Fine luglio, in auto verso Luzzi
Il benvenuto mi è stato dato dal termometro dell'auto: quaranta gradi centigradi.
La Valle del Crati, un luogo arroventato!
Una fossa tettonica, delimitata a ponente dalla Catena
Costiera e a levante dall'altopiano della Sila.
Un luogo poco influenzato dalle correnti marine, con un
microclima dettato dalla sua particolare orografia.
Ed eccolo, il paese! Adagiato sulla prima piega
dell'altopiano.
Questa strada che corre tra il fiume Crati e la ferrovia
offre viste particolari di Luzzi man mano che la percorri.
Da questa strada provinciale, più nota come "strada
della bonifica", si può scorgere gran parte del territorio luzzese.
Dalla valle alla montagna, e nel mezzo il "centro
storico", delimitato dai due torrenti: Ilice e San Francesco.
Sulla sponda destra del torrente San Francesco, la nuova
espansione del paese, dove c'è di tutto: dalle case popolari alle scuole,
all'urbanizzazione selvaggia.
La parte più bassa, che si estende dal fiume Crati alle
nude colline argillose, un tempo caratterizzate dai rizomi di liquirizia, è
quella che ha subito le maggiori trasformazioni negli anni.
Oggi queste colline appaiono deturpate da costruzioni a
basso costo con intonaci colorati, sparse senza nessuna logica urbanistica,
come le parole di una poesia "dadaista".
Un'architettura che ci riporta direttamente al dopoguerra
o peggio, all'abusivismo.
Non avevo mai pensato che su quelle colline instabili,
dove i torrenti confluiscono in un unico corso d'acqua per poi unirsi al fiume
Crati, si potesse creare un grande quartiere dormitorio.
Davvero, non c'è limite al peggio.
Invece, la parte montana, vista da qui, sembra non aver subito
grandi trasformazioni nel corso degli anni. Questo è senza dubbio dovuto allo
spopolamento, alla migrazione interna.
Mentre rifletto su tutto ciò e sulle notevoli
trasformazioni che i paesi collinari e montani calabresi hanno subito, paesi
che, a differenza dei piccoli centri costieri, non possono fare affidamento sul
turismo estivo, mi ritrovo sul ponte del torrente Annea.
Così, inavvertitamente, mi giro a guardare di nuovo il
paese. Oltre all'abitato, da questa prospettiva è ben visibile il cimitero, che
è l'unica cosa in continua espansione.
Naturalmente senza alcun criterio, come vuole la
tradizione, mentre il resto svanisce giorno dopo giorno.
A questo punto è doveroso aprire una parentesi sulla
parte "storica" del paese, che è in uno stato di totale abbandono.
Quella tra i due torrenti, quella delle chiese, quella
dove sono nato. Sì, sono nato e cresciuto in uno dei primi insediamenti
medievali del paese.
Un dedalo di strette viuzze concentriche, disegnate,
modellate e talvolta scavate nella roccia cristallina, incastonate tra le case
che si arrampicano sopra i tetti verso la zona più alta.
Dove un tempo c'era il castello con le sue porte. (Oggi è
rimasta solo la toponomastica).
Ci sono tanti ricordi in quei vicoli, che si intersecano
e si perdono in slarghi: delimitati da case con ballatoi sagomati e non
costruiti.
(Chi come me ha vissuto nella parte "storica"
sa bene che Luzzi non è stato costruito, ma è stato modellato in quei
conglomerati pliocenici di colore bruno-rossastro).
Le case in cui affiora la roccia spesso sono prive di
mura. Le grotte e le cavità, che un tempo fungevano da cantine, sono comuni.
Sono rare le case isolate, tutte presentano almeno un lato seminterrato.
Case e vie sono un tutt'uno, spesso offrendo scorci
segreti, di supportici che si aprono su improvvisi squarci di cielo. Frammenti
di una vita passata che rimandano a un paese lontano nel tempo.
Ho sempre pensato che, paradossalmente, il vero declino
del paese sia iniziato con i lavori di riqualificazione del centro storico. In
quegli anni si è commesso l'errore di "riqualificare le pietre",
ovvero sostituire l'acciottolato con pavimentazione in porfido e modernizzare
servizi e arredo urbano, senza considerare la vita sociale.
Un'operazione che non ha portato vantaggi nel contrastare
lo spopolamento.
I centri storici hanno bisogno di essere abitati per
sopravvivere, non solo visitati o vissuti episodicamente, con eventi culturali
o folkloristici.
Oggi il mio quartiere ha raggiunto quasi la
"desertificazione", con la chiusura della casa natia.
Mia madre, che ha quasi novant'anni, è stata costretta a
lasciare i vicoli dove è nata, a causa di un'ischemia seguita dal servizio
sanitario calabrese.
Eppure, le ragioni di questo abbandono sono state banali
se riflettiamo: il traffico automobilistico e i problemi di accessibilità; lo
spostamento dell'asse commerciale verso la periferia, che sembrava più
accessibile alle nuove esigenze economiche e sociali.
Se penso alla mia infanzia rispetto a quella delle
generazioni future, mi ritengo fortunato.
Oggi è difficile spiegare cosa significhi vivere in quel
contesto, in mezzo a quella folla di persone dove si respirava vicinanza.
Ogni quartiere era una comunità, tutti condividevano
tutto.
Quello che sono diventato lo devo probabilmente a quelle
persone.
Spiegare a mia figlia che la nonna custodiva le chiavi
delle case di tutto il quartiere e ne aveva dato copie delle sue alle zie
Mafalda ed Erminia, mi è costato una serata intera e non so se ha capito il
motivo.
Che tristezza quando una di quelle porte, di una persona
anziana che viveva da sola, restava chiusa oltre una certa ora e si doveva
intervenire con le chiavi che mia madre custodiva.
Era naturale vestire i defunti e disporli sul letto.
Tutti conoscevano il rituale, sapevano dove erano gli abiti e gli oggetti da
mettere nella bara.
Lo slargo davanti casa era il luogo dei giochi, ma anche
il salotto di tutti.
Si trascorreva poco tempo all'interno delle case,
soprattutto perché le stanze erano poche e piccole e c'erano tanti bambini.
Mi ritenevo sfortunato perché avevo solo una sorella; i
miei amici avevano almeno un fratello oltre alle sorelle.
La cosa più preziosa che porto nel cuore è che ognuno di
noi si sentiva figlio non solo dei propri genitori, ma di tutto il quartiere.
Questo ha aiutato molto chi aveva perso la madre in
giovane età. Tutti ti facevano sentire a casa, l'affetto era palpabile.
Capisco che spiegare tutte le sfumature è impossibile,
devi averle vissute per coglierne l'essenza.
È difficile spiegare se non l'hai vissuto, che leggere
"Il vecchio e il mare" seduto all'ombra di uno scomodo ballatoio che
si affaccia su uno spazio aperto con una fontana, può essere un valore aggiunto
alla narrazione. I personaggi del libro si mescolano con le persone reali.
Il tuo Santiago è lì di fronte a te e la fontana è un
oceano.
I romanzi che ho letto in quel contesto così vivace sono
quelli che ricordo di più.
Ancora oggi, nelle profondità della mente, rivive la mia
"Fortezza Bastiani", il mio "Metello".
Questa stessa magia si risveglia quando incontro gli
amici d'infanzia, che come me non vivono più in quei vicoli. Penso che in noi
ci sia un'empatia atavica che ci contraddistingue, una complicità e una
sintonia che fa sì che pochi gesti o sguardi dicano tutto, gli occhi diventano
umidi in quelle occasioni e io torno a essere Franco di Lina.
Forse è la nostalgia, la vera ragione che mi spinge a
ritornare regolarmente nel mio paese natio. Dove, ormai, le uniche certezze
consistono nella chiusura delle ultime attività commerciali rimaste, dico
commerciali perché quelle artigianali sono svanite tempo fa.
Un semplice bar è diventato un privilegio. Per non
parlare dell'edicola.
Tutto questo è solo la conseguenza di un circolo vizioso
già sperimentato: i servizi diminuiscono, le scuole chiudono, addio ai
trasporti. Il resto è facile immaginarlo.
Non ho ancora attraversato il ponte sul Crati, che segna
l'ingresso nel territorio luzzese, ed ho già un'idea chiara della situazione
che mi aspetta.
Mancava solo un semaforo prima del ponte a completare
l'opera.
I lavori sul ponte Crati, nel corso degli anni, sono
stati tanto prolungati quanto la Fabbrica di San Pietro.
Ne approfitto per telefonare a Tonino e avvisarlo del mio
arrivo.
Sentire la sua voce e in sottofondo il dialogo di
Gianfranco e Domenico mi solleva il morale.
Il semaforo diventa verde proprio al termine della
telefonata.
Nella ripartenza ho trovato la risposta al perché torno
volentieri a Luzzi, anche sotto il solleone.
Questa volta a suggerirmelo è stato il contagiri del
motore dell'auto.
Franco
Commenti
Posta un commento