software a creare un buon progettista, ma la mente che lo utilizza. Qui, però, sembrava l’opposto: non erano più le persone a guidare e a scegliere, ma le biciclette, le apparecchiature, le "diavolerie" di contorno. Tutto il resto aveva preso il sopravvento. Questa non era più una scampagnata, ma una continua competizione, una sfida a non so bene cosa. Mi è venuta in mente una frase di Picasso: "Il computer è inutile. Dà solo risposte". Qui, invece, mi sembrava che nessuno si ponesse più delle domande. Tutti seguivano ciecamente la tecnologia, come se fosse infallibile. 


Così, senza dire nulla, ho rallentato e, con un cenno, mi sono separato dal gruppo. “Ci vediamo in giro,” ho detto con un sorriso. Poi, con la mia vecchia mountain bike, ho preso un’altra strada, lasciando che il vento, i ricordi e magari qualche ciliegia mi riportassero alla semplicità di un tempo.


Franco

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